Camere Penali: “DL sicurezza è incostituzionale” Lunedì, Nov 12 2007 

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mercoledì 07 novembre 2007.

Con una missiva indirizzata alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, il Presidente dell’Unione Camere Penali - Avv. Oreste Dominioni - ha illustrato le osservazioni critiche dell’associazione riguardo il decreto legge sulla sicurezza attualmente all’esame di Palazzo Madama. Questi nel dettaglio i punti critici del provvedimento secondo l’UCPI:
1) La genericità dei “motivi imperativi di pubblica sicurezza”

I “motivi imperativi di pubblica sicurezza” che legittimano l’immediata esecuzione da parte del Questore del provvedimento di allontanamento adottato dal Prefetto sono così definiti: “quando il cittadino dell’Unione o un suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana e dei diritto fondamentali della persona ovvero l’incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza” (art. 20 comma 7 ter D.Lgs. n.30/2007 come modificato dall’art. 1, lett.e) del D.L. n.181/2007).
L’assoluta genericità di tali motivi e la discrezionalità (ai limiti dell’arbitrio) insiti nella formula normativa si pongono in palese contrasto con la previsione dell’art. 13 comma 3 della Costituzione, che legittima l’adozione di provvedimenti provvisori, limitativi della libertà personale, da parte dell’autorità di pubblica sicurezza soltanto “in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge”.
Il principio costituzionale di tassatività, introdotto proprio in ragione della eccezionalità dell’attribuzione all’autorità di pubblica sicurezza di siffatti poteri, impone certamente che le ipotesi legittimanti un simile eccezionale potere siano normativamente definite in maniera specifica, dettagliata, ed ancorata a parametri certi. Così è per esempio nelle ipotesi già regolate dal D. Lgs. n.286/1998 all’art. 13 comma 2, laddove l’esercizio in via provvisoria di poteri limitativi della libertà personale è vincolato alla ricorrenza di fattispecie precisamente determinate e oggettivamente verificabili.

2) La rilevanza del comportamento del “familiare”

Fra i “motivi imperativi di pubblica sicurezza” che legittimano l’immediata esecuzione del provvedimento di allontanamento il decreto legge attribuisce rilevanza ai “comportamenti” tenuti dal “familiare” del soggetto destinatario del provvedimento (art. 20 comma 7 ter D.Lgs. n.30/2007 come modificato dall’art. 1, lett.e) del D.L. n.181/2007).

Una simile previsione viola apertamente il principio di “personalità” legittimante ogni compressione del bene primario della libertà personale, talchè non possono darsi limitazioni di essa in ragione di comportamenti tenuti da soggetti diversi dal destinatario del provvedimento di allontanamento.

3) La mancanza di ogni vaglio giurisdizionale nelle ipotesi previste dai commi 8 e 9 dell’art. 20 del D.Lgs. n.30/2007

I commi 8 e 9 dell’art. 20 prevedono che qualora il destinatario di un provvedimento di allontanamento rientri nel territorio nazionale sia “nuovamente allontanato con provvedimento immediato”; quando il medesimo si trattenga nel territorio dello stato oltre il termine portato dalla intimazione, il questore disponga “l’esecuzione immediata del provvedimento di allontanamento dell’interessato dal territorio nazionale”.
In entrambe le ipotesi l’immediata esecuzione del provvedimento di allontanamento, esercitabile tramite l’accompagnamento coattivo alla frontiera, non è presidiata da alcun controllo giurisdizionale.
Si darà dunque l’ipotesi di soggetto che, colpito da un provvedimento di allontanamento con termine per adempiere (privo dunque di qualsivoglia garanzia di giurisdizionalità), venga poi nuovamente rintracciato sul territorio nazionale e dunque accompagnato coattivamente alla frontiera, senza che, neppure in questo caso, sia attivato un controllo giurisdizionale.
Sul punto è noto l’orientamento della Corte Costituzionale, la quale, pronunciatasi più volte (fra le tante si vedano Corte Cost. n.151 del 2001 e n.222 del 2004) in materia di legittimità costituzionale del D. Lgs. 286/1998, ha ritenuto che il provvedimento di accompagnamento alla frontiera investa la libertà personale e pertanto richieda la piena operatività del controllo giurisdizionale previsto dall’art. 13 Cost.. In conseguenza di tali pronunce lo stesso legislatore è intervenuto sul testo sopra citato, modificandolo nel senso di subordinare al pieno controllo giurisdizionale l’esecutività del provvedimento di accompagnamento.
Consapevole di tale necessità la nuova normativa contempla, mediante il richiamo all’art. 13 comma 5 bis del D.Lgs. n.286/1998, il ricorso al procedimento di convalida ivi previsto, ma si limita a rendere operativa tale previsione nelle sole ipotesi previste dal comma 7 bis dell’art.20.
Le ipotesi di accompagnamento immediato previste dai commi 8 e 9 dell’art. 20 restano dunque prive di controllo giurisdizionale ed introducono pertanto in capo alla autorità di pubblica sicurezza un potere di compressione della libertà personale (l’accompagnamento alla frontiera) in aperta violazione del dettato dell’art. 13, comma 3, della Costituzione.

4) La irragionevolezza della attribuzione della competenza al Giudice di Pace, contemplata dall’art. 20, comma 7 bis, come modificato dall’art. 1 lett. e) del D.L. 181/2007

Se è vero che il “giudice di pace” è “autorità giudiziaria” e dunque astrattamente soddisfa i requisiti previsti dal dettato costituzionale, non vi è dubbio che l’attribuzione a tale organo giudiziario dei poteri di convalida del provvedimento immediatamente limitativo della libertà personale sia scelta assolutamente “irragionevole” (come già lo era quella operata con l’art. 1 della Legge 12.11.2004 n.271, modificativa del D. Lgs. n.286/1998) alla luce delle finalità sottostanti l’istituzione del giudice di pace e l’attribuzione ad esso di competenza in materia penale, nonché dei limiti posti dalla normativa ai poteri sanzionatori esercitabili da tale organo di giustizia.
Sotto il primo profilo non può sottacersi come il giudice di pace nasca come organo di composizione bonaria di conflitti fra privati e tale caratteristica conservi anche laddove ad esso sia consentito l’esercizio di poteri giurisdizionali in materia penale. Un simile funzione, che permea il ruolo di tale organo giudiziario (si consideri al riguardo non soltanto che dinanzi al Giudice di Pace il legislatore ha previsto come obbligatorio il tentativo di conciliazione, ma che tutti i delitti oggetto della competenza per materia del G.d.P. sono caratterizzati dalla procedibilità a querela), si connota di un carattere di assoluta eterogeneità rispetto a quella attribuita ad esso dal Decreto Legge, la quale si esplica nell’ambito di una categoria di controversie insorgenti tra la pubblica autorità nell’esercizio di funzioni pubblicistiche ed i privati, all’interno delle quali viene in rilievo la categoria potere pubblico-soggezione e le cui situazioni non sono nella disponibilità delle parti.
Ed irragionevole appare una simile attribuzione di competenza, destinata a legittimare l’immediato allontanamento dal territorio nazionale con il necessario conseguente esercizio di poteri di coercizione della persona, laddove si abbia a mente che al giudice di pace, nell’ambito della normativa che ne delinea le funzioni in materia penale, non è consentito infliggere sanzioni che comportino un immediato potere di coazione fisica sulla persona.

Da Giustizia Giusta   la notizia qui

Pedofilia: pena severa per chi scarica da internet qualche immagine Lunedì, Nov 12 2007 

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Linea dura della Cassazione contro la pedofilia. Rischia il carcere chi scarica da internet files pedopornografici e li conserva nel Pc: ciò anche se le immagini si contano sulle dita di una mano e se alcune vengono poi cancellate.

Sentenza n. 41067

Da Cassazione.net  la notizia qui

Dimissioni del lavoratore su modulistica ufficiale Lunedì, Nov 12 2007 

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Legge 17 ottobre 2007, n. 188.

Entra in vigore il 23 novembre 2007 la legge in materia di dimissioni volontarie dei lavoratori subordinati, collaboratori e associati in partecipazione.
La novità fondamentale sta nel fatto che l’atto di dimissioni per iscritto dovrà essere presentato esclusivamente su modelli ufficiali a pena di nullità, modelli che dovranno essere approvati e distribuiti da Direzioni prov. lavoro, centri per l’impiego e i Comuni.
Il modello avrà una validità temporale di 15 giorni dal suo rilascio.

Da Il Sole 24 Ore  la notizia qui

Vedi anche: Dimissioni volontarie: nuove istruzioni del Ministero
 

Indennizzo per proscioglimento del dipendente sospeso dal servizio e poi assolto Lunedì, Nov 12 2007 

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Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 22238 del 23 ottobre 2007.

Interruzione della prescrizione quinquennale.

Con sentenza del 23 ottobre 2007, n. 22238 la Cassazione, sezione lavoro, ha stabilito il diritto a un indennizzo in favore di un dipendente prima sospeso dal servizio per procedimento disciplinare (poiché accusato di aver svolto attività extraziendale durante la malattia) ed al quale è stato corrisposto un assegno alimentare, ma poi prosciolto nel giudizio penale.
Per la Cassazione, infatti, l’assoluzione per non aver commesso il fatto o per inesistenza di reato o perché il fatto non costituisce reato è la condizione richiesta per avere diritto all’indennizzo.
La Cassazione aveva avuto modo già di chiarire (Cass. 14 giugno 2007 n. 13966) che la domanda giudiziale, pervenuta a conoscenza di controparte, costituisce esercizio effettivo del diritto sufficiente a interrompere la prescrizione, quale che sia l’esito successivo del giudizio.
Per la Cassazione, la differenza fra l’assegno corrisposto e la retribuzione piena del periodo di sospensione hanno natura retributiva e per questo sono soggette alla prescrizione quinquennale (art. 2948 c.c. punto 4) e, quindi, la decorrenza della prescrizione va collegata al passaggio in giudicato della sentenza penale come momento a partire dal quale il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c. c.)
Secondo la Cassazione, insomma, la domanda giudiziale pervenuta a conoscenza della controparte costituisce un esercizio effettivo del diritto all’indennizzo che è sufficiente a interrompere la prescrizione, indipendentemente dall’esito successivo del giudizio.

Fatto e diritto - Un’azienda di trasporto pubblico aveva sospeso un suo dipendente dal servizio e dalla retribuzione perché era in corso a suo carico un procedimento disciplinare di destituzione per aver svolto attività extraziendale durante la malattia, con diritto alla corresponsione dell’assegno alimentare.
Il giudizio penale relativo ai fatti contestati si è concluso con sentenza del giudice istruttore, che ha dichiarato non doversi procedere per insussistenza del fatto a carico di vari imputati fra i quali il dipendente in questione.
Dopo il proscioglimento il dipendente, adito il giudice del lavoro e con successivo ricorso, ha chiesto il pagamento dell’indennizzo per il periodo di illegittima sospensione.
Il giudice del lavoro di Roma ha accolto tale ricorso e condannato l’azienda a pagare anche gli interessi dal momento in cui era stato sospeso dal servizio.
L’azienda di trasporto è allora ricorsa in Corte d’Appello, che, però, ha respinto il ricorso in quanto, per la stessa, la “sospensione dura finché sia cessata o risolta la causa che la motivò” ed in quanto il diritto all’indennizzo compete qualora l’agente sia stato assolto per non aver commesso il fatto, per insussistenza del reato o perché il fatto non costituisce reato…[continua...]

Da NewsFood   la notizia qui