
Napoli, i medici: tutto in regola. Le femministe: intervento illegittimo.
NAPOLI - Da una parte una donna incinta che alla ventunesima settimana sceglie di abortire perché ha scoperto che il figlio ha un’alterazione cromosomica e potrebbe nascere con un grave handicap psichico. Dall’altra magistratura e polizia che dicono no, forse non è andata così, forse è stato ucciso un feto. E in mezzo la legge 194 e le sue interpretazioni. È un caso complicato che nasce a Napoli, al Secondo Policlinico, dipartimento di Ostetricia, lunedì sera. La donna di 39 anni che ha appena rinunciato a diventare madre torna in camera dalla sala parto e trova la polizia. Le fanno un sacco di domande, poi interrogano medici e infermieri e un’altra degente.
Quindi sequestrano tutto quello che possono sequestrare: cartella clinica e altri documenti. E il feto: 460 grammi. Comincia l’inchiesta, che dovrà accertare la necessità del ricorso all’aborto, e in quel caso non potrà che chiudersi immediatamente con una archiviazione. Indagine interna anche del Policlinico: il responsabile di Ostetricia, Carmine Nappi, ha già inviato la relazione al direttore generale. Tutto è stato fatto secondo le regole, spiega il primario.
«Il feto presentava un’alterazione cromosomica. Se la gravidanza fosse stata portata a termine ci sarebbe stato il quaranta per cento di possibilità di un deficit mentale. La donna ha presentato un certificato psichiatrico che attestava il rischio di grave danno alla salute psichica e autorizzava l’intervento ».
L’aborto è stato eseguito con l’iniezione di un farmaco (prostaglandine) che è stato necessario ripetere più volte. «Le analisi avevano accertato che il feto soffriva della sindrome di Klineferter — spiega la donna che ieri mattina è stata dimessa —. Perciò ho scelto di abortire. Una decisione difficile, molto sofferta. Ma è stato un aborto terapeutico, fatto all’inizio della ventunesima settimana. E ovviamente non ho pagato niente, come ho detto anche alla polizia».
Gli agenti sono arrivati al Policlinico dopo una denuncia anonima. Che, dice il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini, testimonia «il clima che si vuole creare» intorno alla 194, «una legge buona e saggia per l’equilibrio tra responsabilità della donna, diritti del nascituro e deontologia medica». Protesta l’Udi (Unione donne italiane), sigla storica del movimento femminista: «Il clima che sta montando contro le donne nel nostro Paese genera procedure ai limiti della legittimità, ma soprattutto contrarie a ogni buon senso. A questo punto autodenunciamoci tutte per aver deciso nella nostra vita ».
E domani le militanti si sono date appuntamento alle cinque del pomeriggio a Napoli «per organizzare la vigilanza permanente in ogni piazza d’Italia». Come furono costrette a fare trent’anni fa.
Fulvio Bufi
Da Il Corriere della Sera la notizia qui
Commento dell’ Avv. Mei
Il clima di revisionismo e di caccia alle streghe che ormai circonda la legge 194 non può rimanere inosservato.
Dopo le dichiarazioni dei medici romani relative all’obbligo di rianimazione del feto che presenti segnali vitali a seguito di aborto non poteva mancare neppure l’accanimento e la colpevolizzazione della donna e dell’equipe medica coinvolti in un aborto terapeutico.
Purtroppo si sta diffondendo un movimento falsamente moralizzatore che vorrebbe scagliare strali infuocati nei confronti di tutti coloro che si trovino nella necessità di operare un aborto.
Ancora una volta, quella che prima di tutti viene messa alla gogna è la donna: troppo spesso si dimentica che per un donna un aborto non è soltanto un intervento chirurgico e, quindi, come tale, già di per sé traumatico, ma anche una scelta difficile e lungamente meditata.
Nel caso di specie, sicuramente l’opzione abortiva è stata una scelta sofferta: il bambino era affetto da grave alterazione cromosomica e giungere alla decisione di rinunciare alla maternità alla ventunesima settimana di gravidanza è senza dubbio doloroso.
Ciò su cui sarebbe necessario riflettere è la volontà dilagante di inculcare nella gente comune l’idea che le donne utilizzino l’aborto come metodo contraccettivo, come mezzo per liberarsi senza pensiero e con facilità di gravidanze indesiderate e non previste.
Tale idea nasce, ad avviso della scrivente, ancora una volta dalla scarsa considerazione nei confronti del genere femminile, del suo senso di responsabilità e della sua capacità di autodeterminazione: le donne, nonostante i veti e la contrarietà di un certo cattolicesimo, hanno, in realtà, appreso da tempo l’esistenza dei contraccettivi e ne fanno uso.
Ma non si può mancare di riflettere anche su un’altra circostanza: ci si vuole appropriare della donna, delle sue scelte di carattere morale, al fine di costringerla a quello che sarebbe il suo solo ruolo naturale: la maternità.
La Procura della Repubblica non poteva certo mancare di intervenire a fronte di una segnalazione di feticidio. Quello che sconvolge è l’interrogatorio pressante cui la donna sarebbe stata sottoposta da parte degli inquirenti, quando sarebbe stato sufficiente raccogliere informazioni ed effettuare indagini sulla base di dati clinici.
Questo commento costituisce solo uno spunto per una riflessione più ampia nella quale vorrei coinvolgere tutti i lettori del nostro blog. Credo che la base per la soluzione o per un primo approccio alla soluzione delle problematiche relative ai diritti della donna debba partire dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dalla modificazione lenta ma necessaria del comune pensare.
Avv. Maria Grazia Mei
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