Dalla Cassazione alcune novità a tutela del dipendente.
Aumentano i casi di mobbing al lavoro e sono sempre più le persone che denunciano casi di sopraffazione finché non si finisce di fronte ad un giudice.
Insomma il contenzioso lavorativo è sempre più in crescita e coinvolge sia donne che uomini.
Per mobbing si definisce una serie di comportamenti vessatori e discriminatori nei confronti di un lavoratore reiterati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) nell’insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.
I cambiamenti della Cassazione
Prima, per dire che si trattava di mobbing era necessario che l’attività persecutoria durasse più di 6 mesi e doveva essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociavano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico. Ma dalla Cassazione arrivano delle novità:
il diritto di risarcimento non richiede necessariamente un’esposizione prolungata alle vessazioni. Se prima era necessario un arco temporale di minimo sei mesi durante i quali il dipendente era vittima dell’attività persecutoria, ora invece non sussiste più l’arco temporale ma si parla di mobbing anche se i comportamenti vessatori e discriminatori sono reiterati solo per qualche mese.
Non solo le offese o gli insulti fanno parte del mobbing ma anche lo spostamento del lavoratore ad incarichi meno importanti è considerato un’offesa. La Cassazione infatti ha deciso con la sentenza 24293/08 che se al dipendente viene affidata una nuova mansione, questa, per essere lecita, deve consentirgli l’utilizzazione o il perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozioni e perizia acquisite nella precedente fase del rapporto di lavoro.
Slittamento del mobbing da sindrome depressiva a mera lesione dei diritti del lavoratore. Oggi è possibile aprire una causa di maltrattamenti non solo se il medico ha riscontrato un’effettiva malattia frutto dei maltrattamenti ma è possibile aprire una causa allegando la violazione dei propri diritti.
Il datore di lavoro
Il donatore di lavoro ha il compito e il dovere di garantire un ambierete sereno e deve predisporre le misure per preservare l’ambiate. Il responsabile, risponde, infatti, dei danni subiti dal dipendente mobbizzato dai colleghi se non ha vigilato e non si è attivato per fare cessare i soprusi di cui, magari, era già stato messo al corrente. Contrariamente, l’azienda o il datore di lavoro diventa esente da colpe se ha spostato il dipendente in un altro reparto per ovviare alle tensioni che si sono venute a creare nel posto di lavoro. In questo caso, dovrà essere il dipendente a dimostrare che il trasferimento è il frutto di una persecuzione o ritorsione dell’imprenditore.
Il risarcimento
La domanda di risarcimento per mobbing in relazione a comportamenti datoriali che abbiano portato il dipendente alle dimissioni è soggetta a specifica allegazione e prova. Va ricordato che non è più obbligatoria una diagnosi medica per accertare una sindrome ma basta la violazione dei diritti per aprire una causa. Inoltre l’azione di risarcimento può essere richiesta entro dieci anni che decorrono da quando si è manifestato il danno e non da quando sono iniziate le vessazioni.
Da La Stampa la notizia qui
Ottobre 19, 2008 alle 7:52 pm |
mi sono fratturata un dito del piede nel mese di agosto ho fatto mutua per 1 mese e mezzo rientrata a lavoro il 22 settembre il datore di lavoro mi ha tolto dalla mia mansione ero responsabile dei clienti iii livello industria casearia percepivo € 1400,00 €. 300,00 come superminimo che ora mi e’ stato tolto mi ha tolto il badge la mia scrivania mi ha messo ha fare archivio sono 38 anni che lavoro ho sempre fatto la responsabile amministrativa. mi sento umiliata ho cominciato ha fare mutua per stato di ansia mangio e dormo pochissimo ho la colite spastica ho conati di vomito non so piu’ chi sono ho il problema di avere 53 anni ho fatto iltentativi di cercare un altro lavoro ma dato l’eta’ e’ molto difficile non so più cosa fare mi sento veramente a terra in famiglia non parlo più con nessuno vorrei dare le dimissione ma non voglio dargliela vinta non voglio neanche continuare la mutua e’ la prima volta nella mia vita che faccio mutua. posso dimettermi e chiedere un risarcimento anche se dura solo da 1 mese questa situazione ma io non posso più tornare in quell’azienda sto troppo male cosa fare???????
Ottobre 20, 2008 alle 10:13 am |
Per Dolores:
Se non vuole dargliela vinta deve agire di conseguenza, rivolgendosi a un’associazione sindacale o a un avvocato di sua fiducia al fine di concordare la migliore strategia per tutelarsi