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Con atti scritti compiuti nell’interesse del lavoratore            

Gli eredi di Gino B., dipendenti della S.p.A. Rete Ferroviaria Italiana, hanno chiesto al Tribunale di Roma la condanna dell’azienda al pagamento di differenze di retribuzione maturate a favore del loro congiunto nel periodo dal 1981 al 1986. La società ha sollevato l’eccezione di prescrizione quinquennale del credito. I ricorrenti hanno replicato che la prescrizione doveva ritenersi interrotta per effetto delle richieste scritte di pagamento avanzate dal sindacato nell’interesse del lavoratore. Il Tribunale di Roma ha accolto la domanda, condannando l’azienda al pagamento delle somme richieste. Questa decisione è stata integralmente riformata dalla Corte d’Appello di Roma, che ha accolto l’eccezione di prescrizione sollevata dall’azienda ed ha affermato che i pretesi atti interruttivi erano inefficaci in quanto provenienti da persona estranea al rapporto, senza che fosse dichiarata la sua qualità di rappresentante o di mandatario. Gli eredi di Gino B. hanno proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Roma per vizi di  motivazione e violazione di legge.
           
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 12876 del 1 giugno 2007, Pres. Ciciretti, Rel, Di Nubila) ha accolto il ricorso. Ai fini dell’interruzione della prescrizione effettuata mediante intimazione scritta ad adempiere – ha osservato la Corte – la giurisprudenza ritiene che la stessa possa essere validamente fatta non solo da un legale il quale si dichiari incaricato della parte, ma anche da un mandatario o da un incaricato, alla sola condizione che il beneficiario ne intenda approfittare. Nella fattispecie, devesi quindi affermare che in tema di differenze retributive anche l’intimazione ad adempiere fatta da un rappresentante sindacale, il quale dichiari di agire nell’interesse del lavoratore, è idonea ad interrompere la prescrizione; si veda al riguardo Cass. 3.12.2002 n. 17157, la quale ha ritenuto come ai fini della costituzione in mora non sia necessario il rilascio in forma scritta della relativa procura, non operando in tale caso l’art. 1324 del codice civile. Pertanto – ha affermato la Corte – la procura per la costituzione in mora può risultare da un comportamento univoco e concludente, il quale può essere posto in essere anche da un mandatario; essenziale è che l’atto sia idoneo a rappresentare al debitore che esso è compiuto per un altro soggetto, nella cui sfera giuridica è destinato a produrre effetti.
           
La Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, invalidando la causa, per nuovo esame alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione. Da Legge-e-giustizia.it
           

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