Infortunio nella pausa caffè? Coperto solo se breve break giovedì, Lug 19 2007 

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Sì alla pausa caffè, ma solo se breve. Altrimenti il lavoratore non è coperto per eventuali infortuni durante il percorso per raggiungere il posto di lavoro. E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza 15973 del 18 luglio 2007, ha dettato un vero e proprio Abc delle pause tollerate, quelle, cioè, che obbligano il datore e l’Inail a risarcire il dipendente in caso di infortunio “in itinere”.

Le soste voluttuarie di pochi minuti, insuscettibili di modificare le condizioni di rischio, non escludono la tutela dell’infortunio in itinere”, hanno affermato i giudici del ‘Palazzaccio’ sposando interamente le motivazioni rese dalla Corte d’Appello. E’ rimasto a bocca asciutta un impiegato genovese che, nel tornare a casa dal lavoro, si era fermato a prendere in caffè ma si era dilungato per quasi un’ora. Poi, risalito in macchina, aveva avuto un incidente. Così aveva chiesto il riconoscimento dell’infortunio in itinere. Il giudice del lavoro glielo aveva negato. La corte territoriale genovese aveva confermato precisando che “va fatta questa distinzione: tra soste necessitate (quali la necessità di un breve riposo durante un lungo percorso o la necessità di soddisfare esigenze fisiologiche) e soste voluttuarie, ed in questo secondo ambito, quelle di pochi minuti, insuscettibili di modificare le condizioni di rischio, e quelle di apprezzabile durata e consistenza (come nella specie, circa un’ora), tale da far ritenere che anche la circolazione stradale possa aver avuto una sensibile modifica”.

Dunque, nel respingere il ricorso del lavoratore, ‘Piazza Cavour’ ha aderito alle motivazioni dei giudici di merito e non ha riesaminato i fatti perché ciò è precluso nel giudizio di legittimità.

Da Tiscali.it   la notizia qui

La percentuale dell’indennità di fine rapporto di lavoro spettante al coniuge divorziato deve essere applicata sull’importo percepito giovedì, Lug 19 2007 

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In base all’art. 12 bis della legge sul divorzio (Cassazione Sezione Prima Civile n. 15299 del 6 luglio 2007, Pres. Luccioli, Rel. Felicetti).

L’art. 12 bis della legge sul divorzio stabilisce al primo comma che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di divorzio “ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza”. La norma, nel suo chiaro tenore letterale, attribuisce il diritto ad “una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita” dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, così stabilendo, in modo inequivoco, la base di calcolo della percentuale (che viene poi stabilita al comma successivo) identificandola nella indennità percepita all’atto della cessazione del rapporto di lavoro. Il secondo comma, a sua volta, nello stabilire detta percentuale, statuisce che “tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”.

In relazione a quanto già stabilito nel primo comma circa la base di calcolo della percentuale, come si evince dalle parole iniziali del secondo comma, scopo della norma è unicamente di stabilire la percentuale da computarsi su detta base di calcolo. Ne deriva, in base al coordinamento fra il primo e il secondo comma, che l’indennità dovuta deve computarsi calcolando il 40% dell’indennità totale percepita alla fine del rapporto di lavoro, con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro coincise con il rapporto matrimoniale: risultato che si ottiene dividendo l’indennità percepita per il numero degli anni in cui è durato il rapporto di lavoro, moltiplicando il risultato per il numero degli anni in cui il rapporto di lavoro sia coinciso con il rapporto matrimoniale e calcolando 40% su tale importo. Questa interpretazione coincide, in aderenza al dettato dell’art. 12 delle disposizioni preliminari al codice civile, con il tenore dell’articolo secondo la connessione fra i suoi due commi ed è confortata dall’argomento sistematico costituito dalla circostanza che le indennità di fine rapporto sono variamente calcolate dalle normative che le regolano, costituendo il TFR istituto di carattere generale solo nell’impiego privato, ed essendovi normative – come quella relativa al personale statale (regolata dal d.P.R. n. 71 del 1974) – articolate in maniera tale da porre come base di calcolo dell’indennità l’ultima retribuzione (e non le retribuzioni via via succedentisi rivalutate), così da rendere logicamente irragionevole e impraticabile una diversa interpretazione della norma. Deve pertanto escludersi che la quota spettante all’ex coniuge debba essere calcolata sulla portata del t.f.r. maturata durante il matrimonio.

Da Legge e Giustizia  la notizia qui

Pubblico Impiego: destituzione illegittima per assenze da infortunio per causa di servizio giovedì, Lug 19 2007 

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(Consiglio di stato, Sezione V giurisdizionale, Sentenza 16.7.2007 n. 4024).

E’ illegittima la destituzione dal servizio di un dipendente della ASL le cui assenze sono giustificate da una invalidità temporanea riconosciuta per causa di servizio. E’ quanto affermato dal Consiglio di Stato nella sentenza 4024/2007, intervenuta a dirimere il caso di una dipendente di una ASL romana destituita dal servizio senza alcuna motivazione nonostante che la lavoratrice avesse ben documentato e giustificato la prolungata assenza dal servizio dovuta alle conseguenze di un evento traumatico di natura professionale riconosciuto dal Pretore di Roma con specifica sentenza.

Da La Previdenza  la notizia qui