Sicurezza: la memoria del Dna in aiuto della giustizia lunedì, Set 17 2007 

dna-169.jpg

Anche l’Italia avrà una banca dati del Dna. Dopo mesi di incertezze, legate a ragioni di merito (preoccupazioni per la salvaguardia della privacy, per esempio) e di copertura (solo nelle ultime ore sono stati trovati i fondi necessari, 10 milioni per partire e 6 all’anno in seguito), il disegno di legge è stato diramato ieri mattina.

 Il che significa che il provvedimento dovrebbe approdare a uno dei prossimi Consigli dei ministri, sbloccando così un’impasse che durava almeno dall’autunno scorso. Era il 12 ottobre 2006 quando venne approvato dal Governo un disegno di legge con le modifiche al Codice di procedura penale per consentire il prelievo di campioni biologici. A necessario completamento doveva essere varata la banca dati del Dna che però è rimasta sinora lettera morta malgrado il ministro dell’Interno, Giuliano Amato,si fosse impegnato all’adozione con gli accordi di Prum. Accordi che sono tesi a facilitare la circolazione dei dati relativi anche al Dna, oltre che alle impronte digitali, fra sette Paesi dell’Unione (Belgio, Francia, Germania, Spagna, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria).

La spinta al rispetto del Trattato si è rivelata decisiva soprattutto nella prospettiva delle indagini sui reati di terrorismo e criminalità organizzata che assumono sempre più una dimensione internazionale. Ma non solo. La banca dati del Dna è diretta anche, se non soprattutto, a scoprire gli autori di reati che oggi, in larga parte, restano ignoti, come nel caso di furti e rapine (1 milione e mezzo i furti denunciati nel 2005 di cui è rimasta impunità la quasi totalità), a rintracciare persone scomparse, a stabilire l’identità di persone decedute.
L’unica struttura presente in Italia, simile a quella richiesta per il test del Dna, è legata all’identificazione attraverso le impronte digitali, ma a mancare era stato fino a oggi il coordinamento per lo scambio di dati tra le forze di polizia e gli istituti di medicina legale ai quali di solito l’autorità giudiziaria affida l’analisi del Dna. «Tutti i risultati ottenuti dall’analisi del Dna – sottolinea la relazione al disegno di legge – rimangono confinati ai singoli episodi ed eventuali comparazioni di dati vengono effettuate con ricerche manuali»…[continua…]

Da Il Sole 24 Ore  la notizia qui

Annunci

Il dipendente rischia il licenziamento se denigra l’azienda lunedì, Set 17 2007 

rischio-azienda.jpg

Sentenza della Corte di Cassazione n. 19232 del 14 settembre 2007. 

Rischia di andare incontro al licenziamento il lavoratore che parla male dell’azienda per cui lavora, diffondendo notizie in grado di ledere l’immagine della struttura. Lo sottolinea la Cassazione, annullando con rinvio una sentenza della Corte d’appello di Milano che, nel 2004, aveva confermato l’illegittimita’ del licenziamento, pronunciata dal primo giudice, intimato ad un’infermiera professionale e capo sala, dipendente di una struttura ospedaliera. In particolare, i giudici del merito avevano ritenuto che i fatti in contestazione (“espressioni offensive sulla capacita’ e sulla professionalita’ del personale” e divulgazione di addebiti contenuti in una lettera di contestazione relativi al ritrovamento di prodotti scaduti presso il blocco operatorio) non integrassero una giusta causa, ne’ un giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

Contro tale decisione aveva presentato ricorso in Cassazione la struttura ospedaliera, secondo la quale l’infermiera, diffondendo notizie riservate, aveva leso “l’estimazione di serieta’ di una struttura particolarmente nota e di alto prestigio”. Per gli ‘ermellini’ della sezione lavoro (sentenza n.19232), il ricorso e’ fondato: nel caso in esame, rilevano, “una valutazione globale del comportamento e’ assolutamente assente” e i singoli fatti addebitati “non sono stati in alcun modo valutati nell’ambito della particolare delicatezza della funzione assegnata (infermiera professionale in un ospedale), dello specifico settore in cui il lavoro si svolgeva (blocco operatorio), della elevata responsabilita’ che ne conseguiva e della fiducia che esigeva”. Inoltre, la Corte d’appello non ha dato “ragione alcuna della ritenuta assenza di danno – aggiungono ancora i giudici di piazza Cavour – che la divulgazione (anche nei confronti dello stesso personale dell’azienda, nonche’ per la diffusiva potenzialita’ verso l’esterno) della notizia assumeva per l’immagine di una struttura ospedaliera”. Per questo, conclude la sentenza, il caso dovra’ essere rivisto dalla Corte d’appello di Brescia.

Da La Repubblica  la notizia qui

Il premio di risultato lunedì, Set 17 2007 

premio-di-produzione.jpg

Il premio di risultato (o premio di produzione) è un elemento retributivo variabile che può essere aggiunto a quelli più comuni e fissi presenti nelle tabelle retributive. Questo elemento trae ispirazione da due diverse situazioni: lo stesso può essere erogato secondo indicazioni fornite dai CCNL, oppure a fronte della stipula di un vero e proprio accordo aziendale di secondo livello.

Nel primo caso i premi seguono indicazioni precise contenute nei CCNL che inseriscono appunto tale elemento tra quelli comunemente previsti a livello retributivo.

Nel secondo caso, invece, il premio viene istituito dalla contrattazione di secondo livello, spesso seguendo indicazioni comunque dettate dai CCNL che in sede negoziale hanno già trattato i caratteri distintivi di tale erogazione.

Quest’ultima è la situazione di cui ci occuperemo più approfonditamente nel presente testo.

Particolare attenzione inoltre sarà rivolta alla questione della decontribuzione, che arricchisce questo tipo di emolumento rendendolo appetibile ai datori di lavoro.

Nel corso della trattazione quindi, si potrà notare come l’accordo istitutivo di tale premio, oltre a dover rispettare particolari procedure, debba altresì presentare particolari caratteristiche per godere dei benefici contributivi.

Da non sottovalutare inoltre la questione critica della non immediatezza dei risultati, che obbliga le aziende ad erogare i premi produzione in fasi successive (con decorso anche ampio), in periodi quindi non in diretta relazione con il tempo di maturazione.

GLI ACCORDI DI SECONDO LIVELLO E LA DECONTRIBUZIONE

L’instaurazione di determinati accordi di secondo livello per l’erogazione dei premi di risultato trae origine dall’articolo 2 del Decreto Legge 25 marzo 1997, n. 67, il quale precisa che tali premi risultano esclusi dall’ammontare della retribuzione imponibile nel caso in cui siano contrattualmente previsti, risulti incerto il loro ammontare, la cui struttura sia correlata ad incrementi di produttività o competitività chiaramente individuabili.

A tali requisiti va aggiunto quello previsto dal comma 6 dell’articolo sopra citato, il quale prevede il deposito presso la DPL del contratto aziendale di 2° livello, entro 30 giorni dalla data di stipula a cura del datore di lavoro o dell’associazione/consulente alla quale aderisce.

Posti i requisiti essenziali, per una migliore comprensione dell’argomento andiamo ad analizzare gli stessi singolarmente….[continua…]

Da Filodiritto  la notizia qui

La conciliazione monocratica lunedì, Set 17 2007 

410-cpc.jpg

(Approfondimento della Dott.ssa Rossella Schiavone, Funzionario del Ministero del Lavoro).

L’art. 8, comma 1, della Legge delega n. 30/2003 dava al Governo l’“arduo” compito di adottare, «uno o più decreti legislativi per il riassetto della disciplina vigente sulle ispezioni in materia di previdenza sociale e di lavoro, nonché per la definizione di un quadro regolatorio finalizzato alla prevenzione delle controversie individuali di lavoro, in sede conciliativa, ispirato a criteri di equità ed efficienza». La norma citata prevedeva, al comma 2, che la delega fosse esercitata nel rispetto di principi e criteri direttivi, fra cui la «definizione di un raccordo efficace fra la funzione di ispezione del lavoro e quella di conciliazione delle controversie individuali». Alla base di una scelta del legislatore di tale portata, che inevitabilmente avrebbe implicato difficoltà oggettive, c’era sicuramente la necessità di risolvere un’annosa questione inerente le controversie individuali del lavoro che già il legislatore aveva provato ad affrontare con la riforma del 1998.

Tale riforma aveva, infatti, inserito nel nostro ordinamento il tentativo obbligatorio di conciliazione ex art. 410 c.p.c., favorendo così la soluzione extra-giudiziale delle vertenze, al fine di attenuare l’“ingolfamento” dei Tribunali. Tuttavia, a cinque anni dalla riforma, il suo insuccesso era palesemente davanti agli occhi di tutti gli operatori del settore: ad essere ingolfate adesso.

Da La Previdenza   la notizia qui