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E’ con enorme stupore e con profonda irritazione che questa mattina pubblichiamo un articolo comparso sul Corriere.it.

Lo stupore e l’irritazione derivano dal fatto che in un contesto storico e sociale in cui si discute tanto di pari opportunità e di necessità di aperture al genere femminile delle carriere tradizionalmente riservate ai maschi, c’è ancora chi sbandiera fobie nei confronti delle donne e vuole relegarle a ruoli di secondo piano. Senza dubbio, peraltro, si tratta dei medesimi soggetti chiamati a illustrare in convegni o in occasioni istituzionali politiche e azioni volte all’integrazione femminile nel mondo del lavoro.

Viene preliminarmente spontaneo domandarsi quali siano le fobie e i timori dei componenti della federazione degli ordini dei medici in proposito e quali siano gli strumenti e i rimedi pensati per escludere le donne dalla professione medica.

Dalla lettura dell’articolo appare evidente come tali timori siano fondati ancora una volta su questioni di carattere sessuale. Si fa esplicito riferimento, infatti, all’imbarazzo dell’uomo di fronte ad un’urologa che si appresti a controllare lo stato della prostata o a prescrivere medicinali contro l’impotenza, così come torna in auge l’antico tema della incapacità della donna ad eseguire interventi chirurgici in quanto soggetta a sbalzi ormonali che ne condizionerebbero l’affidabilità.

Tali imbarazzi, tuttavia, mai sono stati riconosciuti a noi donne, costrette per lungo tempo ad esporre le nostre parti intime e a parlare della nostra sessualità a ginecologi uomini. Senza con ciò voler condannare tutta la categoria, a quante è capitato di notare sguardi indiscreti e occhiate poco professionali, senza poi parlare dei casi di “tastate” poco opportune? In generale, però, noi donne abbiamo sempre creduto di trovarci di fronte un medico, un soggetto cioè che doveva provvedere ad individuare le nostre patologie e a consigliarci le cure e i rimedi opportuni e non un uomo. Il camice bianco, nel pensiero comune, è ciò che priva di connotazione sessuale il soggetto che lo indossa, ma l’assenza di tale connotazione, probabilmente vale con riferimento esclusivo al genere maschile.

Viene, altresì, da chiedersi se i timori e le fobie non siano ispirati dal fatto che esista una sorta di morbosità del medico uomo che si trovi a visitare una donna e nel timore che tale morbosità possa esistere anche nella donna medico.

Quanto all’esclusione delle donne dalla professione chirurgica, si fa riferimento anche ai condizionamenti relativi agli orari di intervento che male si conciliano con la vita familiare. Si torna, anche in tal caso, ad attribuire alla femmina il ruolo esclusivo di angelo del focolare, senza pensare che un intervento andrebbe condotto prima di tutto proprio sulla ripartizione dei ruoli all’interno del nucleo familiare.

Ma come si può pensare ad un simile intervento quando c’è chi ancora sbandiera preoccupazioni per l’aumento del numero delle donne medico e ne vorrebbe limitare l’accesso alla professione?

Già il riferimento all’ospedale al contrario, del Dott. Amedeo Bianco, cioè quello in cui vi sarebbero donne con il camice bianco e infermieri uomini  induce a riflettere sul fatto che la morale corrente, il pensiero ancora diffuso sia quello che vede le donne relegate alle professioni di cura e di assistenza. Induce, tuttavia, a riflettere anche su un altro fatto: se mai vi sarà un “ospedale al contrario”, sarà solo perché le donne avranno raggiunto un livello di scolarizzazione e di qualificazione professionale superiore a quello maschile, considerati gli ostacoli posti dagli ordini professionali e dai concorsi ospedalieri per l’accesso alle professioni, ostacoli surrettizi che mascherano vere e proprie preferenze nei confronti del genere maschile e quindi discriminazioni di tipo indiretto. Noi donne non dobbiamo solo essere brave e competenti, dobbiamo esserlo due volte per avere pari possibilità.

Il Dott. Bianco ritiene che debbano essere pensati dei rimedi per limitare l’accesso alla professione medica delle donne. Non so quanti anni abbia il Dott. Bianco e non so da quanti anni rivesta il ruolo che ricopre attualmente. Ritengo quasi certo, tuttavia, che mai si sia sognato di pensare strumenti e rimedi quando la maggioranza dei medici indossava i pantaloni.

Vi lascio ora alla lettura dell’articolo sperando di aver offerto a tutti alcuni spunti di riflessione.

Avv. Maria Grazia Mei

La federazione degli ordini di categoria: dobbiamo trovare rimedi.

I dottori nel 2017: maschi solo 2 su 10. «Sempre meno chirurghi e urologi»

Ve lo immaginate un uomo che si fa visitare dall’urologa? Fra un paio d’anni sarà una realtà diffusa che dovrà accettare anche chi, per orgoglio maschile o per imbarazzo, ora è refrattario. La professione medica sta infatti rapidamente cambiando sesso. Già oggi le iscritte alle facoltà di Medicina e Chirurgia sono il 60%. Le proiezioni: nel giro dei prossimi 10 anni, ben otto camici bianchi su dieci nasconderanno forme femminili. Se ne discuterà venerdì in un grande convegno organizzato a Caserta dalla Fnomceo, la federazione degli ordini di categoria, presieduta da Amedeo Bianco.

Che lancia un allarme, una denuncia, partendo dai numeri raccolti dal suo vice, Maurizio Bennato: «Affrontiamo in modo diverso il futuro altrimenti alcune specialità, soprattutto quelle che oggi sono monosex, andranno in crisi. Sono molto favorevole alle donne medico, ma non nascondo una certa preoccupazione. Dobbiamo studiare un sistema tale da garantire qualità e potenzialità senza ridurre l’offerta ». Avremo un ospedale al contrario. Medici con la gonna, infermieri con i pantaloni. Una controtendenza anche questa. Una volta gli angeli della corsia erano ragazze. Ora il mestiere ha assunto caratteristiche più incoraggianti per l’uomo.

Ha perso l’impronta assistenziale per assumere quella manageriale, di coordinamento. In via di estinzione, quindi, le caposala vecchia maniera.
Sono in pericolo, per quanto riguarda l’arte di Ippocrate, le riserve chiuse, per tradizione, alle donne. Come le chirurgie, le alte specializzazioni (neurochirurgia, cardiochirurgia) e, naturalmente quelle che riguardano la cura di malattie e apparati intimi. Vincenzo Mirone, presidente della società italiana di urologia, ragiona con i dati. Su 2.200 urologi, solo 173 le colleghe, il cinque per cento: «Ammettiamolo, noi maschi non ci faremmo mai controllare la prostata da una lei nè gradiremmo che una mano femminile ci prescrivesse un farmaco per l’impotenza. Insomma non fa piacere sentirsi dire proprio da una donna che hai bisogno del Cialis o del Viagra».

Per contrastare gli effetti dell’invasione rosa negli ospedali o negli studi dei medici di famiglia — dove la presenza del gentil sesso è triplicata — Bianco ha un suggerimento: «Potremmo restare sguarniti nelle chirurgie o in ortopedia.
Si pensa, erroneamente a mio parere, che solo l’uomo sia capace di operare perchè più forte, freddo, coragg i o s o . E dall’altra parte ci sono difficoltà oggettive. Gli orari della sala operatoria, ad esempio, non si conciliano bene con quelli della famiglia. Occorre ripensare i turni, il trattamento della maternità».

Il presidente di Fnomceo è contrario invece all’istituzione di «quote azzurre», posti riservati al sesso che, almeno dal punto di vista della dirigenza, continua ad essere forte. Se il colore della professione è cambiato, lo stesso non vale per primariati e stanze dei bottoni dove è sempre lui a prevalere.

Lorenza Sassi, consigliera dell’Ordine di Udine, odontoiatra insiste sulla necessità di un cambiamento culturale. «Noto ancora molto diffidenza nei nostri confronti — racconta —. I malati anzichè dottoressa mi chiamano signora. E se devono farsi estrarre un dente da me assumono un atteggiamento negativo. Pensano che per essere bravi sia indispensabile la forza che noi signore non possediamo. Insomma ci vorrà tempo prima che lui si abitui a andare dall’urologa libero da pensieri imbarazzati e imbarazzanti, come lei dal ginecologo».

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

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