Rapporto di lavoro con i lavoratori disabili martedì, Ott 9 2007 

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Ai lavoratori assunti a norma della legge 68/99 (art. 10) si applica il trattamento economico e normativo previsto dalle leggi e dai contratti collettivi, come tutti gli altri lavoratori.

Il datore di lavoro non può chiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni.

Nel caso di aggravamento delle condizioni di salute o di significative variazioni dell’organizzazione del lavoro, il disabile può chiedere che venga accertata la compatibilità delle mansioni a lui affidate con il proprio stato di salute. Nelle medesime ipotesi il datore di lavoro può chiedere che vengano accertate le condizioni di salute del disabile per verificare se, a causa delle sue minorazioni, possa continuare ad essere utilizzato presso l’azienda. Qualora si riscontri una condizione di aggravamento che, sia incompatibile con la prosecuzione dell’attività lavorativa, o tale incompatibilità sia accertata con riferimento alla variazione dell’organizzazione del lavoro, il disabile ha diritto alla sospensione non retribuita del rapporto di lavoro fino a che l’incompatibilità persista. Durante tale periodo il lavoratore può essere impiegato in tirocinio formativo. La richiesta di accertamento e il periodo necessario per il suo compimento non costituiscono causa di sospensione del rapporto di lavoro.

Il rapporto di lavoro può essere risolto nel caso in cui, anche attuando i possibili adattamenti dell’organizzazione del lavoro, la predetta commissione accerti la definitiva impossibilità di reinserire il disabile all’interno dell’azienda.
Il recesso di cui all’articolo 4, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero il licenziamento per riduzione di personale o per giustificato motivo oggettivo, esercitato nei confronti del lavoratore occupato obbligatoriamente, sono annullabili qualora, nel momento della cessazione del rapporto, il numero dei rimanenti lavoratori occupati obbligatoriamente sia inferiore alla quota di riserva prevista all’articolo 3 della presente legge.

In caso di risoluzione del rapporto di lavoro, il datore di lavoro è tenuto a darne comunicazione, nel termine di dieci giorni, agli uffici competenti, al fine della sostituzione del lavoratore con altro avente diritto all’avviamento obbligatorio.
La direzione provinciale del lavoro, sentiti gli uffici competenti, dispone la decadenza dal diritto all’indennità di disoccupazione ordinaria e la cancellazione dalle liste di collocamento per un periodo di sei mesi del lavoratore che per due volte consecutive, senza giustificato motivo, non risponda alla convocazione ovvero rifiuti il posto di lavoro offerto corrispondente ai suoi requisiti professionali e alle disponibilità dichiarate all’atto della iscrizione o reiscrizione nelle predette liste.

Da Risorsegratis   la notizia qui

La comunicazione dell’impugnazione del licenziamento può essere indirizzata anche a uno stabilimento decentrato martedì, Ott 9 2007 

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La comunicazione dell’impugnazione del licenziamento può essere indirizzata anche a uno stabilimento decentrato – In base all’art. 1335 cod. civ.

In base all’art. 1335 cod. civ. una dichiarazione diretta a una determinata persona si reputa conosciuta nel momento in cui giunga all’indirizzo del destinatario. Nel caso di licenziamento del dipendente di una società, l’impugnazione in forma scritta del provvedimento può essere indirizzata alla datrice di lavoro anche in luogo diverso dalla sua sede legale, ove sia presumibile che essa ne venga ugualmente a conoscenza.

Al fine di soddisfare l’onere, gravante sul lavoratore licenziato, di provare l’avvenuto recapito all’“indirizzo” del datore di lavoro dell’impugnativa di licenziamento (quale atto recettizio ex art. 1335 c.c.), il lavoratore può avvalersi di qualsiasi mezzo di prova, e quindi anche di presunzioni, al fine di provare l’invio dell’atto in un luogo che per collegamento ordinario o normale frequenza e preventiva indicazione appartenga alla sfera di dominio o controllo del destinatario; pertanto, ove una società abbia uno stabilimento produttivo decentrato, dalla cui direzione sia pervenuta la comunicazione del licenziamento al lavoratore, il quale in tale stabilimento espleti la sua prestazione lavorativa, opera la suddetta presunzione di conoscenza ove l’impugnativa di licenziamento sia (tempestivamente) comunicata dal lavoratore medesimo alla direzione di quello stesso stabilimento e non già necessariamente alla sede della società (Cassazione Sezione Lavoro n. 17014 del 2 agosto 2007, Pres. De Luca, Rel. Maiorano).

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

Non è reato punire i figli per il loro bene martedì, Ott 9 2007 

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Confermate le assoluzioni per i familiari di una ragazza di fede islamica tenuta segregata in casa.  (Cassazione 31510/2007).

Punire duramente la propria figlia ribelle non è reato se le violenze non sono abituali e se le misure sono adottate per il suo bene. Lo ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione che, con una decisione destinata a far discutere, ha confermato l’assoluzione per madre, padre e fratello di fede islamica accusati di maltrattamenti nei confronti della minore Fatima.

La ragazza, infatti, era stata picchiata e legata dai familiari per impedirle uno stile di vita ritenuto non conforme alla cultura della famiglia, e per questo aveva minacciato di suicidarsi. Era partita dunque la denuncia penale, culminata nella richiesta della Procura di Bologna, che chiedeva la condanna dei genitori e del fratello della minore per sequestro di persona e maltrattamenti. I tre, condannati in primo grado, erano stati assolti dalla Corte di Appello di Bologna, che aveva accolto la tesi difensiva degli imputati secondo la quale la ragazza era stata legata per il suo bene ed i maltrattamenti non potevano considerarsi abituali, essendo accaduti solo tre volte e per di più motivati da comportamenti della figlia ritenuti scorretti.

Il Procuratore Generale di Bologna, non condividendo la decisione, aveva invece chiesto le condanne sottolineando che la ragazza era stata segregata e liberata solo per essere poi brutalmente picchiata dai congiunti che volevano punirla per la frequentazione di un amico e, più in generale, per il suo stile di vita, non conforme alla loro cultura.

La Suprema Corte ha invece confermato le assoluzioni per i tre imputati, ritenendo che dall’istruttoria dibattimentale fosse emerso con certezza che Fatima, terrorizzata dalla ritorsioni dei familiari perché si era recata al lavoro incontrandosi con un uomo, aveva minacciato di suicidarsi, per cui i familiari furono costretti a legarla per evitare che commettesse atti di autolesionismo, mentre, per quanto riguarda i maltrattamenti, gli stessi apparivano “motivati da comportamenti della figlia ritenuti scorretti, e quindi non esprimenti il necessario requisito di volontà di sopraffazione e disprezzo”.

Da Cittadinolex  la notizia qui 

Il prefetto dice sì al burqa. Ok della Bindi martedì, Ott 9 2007 

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«Per motivi religiosi, si può indossare. Basta sottoporsi all’identificazione».

Il caso Treviso divide il governo. La legge del 1975 e la circolare del 2004: il caos delle norme.

Se la decisione del prefetto di Treviso, Vittorio Capocelli, di legittimare il burqa dovesse accreditarsi come riferimento giuridico e amministrativo a livello nazionale, prossimamente le donne islamiche completamente velate potrebbero frequentare le scuole, essere assunte nei luoghi di lavoro e circolare liberamente ovunque in Italia.

Si tratta di un’ipotesi tutt’altro che remota, visto che ha subito incassato l’approvazione del ministro per la Famiglia, Rosy Bindi. Il caso è stato sollevato dal Corriere del Veneto il 6 ottobre con un articolo di Federica Baretti dal titolo «Il prefetto sfida lo sceriffo: sì al burqa». Dove lo «sceriffo» è il prosindaco leghista Giancarlo Gentilini, l’antesignano della «tolleranza zero» nei confronti dei clandestini e dei delinquenti. E da un secondo articolo del 7 ottobre di Gianni Favero che sintetizza il pensiero della Bindi: «Il burqa? Va tollerato. Il vero rischio è Gentilini».

Cominciamo dai fatti. È di tre anni fa l’ordine di Gentilini alla polizia municipale di arrestare le donne con il burqa ai sensi dell’articolo 5 della legge 152 del 1975 che vieta di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Con il suo tono notoriamente colorito Gentilini ha sentenziato: «Il burqa? Una mascherata permessa a Carnevale, ma che non può essere tollerata tutti i giorni dell’anno». Ebbene, il 5 ottobre scorso, al termine di una riunione con la Consulta per l’immigrazione e l’associazione Migrantes, Capocelli ha emesso la seguente decisione: «Se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all’identificazione e alla rimozione del velo».

Il prefetto fonda probabilmente il suo atteggiamento sulla circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004, che legittima il burqa in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e una «pratica devozionale ». Una posizione che dovrebbe essere formalizzata in un documento da rendere noto nei prossimi mesi. Il giorno successivo il ministro Bindi si schiera dalla parte del prefetto: «Allo stesso modo con il quale vogliamo vedere i crocifissi appesi nelle nostre aule siamo tenuti a essere rispettosi del velo con cui le donne islamiche si coprono il volto. Se viene liberamente portato è un segno della propria civiltà». Da notare che la Bindi difende il velo che copre il volto, non semplicemente i capelli, quindi appunto il burqa…[continua…]

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Meno tutela per gli avvocati sottoposti a procedimento disciplinare martedì, Ott 9 2007 

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Garanzie ridotte per gli avvocati sottoposti dall’ordine a procedimenti disciplinari. Infatti, se gli viene contestato un fatto per cui sono sotto processo penale, non hanno tutta la tutela riservata a qualunque imputato: una delibera consiliare di rinvio a giudizio invece della semplice citazione disposta dal Presidente del Consiglio dell’ordine e una fase istruttoria in senso stretto.

È quanto emerge dalla sentenza n. 20843 depositata dalle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione il 5 ottobre 2007.

Da Cassazione.net    la notizia qui