Mancata esecuzione del provvedimento di un giudice civile: quando è penalmente rilevante? mercoledì, Ott 10 2007 

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Corte di Cassazione Sezioni Unite penali sentenza 5 ottobre 2007, n. 36692.

Il mero rifiuto di ottemperare ai provvedimenti giudiziali ex art. 388 comma 2 c.p. non costituisce un comportamento elusivo penalmente rilevante, a meno che la natura personale delle prestazioni imposte ovvero la natura interdittiva dello stesso provvedimento esigano per l’esecuzione il contributo dell’obbligato.

Infatti l’interesse tutelato sia dal primo che dal secondo comma dell’articolo 388 c.p. non è l’autorità in sè delle decisioni giurisdizionali, bensì l’esigenza costituzionale di effettività della giurisdizione.
Questo è quanto ha ribadito la Suprema Corte nella sentenza n. 36692 dello scorso 5 ottobre, ricomponendo un contrasto di giurispudenza sui limiti di rilevanza a norma dell’art. 388 comma 2 c.p. della condotta elusiva “dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito”.

Il fatto: la Corte d’appello di Genova confermava la dichiarazione di colpevolezza di una donna in ordine al delitto di elusione dell’esecuzione dell’ordinanza possessoria con la quale il giudice civile le aveva ingiunto la restituzione ai proprietari di un magazzino di un’area pertinenziale al magazzino stesso.

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Intervento del Fondo di Garanzia Inps: fallimento delle società e procedure concorsuali mercoledì, Ott 10 2007 

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Suprema Corte di Cassazione, sezione Lavoro Civile, sentenza n. 19702 del 24 settembre 2007. 

A garanzia del TFR l’Inps interviene nel fallimento, ma anche nel trasferimento d’azienda.

Con sentenza del 24 settembre 2007, n. 19702, la Corte di Cassazione, sezione Lavoro Civile, ha rigettato il ricorso dell’Inps che non è intervenuto a pagare il TFR ad un dipendente di alcune società (prima srl, poi spa) richiamando la direttiva Cee 20 ottobre 1980, n. 80/987 che prevede che la direttiva stessa si applichi ai “diritti” dei lavoratori dipendenti dai datori di lavoro “in stato di insolvenza, che riguarda il patrimonio del datore di lavoro ed è volto a soddisfare collettivamente i creditori di quest’ultimo”.

In tale ottica, secondo la Cassazione risulta stabilito che l’applicazione della direttiva è subordinata alla soggezione del datore di lavoro a fallimento oppure ad altra procedura concorsuale, con analoga finalità liquidatoria del patrimonio del debitore
Per la Cassazione, quindi, il Fondo di garanzia deve sostituirsi in tali casi al datore di lavoro – inadempiente per insolvenza, appunto – nel pagamento del TFR….[continua…]

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Lo status giuridico di figlio diventa “unico” mercoledì, Ott 10 2007 

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Delega al Governo per la revisione della normativa in materia di filiazione.

In esame in Commissione Giustizia di Montecitorio il disegno di legge contenente la delega al Governo per la revisione della normativa in materia di filiazione.
Fissato il 2 ottobre il termine per la presentazione degli emendamenti.Il provvedimento è composto da tre articoli:

L’articolo 1 sostituisce l’art. 315 del c.c. al fine di ribadire i doveri del figlio nei confronti verso i genitori e di ampliare, altresì, i diritti del figlio nelle relazioni familiari. Stabilisce che figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni. Ha, altresì, il diritto di crescere in famiglia, di mantenere rapporti significativi con i parenti e, se capace di discernimento, di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Per quanto riguarda i doveri, il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa.
Lo stesso articolo 1
inserisce nel codice civile il nuovo articolo 315bis che mira a rendere “unico” lo stato giuridico di figlio senza distinzione tra figli nati nel matrimonio o fuori del matrimonio.

L’articolo 2 contiene la delega al Governo per la revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione al fine di eliminare ogni “residua ingiustificata disparità di trattamento tra i figli nati nel matrimonio e i figli nati fuori del matrimonio o da matrimonio putativo“. Vengono elencati, quindi, i criteri direttivi ai quali il Governo dovrà attenersi nell’attuare la delega.

L’articolo 3, infine, stabilisce che il Governo entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto o dei decreti legislativi di cui all’articolo 2 apporti le necessarie e conseguenti modifiche alla disciplina dettata in materia di ordinamento dello stato civile.

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Le rinunzie, in sede conciliativa, a crediti del lavoratore, non hanno efficacia nei confronti dell’INPS mercoledì, Ott 10 2007 

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Il dipendente può perciò agire nei confronti dell’azienda per ottenere la sua condanna al pagamento dei contributi previdenziali (Cassazione Sezione Lavoro n. 17670 del 13 agosto 2007, Pres. Ianniruberto, Rel. Miani Canevari).

Giuseppe M., dipendente della S.p.A. Sada, nel 1996 è stato collocato in mobilità. Dopo avere impugnato il licenziamento egli ha sottoscritto con l’azienda, davanti all’Ufficio del Lavoro di Napoli, nel dicembre del 1996, un verbale di conciliazione che gli ha attribuito, oltre al trattamento di fine rapporto, circa 65 milioni di lire per incentivo all’esodo e 70 milioni di lire a fronte della rinuncia a ogni diritto derivante dal rapporto di lavoro. Successivamente il lavoratore ha convenuto davanti al Tribunale di Napoli l’azienda e l’Inps, sostenendo che l’accordo sottoscritto non aveva natura transattiva e chiedendo la condanna dell’azienda al pagamento di somme richieste a vario titolo (ricalcolo del t.f.r. con l’inclusione nella base di computo di retribuzioni erogate “fuori busta”  non conteggiate; indennità sostitutiva delle ferie non godute, differenze derivanti da un’illegittima decurtazione dalla retribuzione). Egli ha chiesto inoltre al Tribunale di ordinare all’azienda di “provvedere al versamento degli oneri per le assicurazioni sociali in favore dell’istante, sulle somme ad esso spettanti”. Il Tribunale ha rigettato la domanda. La Corte d’Appello di Napoli ha confermato questa decisione, affermando che l’accordo sottoscritto dal lavoratore nel dicembre del 1996 precludeva l’esame delle domande di differenze retributive e che non erano assoggettabili a contribuzione previdenziale le somme erogate a fronte delle rinunce contenute nell’accordo, nell’ambito di una transazione novativa. Giuseppe M. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Napoli, tra l’altro, per essersi limitata ad escludere l’obbligo del versamento dei contributi previdenziali sulla somma corrisposta a titolo transattivo, senza motivare sull’assoggettabilità a contribuzione delle somme da lui richieste a titolo di differenze di retribuzione.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 17670 del 13 agosto 2007, Pres. Ianniruberto, Rel. Miani Canevari) ha parzialmente accolto il ricorso. La sentenza impugnata – ha osservato la Corte – pur avendo correttamente affermato che l’accordo sottoscritto precludeva al lavoratore di avanzare nei confronti dell’azienda altre pretese di natura economica – è incorsa in errore allorché ha escluso l’assoggettabilità a contribuzione previdenziale della “ulteriore somma pari a lire 70 milioni lordi, corrisposta … a fronte delle rinunzie contenute nell’accordo transattivo” riferendo tale dazione di denaro ad una transazione novativa, costituente l’unica fonte dei diritti e degli obblighi delle parti. Per questo aspetto – ha affermato la Corte – la decisione non appare conforme a diritto, in quanto il lavoratore ha riferito la propria domanda di condanna della controparte al versamento dei contributi previdenziali non alle somme attribuite con la conciliazione, ma agli importi che sostiene essergli dovuti a titolo di retribuzione corrispostagli mensilmente “fuori busta”, nonché alle somme ancora spettantigli e non corrisposte, per vari titoli quali ad esempio per illegittima decurtazione della retribuzione e indennità sostitutiva ferie.  D’altro canto – ha osservato la Corte – trova qui applicazione il principio secondo cui la transazione intervenuta tra lavoratore e datore di lavoro è estranea al rapporto tra quest’ultimo e l’INPS, avente ad oggetto il credito contributivo derivante dalla legge in relazione all’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, giacché alla base del credito dell’ente previdenziale deve essere posta la retribuzione dovuta e non quella corrisposta, in quanto l’obbligo contributivo del datore di lavoro sussiste indipendentemente dal fatto che siano stati in tutto o in parte soddisfatti gli obblighi retributivi nei confronti del prestatore d’opera, ovvero che questi abbia rinunziato ai suoi diritti…[continua…]

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E’ reato l’esercizio abusivo della professione medica di omeopata mercoledì, Ott 10 2007 

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Suprema Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 6 settembre 2007, n. 34200.
Per il soggetto privo della laurea in medicina e dell’abilitazione all’esercizio.

La Suprema Corte di Cassazione, sezione VI penale, con la sentenza del 6 settembre 2007, n. 34200, ha stabilito che costituisce reato di esercizio abusivo della professione medica (art. 348 c.p.), la prescrizione di cure omeopatiche senza il possesso della prescritta abilitazione professionale, che si ottiene solo dopo il conseguimento della laurea, il superamento dell’esame di Stato e l’iscrizione all’albo professionale.

Fatto e diritto
Il tribunale aveva condannato per esercizio abusivo della professione medica un individuo che aveva effettuato visite mediche, diagnosi e terapie, senza aver conseguito alcuna abilitazione.
La Corte di appello di Bologna, in riforma della decisione del Tribunale, lo aveva assolto asserendo che il fatto non sussisteva in quanto tutti i testimoni avevano riferito che l’individuo non aveva compiuto atti riconducibili all’esercizio della professione medica.

La difesa dell’imputato
I clienti del falso omeopata erano consapevoli che l’imputato non aveva conseguito alcuna laurea in medicina, che la sottoposizione alle cure omeopatiche era avvenuta per libera scelta ed, in alcuni casi, con il contemporaneo ricorso alla medicina tradizionale; non sussisteva poi la prova certa che l’imputato avesse effettuato diagnosi o eseguito visite. Con tutta probabilità, inoltre, le annotazioni di patologie erano relative a diagnosi riferite dai clienti, le prescrizioni “terapeutiche” riguardavano prodotti omeopatici di origine naturale innocui ed inidonei ad interagire con altri farmaci ed in un solo caso aveva sconsigliato l’uso della tachipirina.

La decisione della Cassazione
La Cassazione penale aveva chiarito che la libera scelta dei pazienti era irrilevante rispetto al reato, rilevando l’importanza del mancato conseguimento di titoli abilitativi, a prescindere dalla capacità di effettuare le cure e dall’esito di esse. Inoltre, secondo la Corte, anche l’innocuità dei prodotti prescritti era irrilevante rispetto al reato che si concretizza nel momento in cui vengono effettuate prescrizioni (anche verbali) o effettuate somministrazioni dirette di sostanze specificamente indirizzate all’eliminazione di una malattia o a lenirne i sintomi, comunque qualificabili come atti di esclusiva competenza del medico.
Secondo la Cassazione, inoltre, ciò vale anche se si argomenta di escludere l’omeopatia dalle professioni mediche per il fatto che tale attività non è oggetto di disciplina universitaria o di successiva professione per la quale è necessaria l’acquisizione di un titolo di Stato, in quanto la detta metodologia si esplica in un campo – la cura delle malattie – corrispondente appunto a quello della medicina, per così dire, ufficiale: lo stesso oggetto dell’omeopatia, di fatto, non sembra così diverso da quello della medicina tradizionale, poichè, pur se attuato con metodi e tecniche da questa non riconosciuti, è finalizzate alla diagnosi e alla cura delle malattie dell’uomo.

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