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In particolare quando non vi siano state reciproche concessioni (Cassazione Sezione Lavoro n. 20781 del 4 ottobre 2007, Pres. Senese, Rel. Stile).

Adriano M. dipendente della Rai, quando gli è stato corrisposto il trattamento di fine rapporto ha sottoscritto un “atto di quietanza” predisposto dall’azienda e contenente dichiarazioni di rinuncia a ogni diritto derivante dal rapporto di lavoro. L’importo riscosso era esattamente quello dovutogli per trattamento di fine rapporto. Il lavoratore, peraltro, prima di firmare, ha apposto di suo pugno, in calce all’atto predisposto dall’azienda le parole “con riserva di ogni mio diritto”. Successivamente egli ha chiesto al Pretore di Roma la condanna della Rai al pagamento di differenze di retribuzione dovutegli per vari titoli. L’azienda si è difesa sostenendo che la domanda doveva ritenersi preclusa per effetto della dichiarazione transattiva in precedenza sottoscritta dal dipendente.

Il Pretore ha rigettato il ricorso in quanto ha ritenuto fondata l’eccezione sollevata dalla Rai. Questa decisione è stata confermata, in grado di appello, dal Tribunale di Roma. Il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Roma per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 20781 del 4 ottobre 2007, Pres. Senese, Rel. Stile) ha accolto il ricorso. Nel caso in esame – ha osservato la Corte – il Giudice d’appello, nella sentenza gravata, non solo ha omesso, anche laddove ha riportato il contenuto dell’atto in discussione, di trascrivere la dicitura “con riserva di ogni mio diritto”, ma ha mostrato altresì di ignorarne la presenza, non facendone cenno alcuno; inoltre ha omesso di motivare sulla ulteriore circostanza, idonea anch’essa ad acquisire connotati di rilevanza e decisività, che la somma menzionata nella dichiarazione sottoscritta da Adriano M. corrispondeva esattamente all’ammontare dovuto al lavoratore dell’azienda a titolo di t.f.r.. Tale corrispondenza – ha affermato la Corte – ben potrebbe costituire significativo indice che l’atto non abbia valore di transazione, sicché la dichiarazione di voler transigere ogni diritto derivante dall’intercorso rapporto di lavoro sia soltanto clausola di mero stile; è principio del nostro ordinamento giuridico (confermato dalla giurisprudenza costante) che affinché un atto possa qualificarsi “atto di transazione” è necessario lo scambio di reciproche concessioni con la controparte, sicché, ove manchi l’elemento dell’aliquid datum aliquid retentum, essenziale ad integrare lo schema della transazione, questa non è configurabile.

La Cassazione ha rinviato la causa, per nuovo esame, alla Corte d’Appello di Roma. 

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