Affido condiviso: ricorsi senza indagini di merito martedì, Ott 23 2007 

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Non solo questioni di natura sostanziale. La legge 54/2006 sull’affidamento condiviso ha inciso anche su profili attinenti al rito. Come, per esempio, la ricorribilità contro i provvedimenti temporanei emessi dal presidente del tribunale nell’interesse dei coniugi e dei figli quando fallisce il tentativo di conciliazione.

E, contro tali decisioni, le richieste di istruttorie ampie e complesse non sono ammissibili in sede di reclamo in Corte d’appello. Il magistrato di secondo grado può valutare i profili di erroneità dell’ordinanza «immediatamente rilevabili». Ma non quelli da accertare in seguito a un’accurata attività d’indagine che non attiene alla sfera delle sue competenze.

Così la Corte d’appello di Caltanissetta, con un decreto depositato lo scorso 4 ottobre, iscrive la sua linea interpretativa agli orientamenti giurisprudenziali sui ricorsi in base al nuovo articolo 708 del Codice di procedura civile, modificato dalla normativa del 2006. Per il collegio nisseno (presidente Perrino, estensore Porracciolo), l’ordinanza presidenziale ha «natura ed efficacia meramente incidentale nel processo di separazione personale». Si tratta, in sostanza, di un provvedimento fondato su ragioni di provvisorietà e urgenza.

La sua finalità è dettare una regolamentazione dei rapporti tra i coniugi e nei confronti dei figli in attesa del giudizio di separazione per il quale «è previsto lo svolgimento dell’attività istruttoria e nella cui decisione finale sono destinati a essere assorbiti».

È questo il cardine della motivazione con cui è stato rigettato il reclamo di un padre che chiedeva la revisione dell’affidamento esclusivo della figlia alla madre o la riduzione dell’assegno di mantenimento, disposti con la pronuncia del presidente del tribunale di primo grado. Per dimostrare «l’erroneità della scelta» il ricorrente proponeva alla Corte d’appello di disporre accertamenti, avvalendosi delle forze di polizia e dei servizi sociali.

La risposta dei giudici è che l’istanza si fonda «su una serie di ragioni allo stato non provate e non suscettibili di approfondimento perché richiedenti un’inammissibile istruttoria». Ma non basta. Perché, tenuto conto dell’età della bambina, «è senz’altro la madre il genitore con il quale è opportuno che la bambina stessa conviva».

Per quanto riguarda, invece, la riduzione del contributo di mantenimento la Corte non è messa nelle condizioni di valutare quale sia la reale situazione patrimoniale del ricorrente. In quanto, la richiesta è ancorata alla perdita dei benefici fiscali per l’abbandono del tetto coniugale da parte della partner con la conseguente diminuzione della busta paga. Ma il reclamante non ha presentato a sostegno di tale asserzione né la dichiarazione dei redditi riferita all’anno precedente né una busta paga recente.

Del resto, sottolineano i magistrati siciliani, sono due le considerazioni che incidono sulla quantificazione dell’assegno. Da un lato vanno valutate le situazioni patrimoniali dei soggetti, comprensive non solo dei redditi in senso stretto, ma anche dei cespiti di cui essi abbiano il diretto godimento e di ogni altra utilità suscettibile di stima economica. Dall’altro, non è necessaria la determinazione dell’esatto importo dei proventi percepiti attraverso l’acquisizione di dati numerici. È necessaria, invece, «un’attendibile ricostruzione delle suddette situazioni complessive, nel rapporto delle quali risulti consentita l’erogazione di una somma di danaro».

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

La revoca del licenziamento non produce effetti se non è accettata dal lavoratore – Per l’accettazione non è richiesta la forma scritta martedì, Ott 23 2007 

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Perché la revoca del licenziamento produca effetti giuridici, con il conseguente ristabilimento del rapporto di lavoro, è necessario che essa sia accettata dal lavoratore. La revoca del licenziamento non richiede la forma scritta. Deve infatti applicarsi il principio secondo cui i negozi risolutori degli effetti di atti richiedenti – come il licenziamento – la forma scritta non sono assoggettati ad identici requisiti formali in ragione dell’autonomia negoziale, di cui la libertà di forma costituisce – in mancanza di diversa prescrizione legale – significativa espressione.

Da qui anche l’ammissibilità di una accettazione della revoca del licenziamento in forma tacita sulla base di comportamenti (commissivi od omissivi) del lavoratore (Cassazione Sezione Lavoro n. 20901 del 5 ottobre 2007, Pres. Mattone, Rel. Stile).

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

Malattia professionale: obblighi del lavoratore martedì, Ott 23 2007 

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La denuncia della malattia professionale deve essere fatta dall’assicutato al datore di lavoro entro il termine 15 giorni dalla manifestazione di essa sotto pena di decadenza dal diritto a indenizzo per il tempo antecedente la denuncia.

Tale denuncia si intende avvenuta con la richiesta di visita medica a domicilio ovvero con la diretta presentazione dell’ammalato all’ambulatorio.

La manifestazione della malattia professionale si considera verificata dal primo giorno di completa astensione dal lavoro a causa della malattia stessa.

per le forma morbose che non trovino riscontro nell’elencazione tabellare, il lavoratore deve dimostrare secondo le norme di diritto comune, i fatti che costituiscono fondamento del diritto che intende esercitare e ,cioè, l’esistenza di una malattia contratta nell’esercizio e a causa dell’attività lavorativa prestata.

Vedi anche:  Malattia professionale: obblighi del datore di lavoro

Vedi anche:   Malattia professionale: obblighi del medico

Rischia una pena severa l’avvocato che depista le indagini sul suo assistito martedì, Ott 23 2007 

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Rischia una condanna per favoreggiamento l’avvocato che depista le indagini su un suo assistito. Anche se è convinto dell’innocenza del cliente.

Lo ha stabilito la Suprema Corte con la sentenza n. 38516 del 18 ottobre 2007.

Da Cassazione.net    la notizia qui

Case popolari: una persona bisognosa che le occupa commette reato martedì, Ott 23 2007 

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Di Seguito segnaliamo una recentissima sentenza della Corte di Cassazione che contrasta con un’altra sentenza della medesima Corte  in tema di occupazione di alloggi pubblici

Una persona bisogna che, senza alcun titolo, occupa una casa popolare commette un reato.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 37139 del 9 ottobre 2007.