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Il caso: un paziente confessa al suo psichiatra durante una seduta di aver commesso abusi su tre sue nipoti. Il medico decide di denunciarlo all’autorità giudiziaria.
Il caso apre un dibattito: in ambito penale esistono giuste cause di rivelazione del segreto professionale?

A cura di Giuseppe Troccoli
Psichiatra, Criminologo, Medico Legale
Sezione di Criminologia e Psichiatria Forense
Università degli Studi di Bari

Tema senz’altro da sempre dibattuto è quello che attiene la linea sottile che separa l’obbligo del segreto professionale dalla possibilità – che in certi casi specifici diviene un obbligo di legge – della sua rivelazione. Tali dubbi e riflessioni diventano sempre più cogenti, soprattutto quando ci si trova di fronte a casi di evidente gravità, come ad esempio può configurarsi per le varie forme di violenza sessuale – in particolare la pedofilia – ovvero nell’eventualità in cui si possa prospettare un serio pericolo per l’incolumità di terzi.
Punto di partenza basilare è che il segreto professionale del medico non deve essere rivelato. Su tale assunto concordano sia le indicazioni del Codice di Deontologia Medica, che il Codice Penale.
Dal punto di vista deontologico (Art. 10, C.D.M.), “Il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o di cui venga a conoscenza nell’esercizio della professione”. Tale obbligo non decade neanche con il decesso del paziente, o con la cancellazione del medico dall’albo professionale, ovvero nemmeno nei casi in cui sia richiesta la testimonianza di fronte ad un Giudice: “Il medico non deve rendere al Giudice testimonianza su fatti e circostanze inerenti il segreto Professionale”.

In ambito penale, la rivelazione del segreto professionale è contemplata nei delitti contro la persona (art. 622 c.p.): “Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento…”.
Ne deriva, pertanto, in posizione concorde sia nell’ottica deontologica, che penale, che la rivelazione del segreto non può avvenire, a meno che non sussistano particolari circostanze motivate da una giusta causa.
In tal senso, il codice deontologico individua come tali l’adempimento di un obbligo previsto dalla legge, la “richiesta o autorizzazione da parte” del paziente “subordinatamente ad una preventiva informazione sulle conseguenze e sull’opportunità della rivelazione stessa” (Art. 11, C.D.M.), “ovvero quando vi sia la necessità di salvaguardare la vita o la salute del paziente o di terzi nell’ipotesi in cui il paziente medesimo non sia in grado di prestare il proprio consenso”, come “anche in caso di diniego dell’interessato ove vi sia l’urgenza di salvaguardare la vita o la salute di terzi” (Art. 12, C.D.M.).
Le giuste case “legittime” di rivelazione del segreto si dividono tradizionalmente in Imperative (denunce sanitarie e certificati obbligatori, referto e denuncia giudiziaria, perizia, etc…) e Permissive (consenso dell’avente diritto, stato di necessità, caso fortuito o forza maggiore, difesa legittima, etc…).

L’obbligo di referto (Art. 365 c.p.) riguarda “Chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d’ufficio”, a meno che ciò possa esporre l’assistito ad un procedimento penale. Ciò, in un’ottica di salvaguardia della salute individuale.

La denuncia giudiziaria, invece, è obbligatoria per il medico che riveste la carica di pubblico ufficiale (Art. 361 c.p.) o di incaricato di pubblico servizio (Art. 362 c.p.), che deve denunciare all’Autorità Giudiziaria qualsiasi reato procedibile d’ufficio di cui sia venuto a conoscenza nell’esercizio ed a causa delle sue funzioni.

Da Il Sole 24 Ore  la notizia qui

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