In caso di licenziamento collettivo, l’azienda non può limitarsi a indicare i criteri di scelta, ma deve anche precisare le loro modalità di applicazione mercoledì, Gen 16 2008 

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IN CASO DI LICENZIAMENTO COLLETTIVO, L’AZIENDA NON PUO’ LIMITARSI A INDICARE I CRITERI DI SCELTA, MA DEVE ANCHE PRECISARE LE LORO MODALITA’ DI APPLICAZIONE – In base alla legge n. 223/91 (Cassazione Sezione Lavoro n. 26685 del 18 dicembre 2007, Pres. Cuoco, Rel. Celentano).

Per un licenziamento collettivo attuato nel 1998 la Compagnia Internazionale delle Carrozze Letto e del Turismo, ha concordato con le organizzazioni sindacali come criteri di scelta del personale da mantenere in servizio il “carattere fiduciario” delle mansioni e la loro collocazione nella “area strategica”. Al termine della procedura l’azienda ha comunicato l’elenco dei lavoratori che, non avendo i titoli per essere mantenuti in servizio in base ai due criteri indicati, venivano licenziati.

Claudio D., incluso fra gli esuberi, per avere riportato il punteggio “zero”, ha impugnato il licenziamento davanti al Tribunale di Roma, sostenendo che l’azienda non aveva motivato l’attribuzione di tale punteggio. La C.I.C.L.T. si è difesa sostenendo che il lavoratore apparteneva alla direzione commerciale e che tale struttura, non rientrando nel “core business” aziendale, non poteva definirsi strategica. Il Tribunale ha annullato il licenziamento e ha condannato l’azienda al risarcimento del danno e alla reintegrazione nel posto di lavoro, in quanto ha ravvisato la violazione degli articoli 4 e 5 L. n. 223 del 1991.

La Corte d’Appello di Roma ha rigettato l’appello dell’azienda, osservando che essa non aveva preventivamente indicato, relativamente ai criteri del carattere fiduciario delle mansioni e dell’appartenenza delle stesse all’area strategica, le modalità per il calcolo dei relativi punteggi; in sostanza non aveva chiarito come sarebbero stati applicati i due criteri, così impedendo ogni controllo a posteriori sulla regolarità della procedura e l’accertamento della sussistenza della buona fede. L’azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Roma, per non avere, tra l’altro, ammesso la prova testimoniale da essa offerta.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 26685 del 18 dicembre 2007, Pres. Cuoco, Rel. Celentano), ha rigettato il ricorso, in quanto ha ritenuto che la sentenza impugnata sia stata adeguatamente motivata. La accertata violazione dell’obbligo di preventiva indicazione delle modalità di applicazione dei due criteri di scelta (fiducia e carattere strategico) – ha affermato la Corte – è sufficiente a giustificare l’annullamento del licenziamento, atteso che le prove testimoniali non potevano certo riguardare le ragioni della applicazione di modalità non previamente stabilite.  

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

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Reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto mercoledì, Gen 16 2008 

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Cassazione, Sezione III Penale, sentenza n.1996 depositata il 15/01/2008

Con la sentenza n.1996/08 i giudici della III Sez. Penale della Suprema Corte riaffermano il principio secondo cui oggetto della sanzione di cui all’art. 2 del D.lgs. 74/2000 recante “Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205 ” – riforma del sistema penale-tributario in attuazione dell’articolo 9 della legge 2506.1999, n. 205 – è ogni tipo di divergenza tra la realta’ commerciale e la sua espressione documentale.

Per la Corte il reato di cui all’art. 2 del D.lgs. 74/2000 sussiste sia in ipotesi di inesistenza oggettiva assoluta dell’operazione sia di inesistenza oggettiva relativa e dunque sia qualora l’operazione non sia mai stata posta in essere sia nell’ipotesi in cui l’operazione sia stata realizzata ma per quantitativi inferiori rispetto a quelli indicati in fattura.La Corte ha altresì ritenuto di dover precisare che la previsione di cui all’art. 2 del D.lgs. 74/2000 “assorbe” l’ipotesi prodromica di utilizzazione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti di cui all’art. 4 lett. d) della legge n.576/1982; ai sensi della legge 516/1982 esistevano infatti due condotte distinte: quella dell’inserimento di fatture false in contabilita’ sanzionata ex art. 4, lett d) e quella dell’utilizzazione dei relativi costi fittizi in dichiarazione punibile ai sensi dell’art. 4, lett. f).

Siffatti chiarimenti sono stati resi dalla Corte nel corpus motivazionale della sentenza di accoglimento del ricorso proposto dal rappresentante legale di una s.r.l – per violazione di legge e vizio di motivazione -avverso la sentenza della Corte di Appello di Catania con cui questi era stato giudicato penalmente responsabile per aver fatto registrare nelle scritture contabili obbligatorie numerose fatture relative ad operazioni inesistenti al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto.

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

Nell’assegno di mantenimento va valutato il lavoro della casalinga mercoledì, Gen 16 2008 

casalinga.jpgIl lavoro della casalinga contribuisce a formare il patrimonio della famiglia quindi se ne deve tenere conto ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento.

Sentenza della Cote di Cassazione n. 593 del 14 gennaio 2008.

Da Cassazione.net   la notizia qui