Il lavoratore che, per giustificare un’assenza,ottiene un certificato medico dichiarando, contrariamente al vero,una sintomatologia dolorosa, può essere condannato per truffa e falso ideologico venerdì, Gen 25 2008 

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IL LAVORATORE CHE, PER GIUSTIFICARE UN’ASSENZA, OTTIENE UN CERTIFICATO MEDICO DICHIARANDO, CONTRARIAMENTE AL VERO, UNA SINTOMATOLOGIA DOLOROSA, PUO’ ESSERE CONDANNATO PER TRUFFA E FALSO IDEOLOGICOIn base agli articoli 640, 48 e 481 codice penale (Cassazione Sezione Seconda Penale n. 1402 dell’11 gennaio 2008, Pres. Cosentino, Rel. Ambrosio).

Giuseppe C., dipendente del Ministero di Giustizia con mansioni di conducente di automezzi, affetto da artrosi lombo sacrale con doppia discopatia, ha ottenuto alcuni certificati medici attestanti la sua necessità di riposo, dichiarando al sanitario una sintomatologia dolorosa acuta. Nei periodi di assenza dal lavoro giustificati con tali certificati, egli si è recato in luoghi di vacanza ove ha praticato gli sport dello sci e del tennis. Conseguentemente egli è stato sottoposto a processo penale e condannato alla pena di un anno di reclusione e 300,00 euro di multa dal Tribunale di Ancona, che lo ha dichiarato responsabile del reato di truffa in danno dello Stato (art. 640 cpv. n. 1 cod. pen.) e di induzione a commettere falsità ideologica (artt. 48 e 481 cod. pen.).

Il Tribunale ha ritenuto che l’imputato, dichiarando, contrariamente al vero, inesistenti sintomi di lombalgia acuta, abbia indotto i medici in errore, inducendoli a rilasciare false attestazioni di inabilità al lavoro. I medici escussi come testi – ha osservato il Tribunale – hanno fornito un riscontro tecnico a un dato di comune esperienza e, cioè, che la lombalgia acuta comporta un irrigidimento del rachide, una limitazione delle capacità deambulatorie e una impossibilità di svolgere le comuni mansioni, con necessità di riposo assoluto almeno nei primi giorni e, successivamente, di una modesta attività fisioterapica; si trattava perciò di una situazione del tutto incompatibile con la pratica dello sci e del tennis, cui invece risultava essersi dedicato il lavoratore, posto che tali attività sportive implicavano una iperattività dei muscoli lombari e una sollecitazione della schiena particolarmente intensa.

Questa decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Ancona. Giuseppe G. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione impugnata per illogicità della motivazione e violazione di legge, sostenendo in particolare che avrebbe dovuto essere disposta una perizia medica.

La Suprema Corte (Sezione Seconda Penale n. 1402 dell’11 gennaio 2008, Pres. Cosentino, Rel. Ambrosio) ha dichiarato il ricorso inammissibile. L’affermazione di responsabilità – ha osservato la Corte – poggia sul positivo accertamento della presenza del dipendente in luoghi di vacanza, dove si dedicava ad attività del tutto incompatibili con l’asserito stato di malattia o la necessità di cure termali-fisioterapiche; l’accertamento peritale – per sua natura mezzo di prova “neutro” – non può ricondursi al concetto di “prova decisiva”, la cui mancata assunzione possa costituire motivo di ricorso per Cassazione, ai sensi dell’articolo 606, comma 1, lettera “d”, del cod. proc. pen., in quanto il ricorso o meno a una perizia è attività sottratta al potere dispositivo delle parti e rimessa essenzialmente al potere discrezionale del giudice, la cui valutazione, se assistita da adeguata motivazione, è insindacabile in sede di legittimità. Nel caso in esame – ha affermato la Corte – i Giudici di appello hanno implicitamente, ma inequivocamente affermato l’inutilità del mezzo tecnico, osservando che i sanitari assunti come testi avevano fornito un “riscontro tecnico” di nozioni che fanno parte del bagaglio della comune esperienza.

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

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Mutui casa, richieste boom per le rinegoziazioni venerdì, Gen 25 2008 

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Il mercato italiano dei mutui, secondo gli ultimi dati forniti dalla Banca d’Italia sulle nuove erogazioni, si mantiene stabile.

Tuttavia, di fronte all’incertezza a seguito della crisi estiva dei mutui subprime e al rischio di un nuovo aumento degli oneri derivanti da un finanziamento a tasso variabile, per i prossimi mesi, ad avere la meglio sarà ancora la fattispecie a tasso fisso. Nel frattempo sempre più famiglie chiedono di ottenere condizioni più favorevoli per il prestito stipulato in precedenza, mentre la portabilità, a causa anche della resistenza del fronte bancario, fatica a decollare.

«Allo stato attuale circa il 40/50% dei nostri clienti è ancora orientato sulla tipologia a rata fissa, anche se ritengo che non esista una fattispecie migliore in assoluto, occorre valutare caso per caso, considerando anche l’età del soggetto in questione. – afferma Alessandra Pissinis, responsabile commerciale Area Crediti Gruppo Banca Sella – Da parte nostra comunque, dopo l’ampliamento dell’offerta per permettere di migliorare le condizioni economiche a chi avesse acceso un mutuo in passato, abbiamo riscontrato un notevole aumento delle richieste di rinegoziazione, mentre decisamente minore risulta il numero di chi decide di optare per una surroga». Pertanto, ad esempio, si potrebbe negoziare un allungamento del periodo di ammortamento, al fine di spalmare il debito residuo su un numero maggiore di rate, ognuna di importo più basso rispetto al precedente piano di rimborso…[continua…]

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

La sindrome da mobbing venerdì, Gen 25 2008 

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di Pierguido Soprani, magistrato

Si verifica una situazione di mobbing quando un dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori e, in particolare, quando vengono poste in essere pratiche dirette ad isolarlo dall’ambiente di lavoro o ad espellerlo con la conseguenza di intaccare gravemente l’equilibrio psichico dello stesso, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in se stesso e provocando catastrofe emotiva, depressione e talora persino il suicidio. La responsabilità del datore di lavoro deriva dall’art. 2087 c.c. che impone di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori.

Il mobbing è un fenomeno patologico che può essere riguardato da molti punti di vista.
Tralasciamo, in questa sede, l’analisi della valenza sociale del fenomeno, che peraltro bene è espressa in una recente pronuncia del Tribunale di Torino (sez. lavoro, 16 novembre 1999 (ud. 6/10/99), n. 5050 – Est. Ciocchetti – Parti: Erriquez c. Ergom Materie Plastiche S.p.A., ove si afferma che si verifica una situazione di mobbing aziendale (1) “allorché il dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori e, in particolare, vengono poste in essere nei suoi confronti pratiche dirette ad isolarlo dall’ambiente di lavoro e, nei casi più gravi, ad espellerlo; pratiche il cui effetto è di intaccare gravemente l’equilibrio psichico del prestatore, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in se stesso e provocando catastrofe emotiva, depressione e talora persino suicidio”), per soffermarci sulle considerazioni inerenti al rilievo che, in ambito giuridico penale, possono assumere le condotte di mobbing.

Se, in termini civilistici, l’incidenza del mobbing sul contratto di lavoro deriva dalla violazione di quella norma -l’art. 2087 c.c.- che si assume contrattualizzata indipendentemente da una specifica previsione delle parti, e che genera una responsabilità, in capo al datore di lavoro, di risarcire il danno sia al patrimonio professionale (c.d. danno da dequalificazione), sia alla personalità morale e alla salute latamente intesa (cosiddetto danno biologico e neurobiologico) subiti dal lavoratore, essendo indubbio che l’obbligo previsto dalla disposizione contenuta nell’art. 2087 c.c. “non è circoscritto al rispetto della legislazione tipica della prevenzione, bensì (come emerge dall’interpretazione della norma in aderenza ai principi costituzionali e comunitari) implica altresì il dovere di astenersi da comportamenti lesivi dell’integrità psicofisica del lavoratore” (Cass. civ., sez. lav., 17 luglio 1995, n. 7768, Rossi e altro c. Felici), resta nondimeno il problema di come -ed in che termini- qualificare l’eventuale disvalore e rilevanza penale del mobbing…[continua…]

Da Stop Mobbing   la notizia qui

Il licenziamento disciplinare può essere ritenuto illegittimo se in casi analoghi l’azienda ha applicato una sanzione minore venerdì, Gen 25 2008 

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IL LICENZIAMENTO DISCIPLINARE PUO’ ESSERE RITENUTO ILLEGITTIMO SE IN CASI ANALOGHI L’AZIENDA HA APPLICATO UNA SANZIONE MINORE – Ad altri dipendenti (Cassazione Sezione Lavoro n. 144 dell’8 gennaio 2008, Pres. Mattone, Rel. Roselli).

Carmine L., dipendente della s.p.a. Telecom Italia, è stato sottoposto a procedimento disciplinare e licenziato con l’addebito di avere contravvenuto al divieto di inviare messaggi scritti di natura personale con l’apparecchio telefonico portatile di servizio. Egli ha impugnato il licenziamento davanti al Tribunale di Napoli, rilevando, tra l’altro, l’eccessività della sanzione. Il Tribunale ha annullato il licenziamento ordinando all’azienda di reintegrare il lavoratore e di risarcirgli il danno. La Corte d’Appello di Napoli ha confermato questa decisione affermando che la sanzione doveva ritenersi sproporzionata, considerato che per fatti analoghi l’azienda aveva inflitto ad altri lavoratori la sanzione della sospensione di tre giorni e che non era stata provata alcuna ragione di differenziazione fra il comportamento di Carmine L. e quello degli altri suoi colleghi responsabili della stessa infrazione. L’azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Napoli per avere, tra l’altro, ritenuto applicabile la regola della parità di trattamento, che non può ritenersi vigente nel  rapporto di lavoro privato.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 144 dell’8 gennaio 2008, Pres. Mattone, Rel. Roselli) ha rigettato il ricorso. La discrezionalità del datore di lavoro nel graduare la sanzione disciplinare – ha affermato la Cassazione – non equivale ad arbitrio e perciò egli deve illustrare in forma persuasiva le ragioni che lo inducono a ritenere grave il comportamento illecito del dipendente, tanto da giustificare la più grave delle sanzioni; pertanto esattamente la Corte di Napoli ha ritenuto,  prescindendo da un’asserita assenza del dovere di trattare i lavoratori nello stesso modo, che l’inflizione di sanzioni conservative ad altri lavoratori per fatti illeciti analoghi inducano nel caso concreto a ritenere sproporzionato il licenziamento, in mancanza di ulteriori e specifiche ragioni di diversificazione.

In conclusione – ha rilevato la Corte – l’asserita inesistenza di un obbligo dell’imprenditore di attribuire ai dipendenti, versanti nella medesima situazione di fatto, lo stesso trattamento economico e normativo non esclude che il licenziamento non ad nutum debba essere motivato in modo completo e coerente e che un’incoerenza possa essere ravvisata, con conseguente illegittimità del licenziamento, dal giudice di merito nell’essere stata inflitta sanzione conservativa ad altri dipendenti per il medesimo illecito disciplinare senza specifiche ragioni di diversificazione, ciò che ne esclude una gravità tale da giustificare la sanzione espulsiva.

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

Prodi sconfitto in Senato: cade il governo Il premier al Quirinale: si è dimesso venerdì, Gen 25 2008 

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Voto di fiducia: 161 i no 156 i sì. L’Udeur si spacca, con Cusumano che vota sì: rissa, insulti e lui sviene

ROMA – Non ce l’ha fatta. Il sogno di Romano Prodi si è infranto in Senato di fronte all’arida realtà dei numeri al termine di una lunga giornata cominciata con l’intervento del premier in Aula alle 15 e terminata con Prodi che alle 21 si è recato al Quirinale per rassegnare le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano .

Il presidente del Consiglio e il suo governo non hanno ottenuto infatti la fiducia richiesta. Hanno votato no in 161, mentre i sì sono stati 156. Un senatore (Scalera) si è astenuto, mentre tre erano gli assenti (Andreotti, Pallaro e Pininfarina).

Il premier non è rimasto per ascoltare l’esito del voto, ma durante la votazione è immediatamente tornato a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio è poi andato al Quirinale dove ha rimesso il mandato nelle mani del capo dello Stato. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è riservato di accettarle.

Il Quirinale ha poi comunicato che da venerdì pomeriggio cominceranno le consultazioni, partendo dai presidenti di Camera e Senato a cui Prodi aveva comunicato telefonicamente le sue dimissioni.

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui