Nelle cause di divorzio, in caso di contestazione sui redditi, il giudice non è tenuto a disporre indagini tramite la polizia tributaria mercoledì, Gen 30 2008 

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NELLE CAUSE DI DIVORZIO, IN CASO DI CONTESTAZIONI SUI REDDITI, IL GIUDICE NON E’ TENUTO A DISPORRE INDAGINI TRAMITE LA POLIZIA TRIBUTARIA – Si tratta di una facoltà discrezionale (Cassazione Sezione Prima Civile n. 593 del 14 gennaio 2008, Pres. Luccioli, Rel. Bonomo).

In base all’art. 10 della legge n. 74/1987 nelle cause di divorzio “I coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria.”

L’esercizio del potere officioso di disporre, tramite la polizia tributaria, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra nella discrezionalità del giudice del merito e non può essere considerato come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche.

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

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Chi accusa ingiustamente un superiore può essere legittimamente licenziato mercoledì, Gen 30 2008 

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(Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 23 gennaio 2008, n. 1431 – Gesuele Bellini )

E’ legittimo il licenziamento del lavoratore che, senza averne le prove, accusa ingiustamente un superiore. Così ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza 23 gennaio 2008, n. 1431. La questione ha riguardato una dipendente delle poste S.p.A. che, evidenziando delle irregolarità relativamente a dei contratti in cui era parte la stessa società, aveva provveduto a portarle a conoscenza dei dirigenti dell’azienda aggiungendo delle critiche verso un superiore, e a seguito di ciò aveva ricevuto una contestazione disciplinare sfociata nel licenziamento per giusta causa.

L’interessata proponeva ricorso e il giudice di primo grado, accogliendo parzialmente la sua domanda, ordinava la reintegra dell’interessata nel posto di lavoro. Il giudice d’appello, a cui si sono rivolte entrambi le parti, ricostruendo i fatti emersi, osservava che la lavoratrice non si era limitata ad informare la società di presunte irregolarità commesse, ma era andata “ben oltre….”.

In pratica era risultato che la stessa nel denunciare le irregolarità non si era limitata alla mera informazione, ma nella comunicazione aveva insultato apertamente un superiore, insinuando reiteratamente sospetti sul suo operato e si era rifiutata di collaborare al fine di consentire di fare piena luce sulla vicenda. Perciò il tribunale condannava l’interessata alla restituzione di un’ingente cifra, nonché a rimborsare alla società le spese del doppio grado di giudizio…[continua…]

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Il licenziamento per cumulo di assenze per malattia può essere ritenuto illegittimo mercoledì, Gen 30 2008 

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IL LICENZIAMENTO PER CUMULO DI ASSENZE PER MALATTIA PUO’ ESSERE RITENUTO ILLEGITTIMO SE IL LAVORATORE HA PRESTATO SERVIZIO PER UN CONGRUO PERIODO DOPO LA SCADENZA DEL COMPORTO – In base all’art. 2110 cod. civ. (Cassazione Sezione Lavoro n. 1438 del 23 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis).

Salvatore L. dipendente dell’AMIAT Azienda Multiservizi Igiene Ambientale si è ripetutamente assentato dal lavoro per malattia. Il 23 gennaio 2002 l’azienda gli ha comunicato che egli aveva cumulato 345 giorni di assenza per malattia, ossia 21 giorni meno del limite massimo previsto dal contratto collettivo. Il lavoratore ha ripreso servizio il 29 gennaio 2002 ed ha lavorato ininterrottamente fino al 15 maggio 2002. Si è quindi assentato per infortunio sino al 9 settembre 2002; ha poi ottenuto un congedo parentale di un mese ed ha ripreso servizio il 10 ottobre 2002. Egli è stato licenziato l’11 ottobre 2002, con motivazione riferita al superamento del periodo di comporto di malattia scaduto il 26 gennaio 2002.

Il Tribunale di Torino al quale il lavoratore si è rivolto, ha annullato il licenziamento. La Corte d’Appello di Torino ha rigettato l’impugnazione proposta dall’azienda, osservando che il lavoratore, dopo il superamento del periodo di comporto, aveva lavorato per circa quattro mesi e che aveva successivamente ottenuto un congedo parentale; pertanto la condotta dell’azienda doveva ritenersi incompatibile con la volontà di risolvere il rapporto. L’Amiat ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Torino per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 1438 del 23 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis) ha rigettato il ricorso. Il giudice di appello – ha osservato la Corte – si è dato cura di ricostruire con diligenza lo svolgimento dei fatti ed il comportamento di entrambe le parti, puntualizzando che il susseguirsi delle date di assenze dal lavoro e relative riprese dimostra in maniera univoca come il lavoratore, dopo il superamento del periodo di comporto, lavorò per quasi quattro mesi e, quando doveva tornare in servizio, ottenne un congedo per motivi parentali; la conclusione del giudice di appello è stata pertanto nel senso che tutta la complessiva vicenda è incompatibile con una volontà rescissoria del datore di lavoro, in quanto un periodo ininterrotto di servizio di oltre tre mesi non avrebbe potuto non considerarsi rilevante ai fini della tempestività del recesso, ben potendo in detto periodo essere esperito ogni utile controllo…[continua…]

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