b10045.jpg

Una recente pronuncia del Tribunale di Roma, XIII Sezione, del 29/03/2007, ha riportato all’attenzione degli operatori del diritto una questione che sembrava essere stata risolta dalla Suprema Corte di Cassazione e che può essere così formulata: nel rito del lavoro le parti sono tenute a citare i testimoni di cui si chiede l’ammissione per l’udienza di discussione, al fine di consentirne l’immediata assunzione da parte del giudice?

Prima di analizzare la soluzione prospettata dal giudice di merito, relativa ad un caso in cui ha trovato applicazione la recente e tanto discussa legge 102/2006, che ha esteso il rito del lavoro alle cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni, conseguenti ad incidenti stradali, è opportuno effettuare un breve riepilogo delle disposizioni normative che devono essere prese in considerazione:
– l’art. 420, 5° comma, c.p.c. prevede che il giudice “ammette i mezzi di prova già proposti dalle parti e quelli che le parti non abbiano potuto proporre prima, se ritiene che siano rilevanti, disponendo, con ordinanza resa nell’udienza, per la loro immediata assunzione”;
– l’art. 420, 6° comma, aggiunge che “Qualora ciò non sia possibile, fissa altra udienza, non oltre dieci giorni dalla prima, concedendo alle parti, ove ricorrano giusti motivi, un termine perentorio non superiore a cinque giorni prima dell’udienza di rinvio per il deposito in cancelleria di note difensive”;
– gli artt. 244 e seguenti del c.p.c., che dettano la disciplina “processuale” della prova testimoniale;
– l’art. 104 delle disp. att. c.p.c. che, al 1° comma, dispone che “Se la parte senza giusto motivo non fa chiamare i testimoni davanti al giudice, questi la dichiara decaduta dalla prova”…[continua…]

Da Filodiritto    la notizia qui

Annunci