La tutela della privacy è un valore fondamentale, prevalente sugli altri, compreso il diritto d’autore. I dati personali possono essere trattati senza consenso degli altri solo per «azioni giudiziarie penali». A sostenerlo è il tribunale di Roma, sezione specializzata per la proprietà industriale e intellettuale, in un’ordinanza depositata il 17 marzo scorso.

Decisione che conferma un punto fermo in materia di riservatezza e potrebbe chiudere il “caso Peppermint”, sul quale si discute da tempo. Da quando cioè lo stesso Tribunale romano decise che Wind e Telecom dovevano fornire alla casa discografica tedesca Peppermint Jam Records tutti i dati degli abbonati che avevano scaricato software.

Si è aperta così una delle vicende più controverse nella storia di Internet, equiparabile al caso Napster. A quei 3.300 “pirati” dell’informatica arrivò una lettera di uno studio legale con la quale la Peppermint rinunciava ad ogni azione civile e penale, dietro il pagamento di 330 euro, mentre altre richieste di accesso ai dati pervenivano al tribunale di Roma che in certi casi le ha accolte e in altri le ha respinte, per non violare la privacy degli utenti.

In questo anno e mezzo di cause, tutto si è spostato sui due valori in campo: da una parte la riservatezza dei cittadini (tutelata in Italia dal Codice per i dati personali, il decreto legislativo n. 196 del 2003) e dall’altra il rispetto del diritto d’autore (disciplinato dalla legge 633 del 1941, articoli 156 e seguenti).

Il tribunale di Roma, adesso, ha fatto una precisa e motivata scelta di campo, sottolineando che «l’esecuzione dell’ordine di discovery (la rivelazione delle generalità, ndr) si risolverebbe in una comunicazione dei dati personali dei consumatori che operano sulla rete in presunzione di anonimato e senza alcun consenso dei medesimi. La misura – si legge ancora – violerebbe il diritto alla riservatezza»…[continua…]

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

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