pensionata_153_124La Corte di Giustizia Europea, con la Sentenza citata in epigrafe, ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 141 del Trattato UE riguardante “la parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”.

Su ricorso della Commissione della Comunità europee, la Corte di Giustizia è stata infatti chiamata a pronunciarsi sul quadro giuridico pensionistico applicato ai dipendenti pubblici italiani per i quali, secondo il combinato disposto dall’art. 5, n. 1, e della tabella A del Dlgs 30 dicembre 1992, n. 503, l’età normale per il pensionamento di vecchiaia è di 60 anni per le donne e di 65 per gli uomini.

Anche se l’art. 141, n. 4, del Trattato autorizza gli Stati membri a mantenere o ad adottare misure che prevedano vantaggi specifici, diretti a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali, al fine di assicurare una piena uguaglianza tra uomini e donne nella vita professionale, non se ne può dedurre che questa disposizione consente la fissazione di una tale condizione di età diversa a seconda del sesso.

Infatti, i provvedimenti nazionali contemplati da tale disposizione debbono, in ogni caso, contribuire ad aiutare la donna a vivere la propria vita lavorativa su un piano di parità rispetto all’uomo e poiché la pensione in Italia viene calcolata – osserva la Corte – sulla base degli anni di servizio prestati e in base all’ultimo stipendio del dipendente pubblico, costringendo le donne ad andare in pensione 5 anni prima degli uomini, le si condanna di fatto a percepire una pensione inferiore.

Pertanto, sostiene la Corte, “mantenendo in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi di cui all’art. 141 CE”.

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

Annunci