Il divorzio può cancellare l’assegnazione della casa lunedì, Feb 9 2009 

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La sentenza di divorzio spazza via automaticamente il diritto a vivere nella casa di famiglia acqusito in sede di separazione.

Ciò anche senza una richiesta espressa dell’ex e senza nessuna disposizione specifica nella pronuncia che dichiara cessati gli effetti civili del matrimonio. A maggior ragione, perlatro, quando i figli sono ormai adulti e indipendenti.

Questo importante principio è stato affermato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 2210 del 29 gennaio, ha respinto il ricorso di una donna alla quale il Tribunale aveva ordinato di lasciare la casa di famiglia (che il provvedimento di separazione le aveva assegnato) anche se nessuna posizione, al riguardo, era stata presa nella sentenza di divorzio.

Da Cassazione.net   la notizia qui

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Tradiva il marito in pubblico: escluso l’assegno di mantenimento per la ex moglie venerdì, Dic 19 2008 

ih006016Corte di Cassazione, sezione 1 civile, sentenza 12 dicembre 2008, n. 29249.

In sede di giudizio di separazione personale, il Tribunale respingeva, con sentenza, la domanda del marito di addebito alla moglie della separazione ed imponeva al medesimo la corresponsione di un assegno mensile di mantenimento.

In parziale riforma della sentenza di primo grado, impugnata dal marito, la Corte d’Appello addebitava la separazione alla moglie con conseguente esclusione del diritto di quest’ultima all’assegno di mantenimento.
La Corte d’Appello, tra le varie motivazioni addotte, rilevava che il Tribunale aveva omesso di valutare il riscontro probatorio dell’infedeltà e di tenere in adeguata considerazione che la moglie aveva intrattenuto una relazione extraconiugale già in epoca antecedente alla prima separazione seguita da riconciliazione, relazione che era poi ripresa dopo la suddetta riconciliazione.

Aveva il Tribunale, parimenti, trascurato che la moglie dopo la ripresa della relazione extraconiugale lasciava la residenza coniugale per trasferirsi in altro alloggio e che il lungo tempo trascorso insieme dai coniugi e le esperienze condivise impedivano di imputare la rottura del matrimonio ad una non meglio specificata “intollerabilità della convivenza”. Inoltre, continuava la Corte d’Appello, il comportamento della moglie tale da evidenziare agli occhi dei terzi l’esistenza di una stabile relazione extraconiugale rappresentava di per sè una violazione particolarmente grave di fedeltà coniugale, la quale determinando intollerabilità della prosecuzione della convivenza doveva ritenersi causa della separazione e circostanza sufficiente a giustificare l’addebito al coniuge che se ne era reso responsabile a meno che non fosse risultata una crisi coniugale preesistente tale da determinare l’intollerabilità della convivenza (sul punto in questione era mancata del tutto la prova dell’intollerabilità della convivenza coniugale prima della relazione extraconiugale).

Inoltre l’intrattenimento di una relazione extraconiugale della moglie, coltivata con aspetti esteriori quali manifestazioni affettive anche in pubblico (come risultato da testimonianze), comportavano offesa alla sensibilità e al decoro del marito…[continua…]

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

Niente alimenti a moglie che abbandona il talamo martedì, Set 23 2008 

ROMA – Perde il diritto all’assegno di mantenimento la moglie che durante gli ultimi anni del matrimonio, “ripudiava di condividere con il marito il talamo coniugale” e andava a dormire nella stanza del figlio.

Lo sottolinea la Cassazione confermando che Elena B., perderà il diritto a ricevere tremila euro di assegno mensile dall’ex marito Valentino N., così come stabilito dalla Corte d’Appello di Torino.

La Suprema Corte infatti ha confermato che la colpa della fine dell’unione di Elena e Valentino è da attribuire alla signora che non solo non dormiva e non voleva avere rapporti fisici col coniuge, preferendo dormire nella camera del figlio Alessandro, ma rifiutava anche sistematicamente di trasferirsi da Ivrea – dove i due abitavano – nelle altre città italiane dove il marito veniva trasferito.

Dove il nucleo familiare abitava. In compenso, però, Elena passava lunghi periodi nella sua casa di Viareggio e affidava il figlio ai parenti. In primo grado le era stato riconosciuto il diritto a ricevere l’assegno di mantenimento ma in Appello era stata dichiarata ‘colpevole’.

E i giudici del Palazzaccio – con la sentenza n. 23885 della Prima sezione civile – hanno confermato questo giudizio.

Da Ansa   la notizia qui

Commento dell’Avv. Maria Grazia Mei

Ancora una volta una sentenza che lascia a bocca aperta e l’affermazione di principi che sembrano provenire da giuristi di epoca anteriore alla riforma del diritto di famiglia.

Ancora una volta un attacco all’indipendenza, alla libertà e al potere di autodeterminazione delle donne, che, anzi, si vogliono soggette e sottomesse alla potestas maritale.

La moglie, per il suo status di donna coniugata, non solo dovrebbe soggiacere alle pretese sessuali del marito per avere diritto ad un assegno di mantenimento, ma dovrebbe, altresì, essere assolutamente remissiva a fronte delle sue determinazioni con riferimento ai trasferimenti lavorativi.

Pur non conoscendo a fondo il caso oggetto di decisione da parte della Suprema Corte, vengono spontanee alcune considerazioni.

La sentenza pare non prendere minimamente in considerazione il fatto che tra i coniugi vi sia stato un rapporto matrimoniale durato un certo numero di anni e che da tale matrimonio sia nato un figlio. La semplice esistenza di tale rapporto e il protrarsi di esso per un certo periodo di tempo imporrebbe comunque alla parte economicamente più forte di provvedere al mantenimento, indipendentemente dal fatto che, per problemi sopraggiunti, la donna non abbia da un certo momento in poi più gradito rapporti sessuali con il marito. Anche a non voler prendere in considerazione l’obbligo di mantenimento, occorre osservare che per il fatto stesso che i coniugi siano tra loro congiunti si impone un obbligo alimentare.

In ogni caso, voler considerare colpevole della fine del matrimonio una donna che rifiuti rapporti fisici con il coniuge e per tale ragione addebitarle la causa della fine del matrimonio è come affermare la sussistenza di un diritto del coniuge a pretendere rapporti sessuali. Da ciò potrebbero derivare conseguenze gravissime, anche in ordine alla responsabilità penale in materia di violenza sessuale tra coniugi.

Viene spontaneo domandarsi anche quale considerazione sia stata da parte della Corte assegnata all’art. 146 del codice civile, che testualmente recita: i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.

La moglie sembra aver rifiutato di seguire il marito in due diverse città rispetto al luogo di residenza della famiglia. Sembra emergere la volontà di affermare che la moglie debba seguire il proprio marito sempre e ovunque e che le sue esigenze professionali e di carriera abbiano un peso preponderante su quelle della famiglia di stabilità e di mantenimento dei rapporti affettivi, amicali e sociali.

Si dimentica di frequente cosa significhi doversi inserire in un ambiente nuovo, tanto più per chi non lavora e si trova a vivere improvvisamente in assoluta solitudine. Si dimentica altresì che un uomo che faccia delle scelte professionali e di carriera che gli impongono frequenti trasferimenti sta realizzandosi dal punto di vista lavorativo e ciò sceglie in assoluto dispregio di quelle che possono essere le esigenze familiari.

Si tratta di una donna che comunque, proprio a causa delle scelte professionali del coniuge, si è trovata sola ad affrontare la vita di tutti i giorni e probabilmente anche ad educare e a far crescere il comune figlio.

Viene altresì spontaneo domandarsi se l’uomo si sia mai preoccupato di portare con sé il figlio durante i suoi spostamenti di lavoro. Senza dubbio questo non è mai accaduto, considerato che seguire un figlio significa avere un vero e proprio ostacolo alla realizzazione delle proprie velleità professionali e non solo.

Cosa c’è di male se la donna si prendeva dei periodi di relax lasciando il bambino ai nonni? Non sussiste anche per lei il diritto ad avere spazi propri e a vivere la propria vita in completa libertà come è considerato lecito per il marito?

Di ciò la Cassazione sembra essersi assolutamente dimenticata. Lungi dall’essere nell’era delle pari opportunità, si ha davvero l’impressione che si voglia tornare ad affermare che chi porta i pantaloni in casa decide e ha il diritto di imporre a tutti la propria volontà e le proprie scelte.

Ciò è assolutamente difficile da accettare per chi ha sempre lottato per la propria indipendenza e ha voluto dimostrare a sé stessa e agli altri che una donna è capace di gestirsi da sola esattamente come un uomo, che ha esigenze professionali esattamente come lui e che con la forza di volontà e la propria intelligenza è capace di affrontare da sé sola anche le situazioni più complesse.

Avv. Maria Grazia Mei

Il divorzio diventa un affare mercoledì, Set 3 2008 

ROMA – “Avvocato, ci amiamo alla follia. Ma dobbiamo separarci”. La scena è degna del miglior Woody Allen. Con una differenza. Qui mariti e mogli non hanno isterismi e ossessioni da sciogliere o intrecci da confessare. Solo un sogno: vivere insieme (ma divisi per legge) e risparmiare sulle tasse. Insomma, fino a che fisco non ci separi.

Si chiamano “separazioni simulate” e coinvolgono sempre più coppie: il 5% l’anno tra quelle che rompono il legame, soprattutto al Centro-Nord. Una pura finzione, visto che tetto e alcova rimangono gli stessi, cambiano domicilio e residenza. La tendenza, non nuova, si è rafforzata e in tempi di caro-vita è considerata una strategia. Sconti ed esenzioni sono facili e consistenti se il reddito non si cumula con quello del coniuge.

Si guadagna su tutto: Ici, bollette, tasse scolastiche, medicine, posti macchina, assegni familiari. Questione di portafoglio, non di cuore. “Sono coppie di 40-50 anni – spiega Gian Ettore Gassani, avvocato e presidente dell’Associazione matrimonialisti italiani – e non sempre benestanti, anzi c’è molto ceto medio”.

La separazione è consensuale, si procede d’amore e d’accordo. E dunque rapida e poco costosa: 5-6 mesi nelle grandi città per 1500-2000 euro in media. Un esborso sopportabile, se non ci sono grossi patrimoni da spartire. “In alcuni tribunali si può fare anche senza avvocato – racconta Gassani – si scarica un modulo da Internet e si presenta l’istanza in cancelleria in attesa dell’udienza. Il giudice, come l’avvocato d’altronde, non è tenuto a verificare e ratifica la volontà dei coniugi”…[continua…]

Da La Repubblica   la notizia qui

Non cambia l’assegno di mantenimento se il coniuge vende la casa venerdì, Lug 4 2008 

Cass. Sez. civ. Sentenza n. 11487/08

La Corte di Cassazione di recente ha affermato il seguente principio: “per disporre la modificazione delle condizioni di separazione occorre la sopravvenienza di giustificati motivi, quali sono i mutamenti delle condizioni economiche delle parti, in guisa tale che sia mutato il complessivo equilibrio fissato in sede di separazione, non bastando a tal fine il venir meno di un determinato introito di cui fruiva l’obbligato, ovvero l’alienazione da parte sua di un bene, dovendo l’obbligato, per poter chiedere ed ottenere la modifica degli assegno stabiliti in sede di separazione, dare la prova del mutamento, in conseguenza di tali fatti, di detto equilibrio”.

In tal senso la Cassazione ha escluso che la vendita di un immobile da parte dell’obbligato al versamento dell’assegno di mantenimento comporti la riduzione dell’importo dell’assegno stesso.

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

Condominio: opere sulle parti dell’edificio di proprietà comune martedì, Ott 30 2007 

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Pubblichiamo di seguito alcune recenti sentenze relative all’art. 1122 del c.c. “Ciascun condomino, nel piano o porzione di piano di sua proprietà, non può eseguire opere che rechino danno alle parti comuni dell’edificio”

Nozione di innovazione:

Per innovazione in senso tecnico-giuridico, vietata ai sensi dell’art. 1122 c.c., deve intendersi non qualsiasi mutamento o modificazione della cosa comune, ma solamente quella modificazione materiale che ne alteri l’entità sostanziale o ne muti la destinazione originaria, mentre le modificazioni che mirino a potenziare o a rendere più comodo il godimento della cosa comune e ne lascino immutate la consistenza e la destinazione, in modo da non turbare i concorrenti interessi dei condomini, non possono definirsi innovazioni in senso suddetto (Cass. 19 gennaio 2005 n. 1076).

 Casistica:

– devono considerarsi vietate le opere che un condomino effettua nella sua proprietà esclusiva, ove esse comportino un peggioramento del decoro architettonico dell’edificio (Cass. 11 febbraio 2005, n. 2743).

– in tema di utilizzazione del muro perimetrale dell’edificio concominiale da parte del singolo condomino, costituiscono uso indebito della cosa comune, le aperture praticate dal condomino nel detto muro per mettere in collegamento locali di sua esclusiva proprietà, esistenti nell’edificio condominiale, con altro immobile estraneo al condominio, in quanto tali aperture alterano la destinazione del muro, incidendo sulla funzione di recinzione, e possono dar luogo all’acquisto di una servitù di passaggio a carico della proprietà condominiale (Trib. Monza 29 agosto 2005).

Vedi anche: Condominio: manutenzione e ricostruzione delle scale

Va a vivere con papà? Fuori la ex dalla casa familiare giovedì, Ott 4 2007 

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Sulla casa familiare hanno più diritti i figli legittimi di quelli naturali, nati da una successiva relazione. Infatti quando l’abitazione è stata assegnata alla ex, le può essere tolta se il figlio va a vivere con il padre. Ciò anche se lei è comproprietaria dell’immobile e se nel frattempo ha avuto un altro figlio per il quale chiede la tutela.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 20688 del 2 ottobre 2007, ha respinto il ricorso di una mamma presentato contro la decisione della Corte d’Appello di Brescia che, a luglio 2005, aveva ridato l’appartamento di famiglia al marito perché il figlio era tornato a vivere con lui.

Da Cassazione.net    la notizia qui

Vendita e comunione legale tra coniugi giovedì, Set 6 2007 

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Cassazione civile SS.UU. 17952/2007  del 24 agosto 2007.

Ci deve essere il consenso di entrambi i coniugi per la vendita dell’immobile in comunione legale.Il contratto preliminare di vendita di bene immobi­le in regime di comunione legale costituisce negozio ec­cedente l’ordinaria amministrazione e le azioni che da esso traggono origine richiedono la pre­senza in giudizio d’entrambi i coniugi….[continua….]

Da Diritto in Rete  la notizia qui