Demansionamento e Risarcimento del Danno giovedì, Mag 20 2010 

La Corte di Cassazione con Sentenza n. 8893 del 14 Aprile 2010 ha stabilito che in caso di accertato demansionamento professionale del lavoratore, il giudice di merito può desumere l’esistenza del relativo danno, determinandone anche l’entità, con processo logico-giuridico attinente alle prove presentate, anche presuntive, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità dell’esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.

Inoltre, la Corte ha specificato che costituisce credito di lavoro non solo quello retributivo, ma ogni credito che sia in diretta relazione causale con il rapporto di lavoro e, quindi, anche il credito per il risarcimento dei danni cagionati al lavoratore dall’inadempimento della società datrice di lavoro.

Infine, la Corte ha precisato che la nozione di giustificatezza del licenziamento si distingue da quella di giustificato motivo e consiste nell’assenza di arbitrarietà o, per controverso, nella ragionevolezza del provvedimento che lo dispone, da correlare alla presenza di valide ragioni di cessazione del rapporto.

Da Studio Ciocioni   la notizia qui

Il lavoratore demansionato merita il risarcimento morale venerdì, Mar 5 2010 

Cass. Sez. Unite sentenza n. 4063/2010.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato che i danni da demansionamento vanno risarciti infatti nella sentenza si legge:”l’esistenza del demansionamento e’ stata accertata dai giudici di merito in base ad una ricostruzione puntuale dei compiti affidati al dipendente dopo la sua assegnazione alla sede della direzione provinciale sino alla cessazione del rapporto per pensionamento”.

Sarebbe oltretutto emersa la “sostanziale privazione di mansioni” ai danni del lavoratore che, per “caratteristiche, durata, gravità e frustrazione professionale”, e’ stata esattamente identificata “negli aspetti di vissuta e credibile mortificazione derivanti dalla situazione lavorativa in cui si trovò ad operare”.

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

Il lavoratore può rifiutare il trasferimento se è accompagnato da un demansionamento mercoledì, Feb 27 2008 

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IL LAVORATORE PUO’ RIFIUTARE IL TRASFERIMENTO SE E’ ACCOMPAGNATO DA UN DEMANSIONAMENTO – In base all’art. 1460 cod. civ. (Cassazione Sezione Lavoro n. 4060 del 19 febbraio 2008, Pres. Mattone, Rel. Nobile).

Guido A. dipendente della S.p.A. Imat Felco, azienda commerciale, ha svolto sino al luglio 2003 le mansioni di responsabile della filiale di Cantù con qualifica di secondo livello. Gli è stato poi comunicato il trasferimento a Como con assegnazione delle mansioni di commesso. Egli ha rifiutato di eseguire il trasferimento, sostenendo che esso avrebbe comportato un grave demansionamento, anche perché le mansioni di commesso erano proprie della qualifica di IV e V livello.

Nel settembre del 2003 l’azienda lo ha licenziato con motivazione riferita al mancato adempimento alla disposizione di trasferimento. Il lavoratore ha impugnato il licenziamento davanti al Tribunale di Como, sostenendo che l’azienda, trasferendolo a Como come commesso, si era resa inadempiente all’obbligo, derivante dall’art. 2103 cod. civ., di non modificare in peggio le sue mansioni e che pertanto il suo rifiuto di dar corso al provvedimento aziendale doveva ritenersi giustificato in base all’art. 1460 cod. civ..

Questa norma stabilisce che nei contratti con prestazione corrispettive ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere alla sua obbligazione, se l’altro non adempie…[continua…]

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

Il nesso causale fra il demansionamento e la sindrome depressiva di tipo reattivo deve essere provato, anche in termini di probabilità mercoledì, Feb 13 2008 

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Il nesso causale fra il demansionamento e la sindrome depressiva di tipo reattivo deve essere provato, anche in termini di probabilità – Ai fini del risarcimento del danno.

Il lavoratore che richiede il risarcimento del danno alla salute sostenendo che il demansionamento subito gli abbia prodotto una sindrome depressiva di tipo reattivo deve produrre documentazione medica idonea a ricostruire un nesso di causalità tra la patologia riscontrata e la situazione determinatasi nell’ambito del rapporto di lavoro.

Nel caso di patologie, come la sindrome depressiva, riconducibile a diversi fattori, la dimostrazione di tale nesso causale può essere data anche in termini di probabilità, sulla base della particolarità della fattispecie, purché si tratti di una “probabilità qualificata” da verificarsi attraverso ulteriori elementi, specie in relazione alla mancanza di prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti.

Un giudizio espresso in termini di mera ipotesi non è sufficiente (Cassazione Sezione Lavoro n. 2729 del 5 febbraio 2008, Pres. Mercurio, Rel. Miani Canevari).

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

Dequalificazione professionale: licenziamento legittimo se il lavoratore sospende in tutto o in parte la propria attività giovedì, Giu 7 2007 

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 9 maggio 2007, n. 10547.

La sospensione costituisce giusta causa di licenziamento.

La Corte di Cassazione, sezione lavoro con sentenza del 9 maggio 2007, n. 10547 ha stabilito che in caso di assegnazione a mansioni inferiori alla qualifica di appartenenza, il lavoratore non può sospendere in tutto od in parte la propria attività lavorativa e che il licenziamento comminato dal datore di lavoro per giusta causa è da considerarsi legittimo.

Fatto e diritto
Un medico radiologo dipendente ospedaliero aveva citato in giudizio l’Azienda ospedaliera lamentando di essere stato oggetto di trattamento discriminatorio da parte della stessa in quanto era stato spostato dal reparto di radiologia, dove prestava servizio al pronto soccorso, subendo così una dequalificazione professionale che non gli consentiva di poter utilizzare  né arricchire il suo patrimonio professionale. In tale contesa, peraltro, gli era stato comminato anche un procedimento disciplinare per condotta contraria agli obblighi contrattuali, che gli aveva procurato il licenziamento per giusta causa.
Sia il Giudice del Lavoro del Tribunale che anche la Corte di Appello avevano respinto il ricorso e rigettato l’appello. Quest’ultima, infatti, aveva ritenuto corretta la decisione dell’azienda ospedaliera di risolvere il rapporto di lavoro per inadempimento grave del dipendente (quindi per giusta causa) che si era rifiutato di svolgere il lavoro assegnatogli, in quanto ritenuto dequalificante.
Contro tale sentenza di appello il medico ha promosso ricorso in Cassazione argomentando che la Corte d’Appello non aveva valutato che la condotta era una reazione ad un comportamento illegittimo dell’azienda ospedaliera nella sua veste di datore di lavoro.
Il medico, inoltre, ha argomentato che la Corte di Appello avrebbe violato le regole del procedimento disciplinare, che impongono, tra gli altri, anche il principio di immediatezza della contestazione.

La decisione della Corte di Cassazione
Per quanto attiene alla asserita violazione da parte del dipendente dell’art. 2103 cod. civ., la Corte di Cassazione ha ritenuto infondate le argomentazioni del medico, in quanto la tutela del lavoratore in caso di assegnazione di mansioni inferiori alla qualifica di appartenenza, anche in presenza di  una situazione di dequalificazione di mansioni, non giustifica una sospensione, in tutto o in parte, della propria attività lavorativa.
Anche per quanto attiene all’omissione del rispetto della regola di immediatezza della contestazione, la Corte di Cassazione ha dato torto al medico, facendo rilevare che la contestazione disciplinare deve avvenire in ogni caso a immediatamente dopo la contestazione dell’infrazione, ovvero della notizia che di essa abbia avuto il datore di lavoro, mentre l’irrogazione della successiva sanzione può avvenire anche a distanza di tempo purché sempre nel rispetto del principio della buona fede contrattuale.
Ciò in particolare quando, come è avvenuto nel caso in questione, il preteso ritardo nell’irrogazione della sanzione è dipeso dalla necessità per l’Azienda Ospedaliera di sentire il parere del “Comitato dei Garanti”, istituito ai sensi dell’art. 23 del c.c.n.l.

Da Consulenza Del Lavoro   la notizia qui

Declassamento delle mansioni in alternativa al licenziamento giovedì, Mag 24 2007 

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La legittimità nel processi di riconversione o ristrutturazione aziendali con esternalizzazione o riduzione di servizi aziendali.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 5 aprile 2007, n. 8596.

In passato la Corte di Cassazione, sezione lavoro, ha rigettato i precedenti orientamenti giurisprudenziali in ordine al divieto di riduzione delle mansioni ed alla legittimità del demansionamento mediante la  sentenza delle Sezioni Unite n. 25033 del 2006 ed ora,

con la sentenza 5 aprile 2007, n. 8596, la stessa Corte di Cassazione, sezione lavoro, ha chiarito che l’art. 2103 del c.c., alla luce dei mutamenti di carattere tecnologico e organizzativo, deve essere interpretato nel senso che deve essere salvaguardato sia  il diritto del datore di lavoro a cercare di raggiungere una organizzazione aziendale produttiva ed efficiente, sia il diritto del prestatore di lavoro alla conservazione del posto.


Il datore di lavoro, pertanto, qualora a seguito di processi di riconversione o ristrutturazione aziendali abbia esternalizzato o ridotto i servizi aziendali, può legittimamente adibire il  lavoratore a mansioni diverse (anche inferiori a quelle precedentemente svolte), specie se tale demansionamento rappresenta l’unica alternativa al licenziamento per giustificato motivo oggettivo….
[continua…]

Da Consulenza Del Lavoro    la notizia qui