Per la lavoratrice licenziata durante il periodo di gravidanza, il diritto alla retribuzione decorre dal giorno della presentazione del certificato medico attestante le sue condizioni mercoledì, Mar 19 2008 

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PER LA LAVORATRICE LICENZIATA DURANTE IL PERIODO DI GRAVIDANZA, IL DIRITTO ALLA RETRIBUZIONE DECORRE DAL GIORNO DELLA PRESENTAZIONE DEL CERTIFICATO MEDICO ATTESTANTE LE SUE CONDIZIONI – A titolo di risarcimento del danno (Cassazione Sezione Lavoro n. 5749 del 3 marzo 2008, Pres. Sciarelli, Rel. Stile).

Silvia V. dipendente della Dental Biemme di Matterelli Italia s.a.s., con mansioni di assistente alla poltrona, è stata licenziata il 25 marzo 1999, mentre era in gravidanza, peraltro non comunicata all’azienda, cui ella non aveva presentato la relativa certificazione medica. Il bambino è nato il 10 gennaio 2000. Ella ha impugnato il licenziamento davanti al Tribunale di Roma, con ricorso depositato il 24 marzo del 2000 cui ha allegato il certificato comprovante la gravidanza ed il parto.

l Tribunale ha dichiarato la nullità del licenziamento ed ha condannato l’azienda al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, della retribuzione relativa al periodo dal 25 marzo 1999 (data del licenziamento) al 12 gennaio 2001, data del primo compleanno del bambino. Questa decisione è stata modificata dalla Corte d’Appello di Roma che, pur confermando la nullità del licenziamento ha escluso il diritto della lavoratrice a percepire la retribuzione in quanto ella non aveva mai fatto pervenire all’azienda alcuna certificazione del suo stato, né prima né dopo il parto.

La lavoratrice ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Roma per vizi di motivazione e violazione di legge; ella ha sostenuto in particolare che l’azienda avrebbe dovuto essere condannata al pagamento della retribuzione quanto meno per il periodo successivo alla notifica del ricorso al Tribunale di Roma, in quanto insieme a tale atto era stata depositata la certificazione medica relativa alla gravidanza e al parto…[continua…]

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E’ possibile accertare che la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce quietanza – In sede giudiziaria mercoledì, Ott 31 2007 

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 Non esiste una presunzione assoluta di corrispondenza della retribuzione effettivamente percepita dal lavoratore con quella risultante dalla busta paga. E’ sempre possibile in sede giudiziaria l’accertamento che la sottoscrizione eventualmente apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce quietanza (Cassazione Sezione Lavoro n. 21913 del 19 ottobre 2007, Pres. De Luca, Rel. Curcuruto).

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Ancora mobbing: rivendicazione di qualifica superiore e differenze retributive mercoledì, Set 19 2007 

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La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con sentenza del 4 settembre 2007, n. 18570 ha chiarito che il diritto alle differenze retributive è completamente slegato dal diritto alla qualifica superiore e che la domanda di qualifica superiore inoltrata al giudice interrompe comunque la prescrizione del diritto alle differenze retributive.

Fatto e diritto
Un dipendente delle Ferrovie dello Stato ha ottenuto il riconoscimento di qualifica superiore con sentenza passata in giudicato e su tu tale base, ha richiesto ed ottenuto decreto ingiuntivo di pagamento contro la Rete Ferroviaria Italiana.
Contro tale decreto, la Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. si è opposta, eccependo l’avvenuta prescrizione del diritto alle differenze retributive, in quanto la domanda giudiziaria di qualifica superiore non sarebbe atto valido ad interrompere la prescrizione del distinto diritto alle relative differenze retributive.
Il giudice prima e la Corte d’appello poi hanno stabilito che la domanda giudiziale ha efficacia interruttiva della prescrizione per tutti i diritti che si colleghino con stretto nesso di causalità al rapporto dedotto in causa, senza necessità che il loro titolare proponga nello stesso o in altro giudizio una domanda specifica diretta a farli valere.

Le motivazioni della società
Contro tale sentenza la Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. ha proposto ricorso per Cassazione in quanto, affinché un atto possa acquisire efficacia interruttiva della prescrizione, deve contenere l’esplicitazione di una pretesa, ovvero una intimazione o richiesta scritta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto passivo, con l’effetto di costituirlo in mora (a norma dell’articolo 2943, quarto comma, codice civile).
Fa rilevare la società, inoltre, che il giudice del merito non aveva emesso pronuncia sulle differenze retributive, quindi ciò comporta rigetto implicito della domanda.

La decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha ritenuto infondate le motivazioni della società in quanto la domanda giudiziale, proposta davanti ad un giudice ordinario o speciale, da uno dei soggetti di un rapporto giuridico, ed avente ad oggetto la sussistenza o meno degli elementi costitutivi del rapporto stesso, ha efficacia interruttiva della prescrizione, ai sensi degli artt. 2943 e 2945 c.c., con riguardo a tutti i diritti che si ricolleghino con stretto nesso di causalità a quel rapporto, senza che occorra che il loro titolare proponga, nello stesso o in altro giudizio, una specifica domanda diretta a farli valere, ed anche quando tale domanda non sia proponibile nel giudizio pendente.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 4 settembre 2007, n. 18570.

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Interruzione della prescrizione relativa ai crediti di lavoro da parte di un rappresentante sindacale mercoledì, Giu 13 2007 

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Con atti scritti compiuti nell’interesse del lavoratore            

Gli eredi di Gino B., dipendenti della S.p.A. Rete Ferroviaria Italiana, hanno chiesto al Tribunale di Roma la condanna dell’azienda al pagamento di differenze di retribuzione maturate a favore del loro congiunto nel periodo dal 1981 al 1986. La società ha sollevato l’eccezione di prescrizione quinquennale del credito. I ricorrenti hanno replicato che la prescrizione doveva ritenersi interrotta per effetto delle richieste scritte di pagamento avanzate dal sindacato nell’interesse del lavoratore. Il Tribunale di Roma ha accolto la domanda, condannando l’azienda al pagamento delle somme richieste. Questa decisione è stata integralmente riformata dalla Corte d’Appello di Roma, che ha accolto l’eccezione di prescrizione sollevata dall’azienda ed ha affermato che i pretesi atti interruttivi erano inefficaci in quanto provenienti da persona estranea al rapporto, senza che fosse dichiarata la sua qualità di rappresentante o di mandatario. Gli eredi di Gino B. hanno proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Roma per vizi di  motivazione e violazione di legge.
           
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 12876 del 1 giugno 2007, Pres. Ciciretti, Rel, Di Nubila) ha accolto il ricorso. Ai fini dell’interruzione della prescrizione effettuata mediante intimazione scritta ad adempiere – ha osservato la Corte – la giurisprudenza ritiene che la stessa possa essere validamente fatta non solo da un legale il quale si dichiari incaricato della parte, ma anche da un mandatario o da un incaricato, alla sola condizione che il beneficiario ne intenda approfittare. Nella fattispecie, devesi quindi affermare che in tema di differenze retributive anche l’intimazione ad adempiere fatta da un rappresentante sindacale, il quale dichiari di agire nell’interesse del lavoratore, è idonea ad interrompere la prescrizione; si veda al riguardo Cass. 3.12.2002 n. 17157, la quale ha ritenuto come ai fini della costituzione in mora non sia necessario il rilascio in forma scritta della relativa procura, non operando in tale caso l’art. 1324 del codice civile. Pertanto – ha affermato la Corte – la procura per la costituzione in mora può risultare da un comportamento univoco e concludente, il quale può essere posto in essere anche da un mandatario; essenziale è che l’atto sia idoneo a rappresentare al debitore che esso è compiuto per un altro soggetto, nella cui sfera giuridica è destinato a produrre effetti.
           
La Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, invalidando la causa, per nuovo esame alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione. Da Legge-e-giustizia.it
           

Mansioni superiori mercoledì, Mag 16 2007 

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L’individuazione dell’attività che il lavoratore si impegna a prestare è fondamentale al fine di determinare quali sono i diritti e doveri delle parti nel rapporto di lavoro.

L’oggetto della prestazione lavorativa è individuato dalle mansioni in relazione alle quali si stabiliscono le qualifiche.

L’art. 2103 c.c. stabilisce che “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. Nel caso di assegnazioni a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta e l’assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzioni di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi”.

L’inquadramento del lavoratore deve avvenire con riferimento alle categorie (o livelli) previste dalla contrattazione collettiva e, pertanto, nella pratica, ai fini dell’individuazione della qualifica e quindi del livello di inquadramento, hanno rilievo unicamente le mansioni effettivamente svolte dal lavoratore all’interno dell’azienda in modo stabile e continuativo ( Cass. 6 aprile 1992 n. 4200).

Il diritto alla qualifica superiore previsto dall’art. 2103 c.c. è fondato sullo svolgimento delle mansioni superiori, fatto oggetto giuridicamente qualificato dal suo presupposto, costituito dal livello delle mansioni svolte.

La qualificazione giuridica di tale presupposto, per la sua stessa natura, è nella norma (legale o contrattuale) e non discende, pertanto, dalla volontà datoriale. Ove, quindi, la qualificazione del livello sia subordinatamente connessa alla classificazione dell’ambito aziendale dove le mansioni sono svolte, il datore di lavoro non può ritardare il formale riconoscimento del livello superiore (Cass. Civ., sez. lav., 3 gennaio 2005, n. 24.

Inoltre, la reiterata assegnazione a mansioni superiori per periodi inferiori singolarmente considerati, al termine previsto dall’art. 2103 c.c., ma superiori per cumulo di più di esse, può rilevare l’intento del datore di lavoro meramente elusivo della disposizione finalizzata alla c.d. “promozione automatica”, quando non sussista contemporaneamente la prova, il cui onere è a carico del datore di lavoro, di aver fatto ricorso a tali modalità nella gestione delle assegnazioni provvisorie per assicurare la vacanza del posto da coprire obbligatoriamente per il tramite della procedura concorsuale o selettiva, e per il periodo necessario alla definizione della stessa (Cass. Civ.., sez.lav., 7 luglio 2004, n. 12534.

Ma non basta, ai fini dell’acquisizione da parte del prestatore di lavoro del diritto all’assegnazione definitiva delle mansioni superiori dopo un periodo fissato dai contratti collettivi in conformità delle disposizioni di legge, ai sensi degli artt. 2103 c.c. e 6 della legge 13 maggio 1985, n. 190, come sostituito dall’art. 1 della legge 2 aprile 1986, n. 106, è irrilevante la soppressione formale nell’organigramma aziendale della posizione lavorativa corrispondente a quelle mansioni ove di fatto si sia protratta l’assegnazione del lavoratore al loro espletamento ( Cass. Civ., sez. lav., 1 luglio 2004, n. 12103).

L’attribuzione al lavoratore di una qualifica superiore in relazione all’esercizio di fatto, per un determinato periodo, delle mansioni corrispondenti, ai sensi dell’art. 2103 c.c., non esige che l’assegnazione delle mansioni avvenga mediante un provvedimento formale, essendo sufficiente a tal fine che il datore di lavoro, anche mediante un comportamento concludente, manifesti il consenso all’espletamento delle mansioni superiori (Cass. Civ., sez. lav., 27 maggio 2000, n. 7018).

Ancora, ai fini del conseguimento della qualifica superiore non ha rilievo che il dipendente abbia svolto occasionalmente mansioni affidate anche ad altro dipendente che rivesta tale qualifica, essendo rilevante non solo la frequenza con la quale quelle mansioni siano stare eventualmente espletate, ma anche il concreto grado di autonomia, responsabilità, gravosità e intensità, comparato con le altre mansioni proprie della qualifica inferiore (Cass. Civ., sez. lav., 23 agosto 2003, n. 12404).

In ogni caso, il diritto al trattamento economico corrispondente alle mansioni superiori esercitate è garantito dall’art. 2103 c.c. in modo autonomo dal conseguimento della qualifica superiore e deve quindi essere riconosciuto per tutto il periodo in cui sia stato accertato un siffatto esercizio, anche se, per il ricorso della condizione ostativa prevista dal medesimo art. 2103 c.c., non possa essere attribuita all’interessato la qualifica anzidetta (Cass. Civ., sez. lav., 12 marzo 2004, n. 5137).

Retribuzione delle mansioni superiori dei dipendenti pubblici venerdì, Mag 11 2007 

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Irretroattività delle differenze retributive per svolgimento di mansioni superiori

Il Consiglio di Stato, sezione quinta, con sentenza del 12 aprile 2007, n. 1722, ha chiarito l’applicazione dell’art. 15, D.Lgs. n. 387/98 (concernente la retribuzione delle mansioni superiori) affermando che questo non ha efficacia retroattiva e che, conseguentemente, non è possibile remunerare le mansioni superiori svolte prima della sua entrata in vigore.

Fatto e diritto
Un dipendente pubblico aveva chiesto la differenza retributiva per aver svolto mansioni superiori per il periodo di tre anni, chiedendo la condanna della P.A.  per arricchimento ingiustificato (ex art. 2041 cc),  ma la sentenza di primo grado e quella di appello al riguardo non sono state favorevoli e il dipendente ha presentato ricorso al Consiglio di Stato.

La Corte di Cassazione aveva già ritenuto in contrasto con i principi costituzionali il mancato riconoscimento del diritto del dipendente pubblico alle differenze retributive in casi di svolgimento di mansioni superiori, nonostante il Consiglio di Stato avesse ribadito l’esclusione dal diritto alle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori.
La materia è ora disciplinata dall’art. 56 del D.L.gs.n. 29 del 1993 nel testo sostituito con l’art. 25 del D. Lgs. n. 80 del 1998 che prevede espressamente la retribuibilità dello svolgimento delle mansioni superiori, ma ne rinvia l’applicazione in sede di attuazione della nuova disciplina degli ordinamenti previsti dai contratti collettivi e con la decorrenza da questi stabilita…[continua…]

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