Disabili, la Corte Ue boccia l’Italia: “Misure di inserimento al lavoro insufficienti giovedì, Lug 4 2013 

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L’Italia non ha adottato tutte le misure necessarie per un adeguato inserimento professionale dei disabili nel mondo del lavoro. L’accusa è della Corte di giustizia europea che invita a porre il nostro Paese a porre rimedio alla situazione al più presto.

Per la Corte, l’Italia “è venuta meno agli obblighi” derivanti dal diritto comunitario a causa di un recepimento incompleto e non adeguato di quanto previsto dalla direttiva varata alla fine del 2000 sulla parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Una norma con la quale è stato stabilito un quadro generale di riferimento per la lotta alla discriminazioni delle persone diversamente abili…continua a leggere

Da Il Fatto Quotidiano

Il lavoratore demansionato merita il risarcimento morale venerdì, Mar 5 2010 

Cass. Sez. Unite sentenza n. 4063/2010.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato che i danni da demansionamento vanno risarciti infatti nella sentenza si legge:”l’esistenza del demansionamento e’ stata accertata dai giudici di merito in base ad una ricostruzione puntuale dei compiti affidati al dipendente dopo la sua assegnazione alla sede della direzione provinciale sino alla cessazione del rapporto per pensionamento”.

Sarebbe oltretutto emersa la “sostanziale privazione di mansioni” ai danni del lavoratore che, per “caratteristiche, durata, gravità e frustrazione professionale”, e’ stata esattamente identificata “negli aspetti di vissuta e credibile mortificazione derivanti dalla situazione lavorativa in cui si trovò ad operare”.

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

Immigrato respinto da Atm, il giudice:«L’azienda smetta di discriminare» mercoledì, Lug 22 2009 

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Parzialmente accolto il ricorso del 18enne marocchino. Salvini:sentenza aberrante, i giudici vadano in Marocco.

MILANO – Il Tribunale del lavoro di Milano ha parzialmente accolto il ricorso del marocchino Mohamed Hailoua, che lamentava di non poter essere assunto dall’Atm (Azienda di trasporti milanesi) a causa di un regio decreto del 1931 che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nel trasporto pubblico. L’immigrato aveva presentato reclamo contro l’ordinanza del Tribunale del Lavoro di Milano che aveva respinto un suo primo ricorso. Il collegio presieduto dal giudice Chiarina Sala ha dichiarato il «carattere discriminatorio» del comportamento dell’azienda, ordinando ad Atm «la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione, in moduli cartacei o telematici».

LA DISCRIMINAZIONE – Il tribunale di Milano ha stabilito che la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell’assunzione, «verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il “non cittadino”». I giudici hanno pertanto accolto le richieste del marocchino, salvo il risarcimento danni, e «accertato il carattere discriminatorio del comportamento di Atm Spa» hanno ordinato all’azienda «la cessazione del comportamento e la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione»…[continua…]

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro – Discriminazione basata sull’età lunedì, Lug 6 2009 

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Cgce, Sentenza 18.6.2009 C-88/08.

Il sig. Hütter, ricorrente nella causa principale, è nato nel 1986. Unitamente ad una collega, effettuava, dal 3 settembre 2001 al 2 marzo 2005, un periodo di apprendistato come tecnico di laboratorio presso la TUG, un ente pubblico che ricade nella legge federale del 2002 sull’organizzazione delle università e dei relativi studi.

Il sig. Hütter e la sua collega venivano successivamente assunti dalla TUG, dal 3 marzo 2005 al 2 giugno 2005, vale a dire per un periodo di tre mesi. La collega del sig. Hütter, avendo 22 mesi più di lui, veniva inquadrata in uno scatto superiore, che si traduce in una differenza di EUR 23,20 nella retribuzione mensile.

Tale differenza deriva dal fatto che il periodo di apprendistato svolto dal sig. Hütter successivamente al compimento del diciottesimo anno di età è stato di soli 6,5 mesi circa, contro i 28,5 mesi per la sua collega…[continua…]

Da La Previdenza   la notizia qui

«Ma chi c… ti credi di essere?» – Se il capo provoca, è permesso offendere venerdì, Mar 20 2009 

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Sentenza della Cassazione: «Non merita il licenziamento il dipendente che reagisce ai numerosi rimproveri»

ROMA – Se il capo rimprovera troppo spesso il dipendente, la sua eventuale reazione non merita il licenziamento. Anche se il lavoratore osa rivolgere al suo superiore il classico «ma chi c… ti credi di essere?»: l’espressione offensiva, infatti, può essere considerata una «reazione emotiva istintiva». La Cassazione si mostra comprensiva nei confronti dei dipendenti vittime dei datori di lavoro troppo esigenti.

LA SENTENZA – I giudici della sezione lavoro, con la sentenza 6569, hanno confermato il reintegro in servizio di un dipendente di una casa di cura di Napoli (Alma Mater Villa Calmaldoli) che nel 2002 era stato licenziato per «insubordinazione». All’amministratore della struttura che gli aveva già contestato alcune mancanze nel suo lavoro di addetto al servizio stoviglie, il dipendente ad un certo punto aveva replicato a «muso duro»: «Chi c… ti credi di essere? Se sei un uomo esci fuori! Se no non ti faccio campare più tranquillo!»…[continua…]

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

È reato dire ai dipendenti sei una “mezza manica” giovedì, Feb 19 2009 

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Rischia una condanna per ingiuria e diffamazione il capoufficio che dice “sei una mezza manica” ai dipendenti.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza 6758 del 17 febbraio 2009, ha confermato la condanna nei confronti del Presidente di una cooperativa che aveva mandato una raccomandata a un dipendente nella quale si leggeva: “è penoso constatare l’utilizzo di certi mezzucci da mezze maniche per fregare il proprio datore di lavoro”…[continua…]

Da Cassazione.net    la notizia qui

Mobbing: la malattia non è l’unica via per il risarcimento martedì, Ott 7 2008 

Dalla Cassazione alcune novità a tutela del dipendente.

Aumentano i casi di mobbing al lavoro e sono sempre più le persone che denunciano casi di sopraffazione finché non si finisce di fronte ad un giudice.

Insomma il contenzioso lavorativo è sempre più in crescita e coinvolge sia donne che uomini.
Per mobbing si definisce una serie di comportamenti vessatori e discriminatori nei confronti di un lavoratore reiterati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) nell’insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.

I cambiamenti della Cassazione
Prima, per dire che si trattava di mobbing era necessario che l’attività persecutoria durasse più di 6 mesi e doveva essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociavano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico. Ma dalla Cassazione arrivano delle novità:

il diritto di risarcimento non richiede necessariamente un’esposizione prolungata alle vessazioni. Se prima era necessario un arco temporale di minimo sei mesi durante i quali il dipendente era vittima dell’attività persecutoria, ora invece non sussiste più l’arco temporale ma si parla di mobbing anche se i comportamenti vessatori e discriminatori sono reiterati solo per qualche mese.

Non solo le offese o gli insulti fanno parte del mobbing ma anche lo spostamento del lavoratore ad incarichi meno importanti è considerato un’offesa. La Cassazione infatti ha deciso con la sentenza 24293/08 che se al dipendente viene affidata una nuova mansione, questa, per essere lecita, deve consentirgli l’utilizzazione o il perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozioni e perizia acquisite nella precedente fase del rapporto di lavoro.

Slittamento del mobbing da sindrome depressiva a mera lesione dei diritti del lavoratore. Oggi è possibile aprire una causa di maltrattamenti non solo se il medico ha riscontrato un’effettiva malattia frutto dei maltrattamenti ma è possibile aprire una causa allegando la violazione dei propri diritti.

Il datore di lavoro
Il donatore di lavoro ha il compito e il dovere di garantire un ambierete sereno e deve predisporre le misure per preservare l’ambiate. Il responsabile, risponde, infatti, dei danni subiti dal dipendente mobbizzato dai colleghi se non ha vigilato e non si è attivato per fare cessare i soprusi di cui, magari, era già stato messo al corrente. Contrariamente, l’azienda o il datore di lavoro diventa esente da colpe se ha spostato il dipendente in un altro reparto per ovviare alle tensioni che si sono venute a creare nel posto di lavoro. In questo caso, dovrà essere il dipendente a dimostrare che il trasferimento è il frutto di una persecuzione o ritorsione dell’imprenditore.

Il risarcimento
La domanda di risarcimento per mobbing in relazione a comportamenti datoriali che abbiano portato il dipendente alle dimissioni è soggetta a specifica allegazione e prova. Va ricordato che non è più obbligatoria una diagnosi medica per accertare una sindrome ma basta la violazione dei diritti per aprire una causa. Inoltre l’azione di risarcimento può essere richiesta entro dieci anni che decorrono da quando si è manifestato il danno e non da quando sono iniziate le vessazioni.

Da La Stampa  la notizia qui

Il datore che minaccia i dipendenti può essere allontanato dalla città lunedì, Lug 21 2008 

Cass. II sez. pen. sentenza n. 28682/08

La Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro che sottopone a minacce i propri dipendenti può essere allontanato dalla città in cui ha sede la sua azienda.

Tale comportamento configura il reato di estorsione aggravata e continuata e pertanto l’allontanamento dalla citta’ e’ una misura “adeguata, siccome l’unica idonea a recidere il legame degli indagati con l’ambiente lavorativo”.

In particolare la Cassazione ha affermato: “nel caso in cui il datore di lavoro realizzi una serie di comportamenti estorsivi nei confronti di proprie lavoratrici dipendenti, costringendole ad accettare trattamenti retributivi deteriori e non corrispondenti alle prestazioni effettuate e, in genere, condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi, approfittando della situazione di mercato in cui la domanda di lavoro era di gran lunga superiore all’offerta e quindi, ponendo le dipendenti in una situazione di condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni vessatorie equivale a perdere il posto di lavoro, e’ configurabile il delitto di estorsione previsto e punito dall’art. 629 C. p.”.

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

Non è mobbing modificare l’organico di un Ente pubblico martedì, Mag 20 2008 

Cass. Sezioni Unite sentenza n. 8740/08

Le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno stabilito che non sussiste ‘mobbing’ e/o demansionamento nel caso in cui un Ente pubblico effettui una modifica dell’organico per cui un lavoratore si trovi ad essere sostituito da un neo-assunto che, per effetto della modifica dell’Ente, si trova a ricoprire un nuovo posto di lavoro con mansioni superiori al lavoratore.

Gli Ermellini hanno quindi precisato che non c’è mobbing solo nel caso in cui tale modifica di posizione non comporti mutamento negli incarichi che debbono quindi rimanere congrui rispetto all’inquadramento del lavoratore e ciò anche se di fatto non si trova più al vertice del settore.

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

L’allarme dei medici: troppe donne (articolo commentato dall’Avv. Maria Grazia Mei) mercoledì, Set 26 2007 

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E’ con enorme stupore e con profonda irritazione che questa mattina pubblichiamo un articolo comparso sul Corriere.it.

Lo stupore e l’irritazione derivano dal fatto che in un contesto storico e sociale in cui si discute tanto di pari opportunità e di necessità di aperture al genere femminile delle carriere tradizionalmente riservate ai maschi, c’è ancora chi sbandiera fobie nei confronti delle donne e vuole relegarle a ruoli di secondo piano. Senza dubbio, peraltro, si tratta dei medesimi soggetti chiamati a illustrare in convegni o in occasioni istituzionali politiche e azioni volte all’integrazione femminile nel mondo del lavoro.

Viene preliminarmente spontaneo domandarsi quali siano le fobie e i timori dei componenti della federazione degli ordini dei medici in proposito e quali siano gli strumenti e i rimedi pensati per escludere le donne dalla professione medica.

Dalla lettura dell’articolo appare evidente come tali timori siano fondati ancora una volta su questioni di carattere sessuale. Si fa esplicito riferimento, infatti, all’imbarazzo dell’uomo di fronte ad un’urologa che si appresti a controllare lo stato della prostata o a prescrivere medicinali contro l’impotenza, così come torna in auge l’antico tema della incapacità della donna ad eseguire interventi chirurgici in quanto soggetta a sbalzi ormonali che ne condizionerebbero l’affidabilità.

Tali imbarazzi, tuttavia, mai sono stati riconosciuti a noi donne, costrette per lungo tempo ad esporre le nostre parti intime e a parlare della nostra sessualità a ginecologi uomini. Senza con ciò voler condannare tutta la categoria, a quante è capitato di notare sguardi indiscreti e occhiate poco professionali, senza poi parlare dei casi di “tastate” poco opportune? In generale, però, noi donne abbiamo sempre creduto di trovarci di fronte un medico, un soggetto cioè che doveva provvedere ad individuare le nostre patologie e a consigliarci le cure e i rimedi opportuni e non un uomo. Il camice bianco, nel pensiero comune, è ciò che priva di connotazione sessuale il soggetto che lo indossa, ma l’assenza di tale connotazione, probabilmente vale con riferimento esclusivo al genere maschile.

Viene, altresì, da chiedersi se i timori e le fobie non siano ispirati dal fatto che esista una sorta di morbosità del medico uomo che si trovi a visitare una donna e nel timore che tale morbosità possa esistere anche nella donna medico.

Quanto all’esclusione delle donne dalla professione chirurgica, si fa riferimento anche ai condizionamenti relativi agli orari di intervento che male si conciliano con la vita familiare. Si torna, anche in tal caso, ad attribuire alla femmina il ruolo esclusivo di angelo del focolare, senza pensare che un intervento andrebbe condotto prima di tutto proprio sulla ripartizione dei ruoli all’interno del nucleo familiare.

Ma come si può pensare ad un simile intervento quando c’è chi ancora sbandiera preoccupazioni per l’aumento del numero delle donne medico e ne vorrebbe limitare l’accesso alla professione?

Già il riferimento all’ospedale al contrario, del Dott. Amedeo Bianco, cioè quello in cui vi sarebbero donne con il camice bianco e infermieri uomini  induce a riflettere sul fatto che la morale corrente, il pensiero ancora diffuso sia quello che vede le donne relegate alle professioni di cura e di assistenza. Induce, tuttavia, a riflettere anche su un altro fatto: se mai vi sarà un “ospedale al contrario”, sarà solo perché le donne avranno raggiunto un livello di scolarizzazione e di qualificazione professionale superiore a quello maschile, considerati gli ostacoli posti dagli ordini professionali e dai concorsi ospedalieri per l’accesso alle professioni, ostacoli surrettizi che mascherano vere e proprie preferenze nei confronti del genere maschile e quindi discriminazioni di tipo indiretto. Noi donne non dobbiamo solo essere brave e competenti, dobbiamo esserlo due volte per avere pari possibilità.

Il Dott. Bianco ritiene che debbano essere pensati dei rimedi per limitare l’accesso alla professione medica delle donne. Non so quanti anni abbia il Dott. Bianco e non so da quanti anni rivesta il ruolo che ricopre attualmente. Ritengo quasi certo, tuttavia, che mai si sia sognato di pensare strumenti e rimedi quando la maggioranza dei medici indossava i pantaloni.

Vi lascio ora alla lettura dell’articolo sperando di aver offerto a tutti alcuni spunti di riflessione.

Avv. Maria Grazia Mei

La federazione degli ordini di categoria: dobbiamo trovare rimedi.

I dottori nel 2017: maschi solo 2 su 10. «Sempre meno chirurghi e urologi»

Ve lo immaginate un uomo che si fa visitare dall’urologa? Fra un paio d’anni sarà una realtà diffusa che dovrà accettare anche chi, per orgoglio maschile o per imbarazzo, ora è refrattario. La professione medica sta infatti rapidamente cambiando sesso. Già oggi le iscritte alle facoltà di Medicina e Chirurgia sono il 60%. Le proiezioni: nel giro dei prossimi 10 anni, ben otto camici bianchi su dieci nasconderanno forme femminili. Se ne discuterà venerdì in un grande convegno organizzato a Caserta dalla Fnomceo, la federazione degli ordini di categoria, presieduta da Amedeo Bianco.

Che lancia un allarme, una denuncia, partendo dai numeri raccolti dal suo vice, Maurizio Bennato: «Affrontiamo in modo diverso il futuro altrimenti alcune specialità, soprattutto quelle che oggi sono monosex, andranno in crisi. Sono molto favorevole alle donne medico, ma non nascondo una certa preoccupazione. Dobbiamo studiare un sistema tale da garantire qualità e potenzialità senza ridurre l’offerta ». Avremo un ospedale al contrario. Medici con la gonna, infermieri con i pantaloni. Una controtendenza anche questa. Una volta gli angeli della corsia erano ragazze. Ora il mestiere ha assunto caratteristiche più incoraggianti per l’uomo.

Ha perso l’impronta assistenziale per assumere quella manageriale, di coordinamento. In via di estinzione, quindi, le caposala vecchia maniera.
Sono in pericolo, per quanto riguarda l’arte di Ippocrate, le riserve chiuse, per tradizione, alle donne. Come le chirurgie, le alte specializzazioni (neurochirurgia, cardiochirurgia) e, naturalmente quelle che riguardano la cura di malattie e apparati intimi. Vincenzo Mirone, presidente della società italiana di urologia, ragiona con i dati. Su 2.200 urologi, solo 173 le colleghe, il cinque per cento: «Ammettiamolo, noi maschi non ci faremmo mai controllare la prostata da una lei nè gradiremmo che una mano femminile ci prescrivesse un farmaco per l’impotenza. Insomma non fa piacere sentirsi dire proprio da una donna che hai bisogno del Cialis o del Viagra».

Per contrastare gli effetti dell’invasione rosa negli ospedali o negli studi dei medici di famiglia — dove la presenza del gentil sesso è triplicata — Bianco ha un suggerimento: «Potremmo restare sguarniti nelle chirurgie o in ortopedia.
Si pensa, erroneamente a mio parere, che solo l’uomo sia capace di operare perchè più forte, freddo, coragg i o s o . E dall’altra parte ci sono difficoltà oggettive. Gli orari della sala operatoria, ad esempio, non si conciliano bene con quelli della famiglia. Occorre ripensare i turni, il trattamento della maternità».

Il presidente di Fnomceo è contrario invece all’istituzione di «quote azzurre», posti riservati al sesso che, almeno dal punto di vista della dirigenza, continua ad essere forte. Se il colore della professione è cambiato, lo stesso non vale per primariati e stanze dei bottoni dove è sempre lui a prevalere.

Lorenza Sassi, consigliera dell’Ordine di Udine, odontoiatra insiste sulla necessità di un cambiamento culturale. «Noto ancora molto diffidenza nei nostri confronti — racconta —. I malati anzichè dottoressa mi chiamano signora. E se devono farsi estrarre un dente da me assumono un atteggiamento negativo. Pensano che per essere bravi sia indispensabile la forza che noi signore non possediamo. Insomma ci vorrà tempo prima che lui si abitui a andare dall’urologa libero da pensieri imbarazzati e imbarazzanti, come lei dal ginecologo».

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

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