Dare del gay a una persona è reato martedì, Mar 16 2010 

La suprema corte: basta alle denigrazioni nei confronti degli omosessuali. Si rischia una condanna per ingiuria.

MILANO – Dare del gay ad una persona è reato: la Cassazione dice basta alle denigrazioni nei confronti degli omosessuali e ricorda che tale condotta può sfociare in una condanna per ingiuria.

La Suprema Corte affronta l’argomento nell’ambito di un procedimento, aperto nei confronti di un 71enne che, in una lettera aveva offeso un uomo ricordandone «il suo essere gay» in riferimento a una vacanza che il destinatario della missiva aveva fatto in montagna con un marinaio e il suo allontanamento da un club sportivo frequentato da ragazzini.

Il tribunale di Ancona, in sede di rinvio (durante il primo processo d’appello l’imputato era stato assolto, ma il verdetto era stato annullato dalla Cassazione), aveva condannato il 71enne a 400 euro di multa per il reato di ingiuria, rilevando che le espressioni usate dall’imputato nella lettera «esprimevano riprovazione per le tendenze omosessuali del contraddittorie e un inequivoco ed intrinseco intento denigratorio riferito all’allontanamento da un luogo frequentato da minori.

La prima sezione penale della Suprema Corte, con la sentenza 10248 ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato contro la sentenza di appello bis, rilevando che «correttamente» il tribunale di Ancona ha «svolto la sua funzione inquadrando per un verso il termine ‘gay’ utilizzato nella lettera agli episodi che la sentenza annullata aveva omesso di considerare, la vacanza con il marinaio e l’allontanamento dal club frequentato da minori e valutando le ulteriori accuse, presenti nella missiva ritenuta offensiva, come denigratorie, con giudizio di merito, logicamente motivato»…[continua…]

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Annunci

Immigrato respinto da Atm, il giudice:«L’azienda smetta di discriminare» mercoledì, Lug 22 2009 

images

Parzialmente accolto il ricorso del 18enne marocchino. Salvini:sentenza aberrante, i giudici vadano in Marocco.

MILANO – Il Tribunale del lavoro di Milano ha parzialmente accolto il ricorso del marocchino Mohamed Hailoua, che lamentava di non poter essere assunto dall’Atm (Azienda di trasporti milanesi) a causa di un regio decreto del 1931 che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nel trasporto pubblico. L’immigrato aveva presentato reclamo contro l’ordinanza del Tribunale del Lavoro di Milano che aveva respinto un suo primo ricorso. Il collegio presieduto dal giudice Chiarina Sala ha dichiarato il «carattere discriminatorio» del comportamento dell’azienda, ordinando ad Atm «la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione, in moduli cartacei o telematici».

LA DISCRIMINAZIONE – Il tribunale di Milano ha stabilito che la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell’assunzione, «verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il “non cittadino”». I giudici hanno pertanto accolto le richieste del marocchino, salvo il risarcimento danni, e «accertato il carattere discriminatorio del comportamento di Atm Spa» hanno ordinato all’azienda «la cessazione del comportamento e la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione»…[continua…]

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro – Discriminazione basata sull’età lunedì, Lug 6 2009 

images

Cgce, Sentenza 18.6.2009 C-88/08.

Il sig. Hütter, ricorrente nella causa principale, è nato nel 1986. Unitamente ad una collega, effettuava, dal 3 settembre 2001 al 2 marzo 2005, un periodo di apprendistato come tecnico di laboratorio presso la TUG, un ente pubblico che ricade nella legge federale del 2002 sull’organizzazione delle università e dei relativi studi.

Il sig. Hütter e la sua collega venivano successivamente assunti dalla TUG, dal 3 marzo 2005 al 2 giugno 2005, vale a dire per un periodo di tre mesi. La collega del sig. Hütter, avendo 22 mesi più di lui, veniva inquadrata in uno scatto superiore, che si traduce in una differenza di EUR 23,20 nella retribuzione mensile.

Tale differenza deriva dal fatto che il periodo di apprendistato svolto dal sig. Hütter successivamente al compimento del diciottesimo anno di età è stato di soli 6,5 mesi circa, contro i 28,5 mesi per la sua collega…[continua…]

Da La Previdenza   la notizia qui

La Consigliera di parità potrà costituirsi parte civile martedì, Apr 28 2009 

azhvkupcarzrc12cau6k2pccalp7ammca9nrgvicawwle4bcakwj7tlcaaps2j4cay1wyixcahkfz4nca16xzo2caclv8ylcadjqjbpcauyq3x7ca0qslqhca45wz10cavy7u54caf7a0y4ca9bz1jm

La Cassazione riconosce un ruolo più incisivo a chi può difendere le donne sul lavoro.

Anche la Consigliera di parità potrà costituirsi parte civile nei processi per molestie e discriminazioni nei confronti delle lavoratrici. Lo ha stabilito la Cassazione.

La figura con il compito di difendere le donne lavoratrici, sempre sottovalutata e misconosciuta, è stata delineata dal Codice delle Pari opportunità (decreto legislativo 198 del 2006): è la prima volta, e costituirà certamente un precedente, che la suprema corte riconosce il diritto di questo pubblico ufficiale a costituirsi in giudizio e ottenere un indennizzo come se si trattasse di una persona direttamente danneggiata.

I giudici hanno sentenziato che il nuovo contesto normativo “riconosce alla Consigliera di Parità un rafforzamento di strumenti per realizzare la pari dignità dei lavoratori negli ambienti di lavoro ed impedire che si crei un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo”…[continua…]

Da Azienda Lex   la notizia qui

«Ma chi c… ti credi di essere?» – Se il capo provoca, è permesso offendere venerdì, Mar 20 2009 

images8888888888888888

Sentenza della Cassazione: «Non merita il licenziamento il dipendente che reagisce ai numerosi rimproveri»

ROMA – Se il capo rimprovera troppo spesso il dipendente, la sua eventuale reazione non merita il licenziamento. Anche se il lavoratore osa rivolgere al suo superiore il classico «ma chi c… ti credi di essere?»: l’espressione offensiva, infatti, può essere considerata una «reazione emotiva istintiva». La Cassazione si mostra comprensiva nei confronti dei dipendenti vittime dei datori di lavoro troppo esigenti.

LA SENTENZA – I giudici della sezione lavoro, con la sentenza 6569, hanno confermato il reintegro in servizio di un dipendente di una casa di cura di Napoli (Alma Mater Villa Calmaldoli) che nel 2002 era stato licenziato per «insubordinazione». All’amministratore della struttura che gli aveva già contestato alcune mancanze nel suo lavoro di addetto al servizio stoviglie, il dipendente ad un certo punto aveva replicato a «muso duro»: «Chi c… ti credi di essere? Se sei un uomo esci fuori! Se no non ti faccio campare più tranquillo!»…[continua…]

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Agenzia Onu: “L’Italia viola i diritti umani” giovedì, Mar 19 2009 

stor_11521794_16450

Immigrati, durissime accuse nel rapporto dell’Ilo che si occupa del rispetto degli standard internazionali sul lavoro.

ROMA – “È evidente e crescente l’incidenza della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani fondamentali nei confronti degli immigrati in Italia. Nel paese persistono razzismo e xenofobia anche verso richiedenti asilo e rifugiati, compresi i Rom. Chiediamo al governo di intervenire efficacemente per contrastare il clima di intolleranza e per garantire la tutela ai migranti, a prescindere dal loro status”.

Sono insolitamente dure e nette le parole che il Comitato di esperti dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia Onu, usa per descrivere il trattamento degli immigrati in Italia e la violazione di alcune norme internazionali.

Come ogni anno, a marzo, esce il rapporto dell’Ilo sull’applicazione degli standard internazionali del lavoro e quest’anno la pagina che riguarda l’Italia denuncia un comportamento senza precedenti per un paese europeo democratico, perché contravviene alla convenzione 143, quella sulla “promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti”, ratificata dal nostro paese nel 1981…[continua…]

Da La Repubblica  la notizia qui

I medici in rivolta: obbligati a denunciare i clandestini mercoledì, Mar 11 2009 

medici01g

I sindacati si oppongono al disegno di legge: se passa andremo alla Corte Ue.

ROMA
Non arriveranno a scioperare (almeno sperano non ce ne sia bisogno) ma useranno tutti gli strumenti legali: fino «alla Corte di giustizia europea passando per la Corte costituzionale». È questa la posizione delle diverse sigle sindacali dei medici (Anaao assomed, Cimo asmd, Aaroi, fp Cgil, Fvm, Federazione Cisl, Fassid, Fesmed, Uil fpl), nel caso in cui dovesse passare la norma sull’obbligatorietà di denunciare gli immigrati clandestini, emersa nel corso di una conferenza stampa, oggi a Roma.

I sindacati dei medici si oppongono al disegno di legge sulla sicurezza (passato al Senato, ora all’esame della Camera): in particolare, all’approvazione di un emendamento della Lega nord con cui è stato abrogato il divieto di denuncia di immigrati clandestini all’autorità giudiziaria.

Così stando le cose, dicono i sindacati, il medico di enti pubblici e convenzionati con il Servizio sanitario nazionale è «obbligato a denunciare» all’autorità giudiziaria…[continua…]

Da La Stampa   la notizia qui

Presto il reato di stalking o di molestie prolungate martedì, Gen 27 2009 

images1111111111111111112È in Aula alla Camera dal 20 gennaio e si prevedono tempi rapidi.

Ddl Camera 1440-A.

Si stringono i tempi per l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di stalking, ossia di molestie prolungate. E’ infatti arrivato in Aula alla Camera, il 20 gennaio, il ddl contro gli atti persecutori, in un testo messo a punto dalla Commissione giustizia sulla base di una proposta del governo e di altre proposte parlamentari.

Lo stalking, dunque, verrà punito sempre a querela di parte, ma è possibile procedere d’ufficio se il reato è commesso nei confronti di un minore o di un disabile e anche quando il molestatore sia stato già ‘ammonito’ dal magistrato. Infatti, prima di presentare querela, la vittima può chiedere al questore di ammonire l’accusato che viene invitato dalla pubblica autorità a tenere una “condotta conforme alla legge”. Se le molestie continuano, il magistrato potrà procedere d’ufficio.

Il testo, inoltre, prevede che il giudice possa intimare all’imputato di non avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla vittima, o quanto meno di mantenersi a distanza. Il divieto può durare fino a un anno. Infine, all’imputato può anche essere vietato di comunicare con qualsiasi mezzo, non solo con la vittima, ma anche con i figli. in dettaglio con l’articolo 1 si inserisce, dopo l’articolo 612 del codice penale, l’articolo 612-bis sotto la rubrica: «Atti persecutori»…[continua…]

Da Cittadino Lex    la notizia qui

Mobbing: la malattia non è l’unica via per il risarcimento martedì, Ott 7 2008 

Dalla Cassazione alcune novità a tutela del dipendente.

Aumentano i casi di mobbing al lavoro e sono sempre più le persone che denunciano casi di sopraffazione finché non si finisce di fronte ad un giudice.

Insomma il contenzioso lavorativo è sempre più in crescita e coinvolge sia donne che uomini.
Per mobbing si definisce una serie di comportamenti vessatori e discriminatori nei confronti di un lavoratore reiterati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) nell’insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.

I cambiamenti della Cassazione
Prima, per dire che si trattava di mobbing era necessario che l’attività persecutoria durasse più di 6 mesi e doveva essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociavano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico. Ma dalla Cassazione arrivano delle novità:

il diritto di risarcimento non richiede necessariamente un’esposizione prolungata alle vessazioni. Se prima era necessario un arco temporale di minimo sei mesi durante i quali il dipendente era vittima dell’attività persecutoria, ora invece non sussiste più l’arco temporale ma si parla di mobbing anche se i comportamenti vessatori e discriminatori sono reiterati solo per qualche mese.

Non solo le offese o gli insulti fanno parte del mobbing ma anche lo spostamento del lavoratore ad incarichi meno importanti è considerato un’offesa. La Cassazione infatti ha deciso con la sentenza 24293/08 che se al dipendente viene affidata una nuova mansione, questa, per essere lecita, deve consentirgli l’utilizzazione o il perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozioni e perizia acquisite nella precedente fase del rapporto di lavoro.

Slittamento del mobbing da sindrome depressiva a mera lesione dei diritti del lavoratore. Oggi è possibile aprire una causa di maltrattamenti non solo se il medico ha riscontrato un’effettiva malattia frutto dei maltrattamenti ma è possibile aprire una causa allegando la violazione dei propri diritti.

Il datore di lavoro
Il donatore di lavoro ha il compito e il dovere di garantire un ambierete sereno e deve predisporre le misure per preservare l’ambiate. Il responsabile, risponde, infatti, dei danni subiti dal dipendente mobbizzato dai colleghi se non ha vigilato e non si è attivato per fare cessare i soprusi di cui, magari, era già stato messo al corrente. Contrariamente, l’azienda o il datore di lavoro diventa esente da colpe se ha spostato il dipendente in un altro reparto per ovviare alle tensioni che si sono venute a creare nel posto di lavoro. In questo caso, dovrà essere il dipendente a dimostrare che il trasferimento è il frutto di una persecuzione o ritorsione dell’imprenditore.

Il risarcimento
La domanda di risarcimento per mobbing in relazione a comportamenti datoriali che abbiano portato il dipendente alle dimissioni è soggetta a specifica allegazione e prova. Va ricordato che non è più obbligatoria una diagnosi medica per accertare una sindrome ma basta la violazione dei diritti per aprire una causa. Inoltre l’azione di risarcimento può essere richiesta entro dieci anni che decorrono da quando si è manifestato il danno e non da quando sono iniziate le vessazioni.

Da La Stampa  la notizia qui

Il datore che minaccia i dipendenti può essere allontanato dalla città lunedì, Lug 21 2008 

Cass. II sez. pen. sentenza n. 28682/08

La Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro che sottopone a minacce i propri dipendenti può essere allontanato dalla città in cui ha sede la sua azienda.

Tale comportamento configura il reato di estorsione aggravata e continuata e pertanto l’allontanamento dalla citta’ e’ una misura “adeguata, siccome l’unica idonea a recidere il legame degli indagati con l’ambiente lavorativo”.

In particolare la Cassazione ha affermato: “nel caso in cui il datore di lavoro realizzi una serie di comportamenti estorsivi nei confronti di proprie lavoratrici dipendenti, costringendole ad accettare trattamenti retributivi deteriori e non corrispondenti alle prestazioni effettuate e, in genere, condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi, approfittando della situazione di mercato in cui la domanda di lavoro era di gran lunga superiore all’offerta e quindi, ponendo le dipendenti in una situazione di condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni vessatorie equivale a perdere il posto di lavoro, e’ configurabile il delitto di estorsione previsto e punito dall’art. 629 C. p.”.

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

Pagina successiva »