E’ Illegittimo il dispositivo di controllo a distanza del lavoratore in assenza di accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro martedì, Set 25 2007 

(Corte di Cassazione, sentenza 17.7.2007 n. 15892 – Gesuele Bellini)

L’installazione di apparecchiature che consentono la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, quali un dispositivo che rilevi l’orario di attraversamento dei dipendenti di una sbarra di passaggio del garage aziendale, è illegittimo, in assenza di un accordo sindacale o dell’assenso dell’Ispettorato del lavoro, in quanto solo questi ultimi danno ai dipendenti la possibilità di avere piena conoscenza e con i quali è possibile eventualmente stabilire in maniera trasparente misure di tutela della loro dignità e riservatezza.
Così ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza 17 luglio 2007, n. 15892.

La vicenda ha interessato un dipendente che era stato licenziato in tronco, in quanto avrebbe più volte lasciato l’ufficio per attività estranee a quelle lavorative, approfittando anche del fatto che le sue mansioni non richiedevano un’assidua presenza in ufficio.
L’accertamento delle uscite ed ingressi di quest’ultimo erano state accertate da un congegno di sicurezza elettronico attivato da un tesserino (badge) personale – lo stesso che attivava gli ingressi agli uffici – che la società, datore di lavoro, aveva fatto installare per consentire l’ingresso dei dipendenti ad un garage per posteggiare la propria autovettura durante l’orario lavorativo….[continua…]

Da La Previdenza   la notizia qui

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Pari opportunità tra uomo e donna martedì, Giu 19 2007 

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Il datore di lavoro deve rispettare il principio di uguaglianza professionale tra i lavoratori della sua impresa (art. 3 Costituzione).

L’art. 37 della Costituzione stabilisce infatti “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consistere l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione…”

Discriminazione diretta (L. 903/77): costituisce discriminazione diretta qualsiasi atto, patto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discrimando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso e altro lavoratore in situazione analoga (art. 2 Direttiva CE 207/76). Si ha questo tipo di discriminazione ogni volta che il datore di lavoro seleziona o valuta il personale femminile in maniera diversa rispetto a quello maschile, senza che i criteri adottati siano adeguatamente motivati in relazione alla professionalità e al tipo di prestazione richiesta. es. di discriminazione si realizza mediante la sottoposizione le aspiranti lavoratrici a test di gravidanza, infatti l’art. 8 Legge 300/70 (statuto dei lavoratori) prevede che lo stato di gravidanza non può essere oggetto di indagine da parte del datore di lavoro. All’interno del concetto di discriminazione diretta rientrano le forma di discriminazione c.d. occulta o dissimulata.

Discriminazione indiretta (L. 125/91 – Circolare Min. Lav. 26 marzo 2001 n. 31): si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell’altro sesso, salvo che riguardino requisiti essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa, purchè l’obiettivo sia legittimo e i mezzi per il suo conseguimento siano appropriati e necessari (art. 2 Direttiva CE 207/76).

Licenziamento della lavoratrice per matrimonio (art. 1 L. 7/63): sono nulle e si considerano non apposte le clausole contenute in un contratto che prevedono la risoluzione del rapporto di lavoro in conseguenza di matrimonio. Si presume tale il licenziamento intimato nel periodo che va dalla richiesta della pubblicazione civile di matrimonio fima a un anno dopo l’avvenuta celebrazione (Cass. 10 maggio 2003 n. 7176).

Le discriminazioni relative all’accesso, al lavoro, alla formazione professionale, alla parità retributiva, alle qualifiche, alle mansioni, alla carriera, nonchè all’età di pensionamento sono punite con l’ammenda da € 103,00 a 516,00.

Vedi anche   Le donne diventano

Il cittadino italiano, dipendente da impresa italiana, licenziato a New York, ha diritto alla tutela ex art. 18 Stat. Lav. venerdì, Mag 18 2007 

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Se la legge straniera che consente il licenziamento è contraria all’ordine pubblico italiano.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, 9 maggio 2007, n. 10549.

La legge italiana “ha avuto efficacia extraterritoriale” per un dipendente della Banca di Roma, impiegato presso la filiale di New York, che era licenziato dalla stessa “ad nutum” in base alla legge americana che lo consentiva.

A seguito del licenziamento intimatogli dalla Banca di Roma, B.  ha proposto ricorso dinanzi al Pretore di Roma rivendicando l’illegittimità del licenziamento e chiedendo la reintegrazione nel posto di lavoro. Lo stesso Pretore ha rigettato la domanda (sentenza confermata in appello dal Tribunale).

Con sentenza n. 15822/2002 la Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, affermando che il rapporto di lavoro dedotto in giudizio, sorto ed eseguito all’estero, doveva ritenersi regolato secondo i criteri della Convenzione di Roma del 19 luglio 1980, dalla legge del luogo della prestazione lavorativa, a meno che tale legge non risultasse manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico italiano. A riguardo è stato ritenuta manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico italiano una legge che in linea generale non prevede tutela contro il licenziamento ingiustificato…[continua…]

Da Consulenza Del Lavoro   la notizia qui