Legittimità del rifiuto del lavoratore di prestare mansioni inferiori lunedì, Mar 17 2008 

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(Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 3304 del 12 febbraio 2008 – Bellini Gesuele).

Il lavoratore può legittimamente rifiutarsi di svolgere mansioni non rientranti nella propria qualifica di appartenenza, ma in quella inferiore? La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza 12 febbraio 2008, n. 3304, ha risposto positivamente al suddetto quesito.

La questione ha riguardato un lavoratore, impiegato direttivo, a cui sarebbe stato affidato un incarico “non rispondente alla sua pregressa professionalità” che lo stesso si è rifiutato di svolgere, conducendo alla conseguenza di un licenziamento disciplinare nei suoi confronti.

L’interessato propose ricorso al giudice del lavoro per vedersi riconoscere l’accertamento del suo diritto all’inquadramento nella categoria dei dirigenti ovvero nella superiore qualifica di fatto posseduta, la reintegra nelle mansioni svolte prima dell’intervenuto demansionamento e la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare, che gli era stato intimato a distanza di oltre 10 anni. La domanda dell’interessato fu respinta in primo grado e accolta in appello e, avverso quest’ultima decisione, il datore di lavoro propose ricorso per cassazione.

La Corte, nel richiamare un proprio recente orientamento (Cass. 26 giugno 1999 n. 6663; Cass. 1° marzo 2001 n. 2948; Cass. 7 novembre 2005 n. 21479; Cass. 8 giugno 2006 n. 13365; Cass. 27 aprile 2007 n. 10086), ha affermato che il rifiuto da parte del lavoratore subordinato di svolgere mansioni non spettanti è legittimo, in base al principio di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive enunciato dall’art. 1460 c.c., nella condizione in cui il rifiuto sia proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e conforme a buona fede…[continua…]

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L’esistenza del danno da demansionamento può essere provata mediante presunzioni fondate su nozioni generali derivanti dall’esperienza mercoledì, Feb 6 2008 

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L’ESISTENZA DEL DANNO DA DEMANSIONAMENTO PUO’ ESSERE PROVATA MEDIANTE PRESUNZIONI FONDATE SU NOZIONI GENERALI DERIVANTI DALL’ESPERIENZA –In base all’art. 115 cod. proc. civ. (Cassazione Sezione Lavoro n. 1974 del 29 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis).

Maurizio S. dipendente della s.p.a. Rete Ferroviaria Italiana, con qualifica di segretario tecnico superiore e inquadramento in 8 categoria, ha svolto dal novembre 1995 al dicembre 2001, presso la Stazione di Genova, le mansioni di direttore dei lavori, occupandosi anche di collaudo tecnico amministrativo, esame delle pratiche, partecipazione a commissioni di gara come presidente.

Nel dicembre 2001 egli è stato trasferito a Torino con mansioni di incaricato della gestione esecutiva dei lavori ed incarichi di collaborazione e assistenza. Egli ha chiesto al Tribunale di Torino di accertare il suo diritto, per le mansioni svolte sino al dicembre 2001, all’inquadramento nella qualifica superiore di Ispettore Capo aggiunto di 9 a categoria, nonché al risarcimento del danno per il demansionamento subito dal dicembre 2001. Il Tribunale gi ha riconosciuto il diritto alla qualifica superiore e ha condannato l’azienda a pagamento delle differenze di retribuzione. In grado di appello egli ha ottenuto dalla Corte di Torino anche la condanna dell’azienda al risarcimento del danno per il demansionamento subito a far tempo dal dicembre 2001.

La s.p.a. Rete Ferroviaria Italiana ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Torino, sia per aver confermato il diritto del lavoratore alla qualifica superiore, sia per avergli attribuito il risarcimento del danno come conseguenza automatica del demansionamento.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 1974 del 29 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis) ha rigettato il ricorso nella parte relativa al riconoscimento della qualifica superiore, mentre l’ha accolto nella parte concernente la condanna dell’azienda al risarcimento del danno da demansionamento. Il giudice dell’appello – ha affermato la Corte – non ha svolto alcuna indagine sulla sussistenza e l’entità del danno da demansionamento, in quanto si è limitato a rilevare che il lavoratore era stato assegnato a mansioni inferiori a quelle in precedenza svolte….[continua…]

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Considerazioni sulla cd. «professionalità dinamica» lunedì, Gen 21 2008 

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Prof. Meucci Mario

Abstract
Si esamina criticamente il revirement della Cassazione sul tema della professionalità tramite cui si è individuato – in difformità dal pregresso orientamento consolidato – nel formale accordo sindacale classificatorio il punto di riferimento per l’equivalenza delle mansioni e lo schermo di salvaguardia dalla nullità dei declassamenti anche temporanei, in omaggio alle esigenze dell’impresa.

1.Excursus sul contenuto del vigente art. 2103 c.c.

Quattro sentenze intercorse tra il novembre del 2006 e il dicembre 2007 (Cass. SU n. 25033/06[1], n. 5285/07[2], n. 8596/07[3], n. 25313/07[4], allo stato) hanno effettuato una operazione stravolgente o dirompente della normativa Statutaria in tema di tutela della professionalità, nell’ottica di una cd. «flessibilizzazione», sostantivo che sappiamo bene cosa celi dietro. Sostanzialmente la Cassazione ha detto che – facendosi interprete anche delle «recriminazioni» della dottrina (certamente dei supporters delle associazioni imprenditoriali) – è maturo il tempo dell’abbandono della difesa della cd. «professionalità statica» per dar sfogo all’introduzione della «professionalità dinamica» o cd. «potenziale».

Cosa significa in parole povere?

Significa che il lavoratore che nel corso del suo rapporto di lavoro ha raggiunto una posizione ambita o un ruolo manuale specializzato (es. fresatore, tornitore, alesatore, fonditore, pittore, muratore, ecc.) ovvero nell’ ambito del lavoro concettuale un omologo ruolo di specialista settoriale (legale, fiscalista, analista di bilanci, esperto informatico, analista finanziario ecc.), può vedersi richiedere dall’azienda, per proprie esigenze, di spostarsi in orizzontale su altre posizioni di lavoro diverse e soggettivamente carenti di requisiti di omogeneità, se non quella che lega la comune matrice «manuale» delle mansioni operaie e la comune matrice «concettuale» delle mansioni impiegatizie.

C’è da chiedersi come possa essere stata legittimata questa nuova concezione della divisione del lavoro che si ripropone di sostituire alla parcellizzazione funzionale (delle) e alla specializzazione nelle mansioni, quella della interscambiabilità dei ruoli e della flessibilità degli spostamenti in orizzontale (talora anche in senso discendente) dei lavoratori fra mansioni ipotizzate (solo sulla carta dei ccnl) come omogenee quando, nel concreto, non lo sono affatto. Non v’è chi non colga, infatti, la differenza che corre tra il pittore ed il muratore, l’autista di autovetture e il giardiniere o l’elettricista, per tacere delle altre mansioni impiegatizie presuntivamente omogenee.

E la domanda si fa più insistente quando si pensi che dal vecchio art. 2103 del codice civile (innovato dall’art. 13 Statuto dei lavoratori) nel 1970 fu espunto qualsiasi richiamo alle «esigenze dell’impresa», legittimanti assegnazioni a mansioni diverse «sempreché non comportassero un mutamento sostanziale della posizione di lui». Si preferì eliminare, nel nuovo art. 2103 c.c. del 1970, qualsiasi subordinazione della professionalità alle esigenze dell’impresa, naturalmente e condivisibilmente precisandosi (in via interpretativa) che tale rigidità doveva comunque flettersi in occasione di eventi (auspicabilmente) eccezionali, che rendessero necessario un comportamento ispirato a correttezza e buona fede nelle obbligazioni; implicanti, quindi e senza «tante storie», l’impiego e l’impegno dei prestatori (indifferentemente dalle mansioni da ciascuno rivestite) per garantire il bene comune della sicurezza nella comunità di lavoro aziendale e della salvaguardia degli impianti…[continua…]

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Lo svolgimento delle mansioni superiori dà diritto alla promozione anche in mancanza del titolo di studio martedì, Set 18 2007 

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La mancanza del titolo di studio o altro requisito analogo previsto dal contratto collettivo per l’attribuzione di una qualifica superiore non esclude l’acquisibilità della medesima ai sensi dell’art. 2103, primo comma, cod. civ, nel caso di effettivo esercizio delle relative mansioni per il periodo minimo prescritto.

Tuttavia l’esercizio delle mansioni corrispondenti alla qualifica superiore conferita resta precluso qualora il titolo di studio o altro requisito analogo sia richiesto, da norme inderogabili, per lo svolgimento di determinate attività (Cassazione Sezione Lavoro n. 17940 del 23 agosto 2007, Pres. Sciarelli, Rel. De Matteis).

Da Legge e Giustizia     la notizia qui

Mansioni superiori mercoledì, Mag 16 2007 

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L’individuazione dell’attività che il lavoratore si impegna a prestare è fondamentale al fine di determinare quali sono i diritti e doveri delle parti nel rapporto di lavoro.

L’oggetto della prestazione lavorativa è individuato dalle mansioni in relazione alle quali si stabiliscono le qualifiche.

L’art. 2103 c.c. stabilisce che “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. Nel caso di assegnazioni a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta e l’assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzioni di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi”.

L’inquadramento del lavoratore deve avvenire con riferimento alle categorie (o livelli) previste dalla contrattazione collettiva e, pertanto, nella pratica, ai fini dell’individuazione della qualifica e quindi del livello di inquadramento, hanno rilievo unicamente le mansioni effettivamente svolte dal lavoratore all’interno dell’azienda in modo stabile e continuativo ( Cass. 6 aprile 1992 n. 4200).

Il diritto alla qualifica superiore previsto dall’art. 2103 c.c. è fondato sullo svolgimento delle mansioni superiori, fatto oggetto giuridicamente qualificato dal suo presupposto, costituito dal livello delle mansioni svolte.

La qualificazione giuridica di tale presupposto, per la sua stessa natura, è nella norma (legale o contrattuale) e non discende, pertanto, dalla volontà datoriale. Ove, quindi, la qualificazione del livello sia subordinatamente connessa alla classificazione dell’ambito aziendale dove le mansioni sono svolte, il datore di lavoro non può ritardare il formale riconoscimento del livello superiore (Cass. Civ., sez. lav., 3 gennaio 2005, n. 24.

Inoltre, la reiterata assegnazione a mansioni superiori per periodi inferiori singolarmente considerati, al termine previsto dall’art. 2103 c.c., ma superiori per cumulo di più di esse, può rilevare l’intento del datore di lavoro meramente elusivo della disposizione finalizzata alla c.d. “promozione automatica”, quando non sussista contemporaneamente la prova, il cui onere è a carico del datore di lavoro, di aver fatto ricorso a tali modalità nella gestione delle assegnazioni provvisorie per assicurare la vacanza del posto da coprire obbligatoriamente per il tramite della procedura concorsuale o selettiva, e per il periodo necessario alla definizione della stessa (Cass. Civ.., sez.lav., 7 luglio 2004, n. 12534.

Ma non basta, ai fini dell’acquisizione da parte del prestatore di lavoro del diritto all’assegnazione definitiva delle mansioni superiori dopo un periodo fissato dai contratti collettivi in conformità delle disposizioni di legge, ai sensi degli artt. 2103 c.c. e 6 della legge 13 maggio 1985, n. 190, come sostituito dall’art. 1 della legge 2 aprile 1986, n. 106, è irrilevante la soppressione formale nell’organigramma aziendale della posizione lavorativa corrispondente a quelle mansioni ove di fatto si sia protratta l’assegnazione del lavoratore al loro espletamento ( Cass. Civ., sez. lav., 1 luglio 2004, n. 12103).

L’attribuzione al lavoratore di una qualifica superiore in relazione all’esercizio di fatto, per un determinato periodo, delle mansioni corrispondenti, ai sensi dell’art. 2103 c.c., non esige che l’assegnazione delle mansioni avvenga mediante un provvedimento formale, essendo sufficiente a tal fine che il datore di lavoro, anche mediante un comportamento concludente, manifesti il consenso all’espletamento delle mansioni superiori (Cass. Civ., sez. lav., 27 maggio 2000, n. 7018).

Ancora, ai fini del conseguimento della qualifica superiore non ha rilievo che il dipendente abbia svolto occasionalmente mansioni affidate anche ad altro dipendente che rivesta tale qualifica, essendo rilevante non solo la frequenza con la quale quelle mansioni siano stare eventualmente espletate, ma anche il concreto grado di autonomia, responsabilità, gravosità e intensità, comparato con le altre mansioni proprie della qualifica inferiore (Cass. Civ., sez. lav., 23 agosto 2003, n. 12404).

In ogni caso, il diritto al trattamento economico corrispondente alle mansioni superiori esercitate è garantito dall’art. 2103 c.c. in modo autonomo dal conseguimento della qualifica superiore e deve quindi essere riconosciuto per tutto il periodo in cui sia stato accertato un siffatto esercizio, anche se, per il ricorso della condizione ostativa prevista dal medesimo art. 2103 c.c., non possa essere attribuita all’interessato la qualifica anzidetta (Cass. Civ., sez. lav., 12 marzo 2004, n. 5137).