Fornero denunciata per mobbing sociale: arriva la ribellione di 191 esodati lunedì, Lug 15 2013 

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Arriva la denuncia contro l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero per mobbing sociale. Tutto questo perché la Riforma delle Pensioni, secondo la Ragioneria di Stato, ha prodotto 314.576 esodati, di cui solo 130mila sono stati salvaguardati nel raggiungimento della pensione.

La denuncia parla di risarcimento dovuto e di danno psicologico da patema d’animo. E i tutelati non se la sono vista benecontinua a leggere

Da Signoraggio.it

Licenziamento per superamento del periodo di comporto e mobbing giovedì, Giu 20 2013 

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Con sentenza n. 14643 del 11 giugno 2013, la Cassazione ha affermato che è illegittimo il licenziamento del dipendente per il superamento del periodo di comporto se la malattia (frequenti stati depressivi, ansie e crisi di panico) è dipeso dal mobbing subìto all’interno dell’azienda…la sentenza integrale la trovi qui

Da Dpl Modena

Il mobbing è una condotta persecutoria lesiva della salute e della personalità del dipendente giovedì, Giu 20 2013 

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Cassazione dell’11 giugno 2013

Per mobbing si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità…continua a leggere

Da Legge e Giustizia

 

Troppi rimproveri sono mobbing – Reintegrata un’impiegata licenziata mercoledì, Mar 25 2009 

Una sentenza della Cassazione dà ragione a una lavoratrice di milano.

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Alla dipendente è stato anche riconosciuto un danno “biologico” pari a 9.500 euro.

ROMA – Anche ai rimproveri ci deve essere un limite. Almeno a quelli sul lavoro. Infatti, se si eccede sempre contro lo lo stesso dipendente, sul posto di lavoro, costituiscono mobbing e come tale devono essere risarciti. Parola di Cassazione che ha confermato il risarcimento per danno biologico pari a 9.500 euro, a una impiegata milanese che per nove mesi, dal gennaio al settembre 1999, era stata sottoposta dal datore di lavoro a «ripetuti rimproveri orali» davanti ai colleghi di lavoro, fino ad essere pure licenziata.

LA VITTIMA REINTEGRATA SUL POSTO DI LAVORO – Secondo la Sezione Lavoro della Suprema Corte, che ha respinto il ricorso della società Ivm. srl, legittimamente la Corte d’Appello di Milano, ha ordinato la reintegrazione nel posto di lavoro di Anna D., oltre al riconoscimento dei danni da mobbing sulla base «dei rimproveri orali da parte dei superiori che venivano effettuati adottando toni pesanti e in modo tale che potessero essere uditi dagli altri colleghi di lavoro»…[continua…]

Da Il Corriere della Sera    la notizia qui

Schiavitù costringere qualcuno a lavorare in un circo giovedì, Gen 8 2009 

images1Cassazione 46128/2008.

È reato mantenere le persone in uno stato di soggezione continuativa attraverso lo sfruttamento.

Costringere qualcuno ad esibirsi in attività circensi, anche pericolose, può costare ai gestori dell’attività una condanna penale per il reato di riduzione in schiavitù.

Lo ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione annullando con rinvio la sentenza del Tribunale del Riesame di Salerno che aveva rimesso i gestori di un circo che erano stati arrestati con l’accusa di aver ridotto in schiavitù i membri di una famiglia di bulgari che lavoravano nel circo.

Gli imputati, in particolare, avevano costretto le vittime a totale asservimento alle famiglie degli indagati esercenti attività circense, impedendo loro di allontanarsi dal circo, obbligando alcuni ad entrare durante gli spettacoli in teca trasparente, con serpenti e tarantola, altri ad immergersi in acqua con pesci “piranha”, altri allo smontaggio e rimontaggio della struttura del circo, pulizia e manutenzione dell’area destinata agli spettacoli anche con turni di lavoro di 20 ore, costringendo le ragazze a lavori domestici quotidiani nei veicoli itineranti dei nuclei familiari degli indagati, ed obbligando tutti a seguirli nei loro spostamenti.

Per tali motivi erano stati accusati di riduzione in schiavitù e posti in stato di fermo…[continua…]

Da Cittadino Lex  la notizia qui

Mobbing: in esame il provvedimento sui comportamenti persecutori sul luogo di lavoro mercoledì, Ott 15 2008 

Sono da ricondurre, nell’ambito della definizione di mobbing, tutti quegli atti e comportamenti posti in essere da datori di lavoro, capi intermedi e colleghi, che si traducono in atteggiamenti persecutori, attuati in forma evidente, con specifica determinazione e carattere di continuità, atti ad arrecare danni rilevanti alla condizione psico-fisica del lavoratore, ovvero anche al solo fine di allontanarlo dalla collettività in seno alla quale presta la propria opera”: recita così il primo comma dell’articolo 1 del disegno di legge in materia di mobbing nei luoghi di lavoro, in esame questa settimana in Commissione Lavoro del Senato.

Il provvedimento, di sette articoli, precisa la definizione di comportamento mobbizzante, le conseguenze in termini di danni psicofisici alla vittima di tale comportamento e le procedure che si possono attivare per far valere la responsabilità di chi lo mette in atto ( i superiori, i capi intermedi, i colleghi stessi del lavoratore, vittima della persecuzione).

In particolare le attività di mobbing si sostanziano in atti di ostilità, attacchi alla reputazione, creazione di falsi pettegolezzi, insinuazioni malevole, segnalazioni diffamatorie, attribuzioni di errori altrui, carenza di informative e informazioni volutamente errate, al fine di creare problemi, controlli e sorveglianza continui, minacce di trasferimenti, apertura di corrispondenza, difficoltà di permessi o ferie, assenza di promozioni o passaggi di grado, ingiustificata rimozione da incarichi già ricoperti, svalutazione dei risultati ottenuti.

A coloro che pongono in essere tali atti i comportamenti vengono applicate le misure previste con riferimento alla responsabilità disciplinare. Analoga responsabilità grava su chi consapevolmente denuncia gli atti e i comportamenti di cui all’articolo 1, ancorchè notoriamente inesistenti, al solo fine di trame un qualsivoglia vantaggio.

Il lavoratore che abbia subìto violenza o persecuzione psicologica nel luogo di lavoro e non ritenga di avvalersi delle procedure di conciliazione previste dai contratti collettivi, ma intenda adire in giudizio, può promuovere il tentativo di conciliazione ex art. 410 del codice di procedura civile. Il procedimento è regolato dall’articolo 413 del codice di procedura civile.

Il giudice condanna il responsabile del comportamento sanzionato al risarcimento del danno, la cui liquidazione ha luogo in forma equitativa…[continua…]

Da Il Sole 24 Ore  la notizia qui

Mobbing: la malattia non è l’unica via per il risarcimento martedì, Ott 7 2008 

Dalla Cassazione alcune novità a tutela del dipendente.

Aumentano i casi di mobbing al lavoro e sono sempre più le persone che denunciano casi di sopraffazione finché non si finisce di fronte ad un giudice.

Insomma il contenzioso lavorativo è sempre più in crescita e coinvolge sia donne che uomini.
Per mobbing si definisce una serie di comportamenti vessatori e discriminatori nei confronti di un lavoratore reiterati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) nell’insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.

I cambiamenti della Cassazione
Prima, per dire che si trattava di mobbing era necessario che l’attività persecutoria durasse più di 6 mesi e doveva essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociavano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico. Ma dalla Cassazione arrivano delle novità:

il diritto di risarcimento non richiede necessariamente un’esposizione prolungata alle vessazioni. Se prima era necessario un arco temporale di minimo sei mesi durante i quali il dipendente era vittima dell’attività persecutoria, ora invece non sussiste più l’arco temporale ma si parla di mobbing anche se i comportamenti vessatori e discriminatori sono reiterati solo per qualche mese.

Non solo le offese o gli insulti fanno parte del mobbing ma anche lo spostamento del lavoratore ad incarichi meno importanti è considerato un’offesa. La Cassazione infatti ha deciso con la sentenza 24293/08 che se al dipendente viene affidata una nuova mansione, questa, per essere lecita, deve consentirgli l’utilizzazione o il perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozioni e perizia acquisite nella precedente fase del rapporto di lavoro.

Slittamento del mobbing da sindrome depressiva a mera lesione dei diritti del lavoratore. Oggi è possibile aprire una causa di maltrattamenti non solo se il medico ha riscontrato un’effettiva malattia frutto dei maltrattamenti ma è possibile aprire una causa allegando la violazione dei propri diritti.

Il datore di lavoro
Il donatore di lavoro ha il compito e il dovere di garantire un ambierete sereno e deve predisporre le misure per preservare l’ambiate. Il responsabile, risponde, infatti, dei danni subiti dal dipendente mobbizzato dai colleghi se non ha vigilato e non si è attivato per fare cessare i soprusi di cui, magari, era già stato messo al corrente. Contrariamente, l’azienda o il datore di lavoro diventa esente da colpe se ha spostato il dipendente in un altro reparto per ovviare alle tensioni che si sono venute a creare nel posto di lavoro. In questo caso, dovrà essere il dipendente a dimostrare che il trasferimento è il frutto di una persecuzione o ritorsione dell’imprenditore.

Il risarcimento
La domanda di risarcimento per mobbing in relazione a comportamenti datoriali che abbiano portato il dipendente alle dimissioni è soggetta a specifica allegazione e prova. Va ricordato che non è più obbligatoria una diagnosi medica per accertare una sindrome ma basta la violazione dei diritti per aprire una causa. Inoltre l’azione di risarcimento può essere richiesta entro dieci anni che decorrono da quando si è manifestato il danno e non da quando sono iniziate le vessazioni.

Da La Stampa  la notizia qui

Cassazione Lavoro: condotta che configura il mobbing del datore di lavoro lunedì, Set 15 2008 

Corte di Cassazione – Sezione Lavoro, Sentenza 11 marzo – 9 settembre 2008, n.22858: Mobbing

Se è vero che il mobbing non può realizzarsi attraverso una condotta istantanea, è anche vero che un periodo di sei mesi è più che sufficiente per integrare l’idoneità lesiva della condotta nel tempo. Né ad escludere la responsabilità del datore, quando (come nella specie) il mobbing provenga da un dipendente posto in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, può bastare un mero – tardivo – “intervento pacificatore”, non seguito da concrete misure e da vigilanza ed anzi potenzialmente disarmato di fronte ad un’aperta violazione delle rassicurazioni date dal presunto “mobbizante””.

La Cassazione ha così cassato la sentenza d’appello, sostanzialmente confermativa di quella del Tribunale che avevano rigettato le tesi della ricorrente – lavoratrice. In sostanza la Cassazione ha ritenuto che la Corte d’appello non abbia tenuto in considerazione diversi elementi necessari per dare una valutazione complessiva ed unitaria della vicenda, mentre sostiene la Corte: “è necessario che i singoli elementi siano oggetto di una valutazione non limitata al piano atomistico, bensì elevata al fatto nella sua articolata complessità e nella sua strutturale unitarietà”.

Vale la pena di riportare i passaggi salienti della pronuncia che ripercorrono l’orientamento della giurisprudenza di legittimità e del giudice delle leggi in materia di mobbing.

“Il mobbing è costituito da una condotta protratta nel tempo e diretta a ledere il lavoratore. Caratterizzano questo comportamento la sua protrazione nel tempo attraverso una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali, anche intrinsecamente legittimi: Corte cost. 19 dicembre 2003 n. 359; Cass. Sez. Un. 4 maggio 2004 n. 8438; Cass. 29 settembre 2005 n. 19053; dalla protrazione il suo carattere di illecito permanente: Cass. Sez. Un. 12 giugno 2006 n. 13537), la volontà che lo sorregge (diretta alla persecuzione ed all’emarginazione del dipendente), e la conseguente lesione, attuata sul piano professionale o sessuale o morale o psicologico o fisico…[continua…]

Da Filodiritto   la notizia qui

Il datore che minaccia i dipendenti può essere allontanato dalla città lunedì, Lug 21 2008 

Cass. II sez. pen. sentenza n. 28682/08

La Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro che sottopone a minacce i propri dipendenti può essere allontanato dalla città in cui ha sede la sua azienda.

Tale comportamento configura il reato di estorsione aggravata e continuata e pertanto l’allontanamento dalla citta’ e’ una misura “adeguata, siccome l’unica idonea a recidere il legame degli indagati con l’ambiente lavorativo”.

In particolare la Cassazione ha affermato: “nel caso in cui il datore di lavoro realizzi una serie di comportamenti estorsivi nei confronti di proprie lavoratrici dipendenti, costringendole ad accettare trattamenti retributivi deteriori e non corrispondenti alle prestazioni effettuate e, in genere, condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi, approfittando della situazione di mercato in cui la domanda di lavoro era di gran lunga superiore all’offerta e quindi, ponendo le dipendenti in una situazione di condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni vessatorie equivale a perdere il posto di lavoro, e’ configurabile il delitto di estorsione previsto e punito dall’art. 629 C. p.”.

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

Vessazioni sul posto di lavoro? Sono maltrattamenti martedì, Lug 8 2008 

Le vessazioni sul posto di lavoro possono costare al capoufficio una condanna per maltrattamenti in famiglia.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la n. sentenza n. 27469 del 7 luglio 2008

Da Cassazione.net    la notizia qui

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