Congedo obbligatorio: due settimane ai padri giovedì, Ott 21 2010 

L’Europarlamento: neomamme a casa per cinque mesi. Costi, scettiche Germania, Francia e Gran Bretagna.

STRASBURGOL’Europarlamento apre per l’Italia la possibilità di non discriminare più gli uomini nella concessione dei congedi parentali. Nell’aula di Strasburgo è stata approvata una proposta legislativa, orientata principalmente a migliorare le condizioni delle lavoratrici incinte, che introduce anche «almeno due settimane» di assenza dal lavoro a paga completa per il padre naturale del neonato anche se l’unione non è formalizzata dal matrimonio. «Già 19 Paesi Ue prevedono varie forme di congedo parentale per il genitore maschio e l’Italia non è tra questi», ha dichiarato al Corriere la relatrice del rapporto, la socialista portoghese Edite Estrela, che si è detta orgogliosa di aver aperto la strada alla cancellazione di questa «discriminazione contro gli uomini».

L’intervento principale dell’Europarlamento, che ha aumentato le settimane minime di congedo di maternità per le madri da 14 a 20, non avrà invece impatto in Italia, dove è già un diritto acquisito. Viene però aumentato al 100% della retribuzione il contributo attualmente limitato all’80% (la copertura totale è stata finora ottenuta solo attraverso gli integrativi aziendali). «Non è accettabile che le famiglie vengano penalizzate per il fatto cha abbiano dei bambini – ha continuato la Estrela -. I figli sono una ricchezza per l’Europa, che ha un problema di diminuzione del tasso di natalità».

Gli eurodeputati, pur introducendo delle flessibilità per i Paesi dove esiste un regime di congedo parentale, hanno migliorato il testo rispetto alla proposta della Commissione europea (concedeva solo 18 settimane e solo sei al 100% della retribuzione)…[continua…]

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Annunci

Allattamento al padre anche se la moglie è casalinga mercoledì, Giu 24 2009 

kkkkkkkkkkkkkk

Ministero del Lavoro, lett. circolare del 12 maggio 2009 – a cura di Stefania Allegretti, provincia autonoma di Trento, in Gpi n. 6/2009.

I permessi orari giornalieri
I permessi orari giornalieri retribuiti sono disciplinati dall’art. 39 del Dlgs 26 marzo 2001, n. 151.

Questi permessi consentono l’assenza dal lavoro, durante il 1° anno di vita della figlia o del figlio, per 1 o 2 ore al giorno, a seconda che l’orario di lavoro sia inferiore a 6 ore, o pari o superiore.

Sono fruibili in un solo periodo o anche frazionabili di norma in due periodi; devono essere comunicati preventivamente in modo formale al proprio datore di lavoro, che ha l’obbligo di concederli.

Le ore di allattamento devono essere fruite ogni giorno secondo l’orario prescelto e non possono essere cumulate tra più giorni ed essere fruite in modo posticipato o anticipato in giorni diversi da quelli cui si riferiscono.

Si ricorda, poi, che, in caso di parto plurimo, i periodi di riposo sono raddoppiati e le ore aggiuntive di cui all’art. 41 del Tu possono essere utilizzate anche dal padre…[continua…]

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

Pari opportunità risarcite per le discriminazioni contro le donne venerdì, Apr 17 2009 

imagesxxxxxxxxxxxxxxxxxxx

Duro affondo della Cassazione contro le discriminazioni e le molestie subite dalle donne sul posto di lavoro.

Possono costituirsi in giudizio come parte danneggiata e chiedere il risarcimento (iure proprio), insieme alla dipendente, gli organi delle pari opportunità e il sindacato di appartenenza. Ma non solo. Il molestatore risponde del reato di maltrattamenti…[continua…]

Da Cassazione.net   la notizia qui

Sospensione del congedo parentale lunedì, Apr 6 2009 

imagesppppppppppppp

Il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, con Nota n.31 del 20 Marzo 2009 si è espresso in merito alla possibilità di sospensione del congedo parentale per godere del permesso retribuito per gravi motivi.

Nella nota, viene specificato che si considera legittima la sospensione del congedo parentale nei casi in cui l’interessato chieda di poter usufruire dei tre giorni di permesso retribuiti, a causa dell’insorgenza di una malattia al figlio di età compresa tra i 3 e gli 8 anni, documentata e comprendente il requisito di “grave motivo”.

Ciò è stato deciso in quanto, in questo caso, viene riconosciuto al lavoratore un trattamento di maggior favore dal punto di vista economico rispetto alla fruizione di un permesso non retribuito o parzialmente non retribuito.

Da Studio Ciocioni   la notizia qui

Dal 2018 donne in pensione a 65 anni mercoledì, Mar 4 2009 

statali01h1

Il governo presenta il progetto alla Ue – Aumento graduale a partire dal 2010 -La Cgil attacca: «Basta accanimento».

ROMA
L’età di pensionamento delle donne che lavorano nel pubblico impiego aumenterà gradualmente a partire dal 2010 per arrivare a quota 65 anni nel 2018.

È la soluzione individuata dal governo in risposta alla Ue che ha chiesto di equiparare l’età di pensionamento fra uomini e donne. La misura sarà inserita in un emendamento, a firma della senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), al disegno di legge Comunitaria in Aula al Senato. Il testo della bozza della proposta, che si compone di un solo articolo, prevede «l’elevazione dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche».

La Comunitaria approderà in Aula tra martedì e mercoledì della prossima settimana (molto probabilmente mercoledì) e il termine per la presentazione degli emendamenti scade dopodomani alle 19…[continua…]

Da La Stampa   la notizia qui

E’ violenza sessuale anche se la moglie rifiuta silenziosamente i rapporti sessuali mercoledì, Apr 9 2008 

Cass. III sez. pen. sentenza n. 13983/08.

La Corte di Cassazione ha stabilito che si configura il reato di violenza sessuale anche nel caso in cui, in un rapporto coniugale, la donna non espirma esplicitamente al compagno il suo rifiuto al rapporto sessuale.

La Cassazione ha precisato che in tema di reati contro la libertòà sessuale, nei rapporti tra coniugi, non ha valore scriminante il fatto che la donna non si opponga esplicitamente al rapporto e lo subisca…[continua…]

Da Saranno Avvocati   la notizia qui

 

Abortisce dopo 21 settimane: la polizia sequestra il feto mercoledì, Feb 13 2008 

donna-in-ospedale-aborto.jpg

Napoli, i medici: tutto in regola. Le femministe: intervento illegittimo.

NAPOLI – Da una parte una donna incinta che alla ventunesima settimana sceglie di abortire perché ha scoperto che il figlio ha un’alterazione cromosomica e potrebbe nascere con un grave handicap psichico. Dall’altra magistratura e polizia che dicono no, forse non è andata così, forse è stato ucciso un feto. E in mezzo la legge 194 e le sue interpretazioni. È un caso complicato che nasce a Napoli, al Secondo Policlinico, dipartimento di Ostetricia, lunedì sera. La donna di 39 anni che ha appena rinunciato a diventare madre torna in camera dalla sala parto e trova la polizia. Le fanno un sacco di domande, poi interrogano medici e infermieri e un’altra degente.

Quindi sequestrano tutto quello che possono sequestrare: cartella clinica e altri documenti. E il feto: 460 grammi. Comincia l’inchiesta, che dovrà accertare la necessità del ricorso all’aborto, e in quel caso non potrà che chiudersi immediatamente con una archiviazione. Indagine interna anche del Policlinico: il responsabile di Ostetricia, Carmine Nappi, ha già inviato la relazione al direttore generale. Tutto è stato fatto secondo le regole, spiega il primario.

«Il feto presentava un’alterazione cromosomica. Se la gravidanza fosse stata portata a termine ci sarebbe stato il quaranta per cento di possibilità di un deficit mentale. La donna ha presentato un certificato psichiatrico che attestava il rischio di grave danno alla salute psichica e autorizzava l’intervento ».

L’aborto è stato eseguito con l’iniezione di un farmaco (prostaglandine) che è stato necessario ripetere più volte. «Le analisi avevano accertato che il feto soffriva della sindrome di Klineferter — spiega la donna che ieri mattina è stata dimessa —. Perciò ho scelto di abortire. Una decisione difficile, molto sofferta. Ma è stato un aborto terapeutico, fatto all’inizio della ventunesima settimana. E ovviamente non ho pagato niente, come ho detto anche alla polizia».

Gli agenti sono arrivati al Policlinico dopo una denuncia anonima. Che, dice il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini, testimonia «il clima che si vuole creare» intorno alla 194, «una legge buona e saggia per l’equilibrio tra responsabilità della donna, diritti del nascituro e deontologia medica». Protesta l’Udi (Unione donne italiane), sigla storica del movimento femminista: «Il clima che sta montando contro le donne nel nostro Paese genera procedure ai limiti della legittimità, ma soprattutto contrarie a ogni buon senso. A questo punto autodenunciamoci tutte per aver deciso nella nostra vita ».

E domani le militanti si sono date appuntamento alle cinque del pomeriggio a Napoli «per organizzare la vigilanza permanente in ogni piazza d’Italia». Come furono costrette a fare trent’anni fa.
Fulvio Bufi

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Commento dell’ Avv. Mei 

Il clima di revisionismo e di caccia alle streghe che ormai circonda la legge 194 non può rimanere inosservato.

Dopo le dichiarazioni dei medici romani relative all’obbligo di rianimazione del feto che presenti segnali vitali a seguito di aborto non poteva mancare neppure l’accanimento e la colpevolizzazione della donna e dell’equipe medica coinvolti in un aborto terapeutico.

Purtroppo si sta diffondendo un movimento falsamente moralizzatore che vorrebbe scagliare strali infuocati nei confronti di tutti coloro che si trovino nella necessità di operare un aborto.

Ancora una volta, quella che prima di tutti viene messa alla gogna è la donna: troppo spesso si dimentica che per un donna un aborto non è soltanto un intervento chirurgico e, quindi, come tale, già di per sé traumatico, ma anche una scelta difficile e lungamente meditata.

Nel caso di specie, sicuramente l’opzione abortiva è stata una scelta sofferta: il bambino era affetto da grave alterazione cromosomica e giungere alla decisione di rinunciare alla maternità alla ventunesima settimana di gravidanza è senza dubbio doloroso.

Ciò su cui sarebbe necessario riflettere è la volontà dilagante di inculcare nella gente comune l’idea che le donne utilizzino l’aborto come metodo contraccettivo, come mezzo per liberarsi senza pensiero e con facilità di gravidanze indesiderate e non previste.

Tale idea nasce, ad avviso della scrivente, ancora una volta dalla scarsa considerazione nei confronti del genere femminile, del suo senso di responsabilità e della sua capacità di autodeterminazione: le donne, nonostante i veti e la contrarietà di un certo cattolicesimo, hanno, in realtà, appreso da tempo l’esistenza dei contraccettivi e ne fanno uso.

Ma non si può mancare di riflettere anche su un’altra circostanza: ci si vuole appropriare della donna, delle sue scelte di carattere morale, al fine di costringerla a quello che sarebbe il suo solo ruolo naturale: la maternità.

La Procura della Repubblica non poteva certo mancare di intervenire a fronte di una segnalazione di feticidio. Quello che sconvolge è l’interrogatorio pressante cui la donna sarebbe stata sottoposta da parte degli inquirenti, quando sarebbe stato sufficiente raccogliere informazioni ed effettuare indagini sulla base di dati clinici.

Questo commento costituisce solo uno spunto per una riflessione più ampia nella quale vorrei coinvolgere tutti i lettori del nostro blog. Credo che la base per la soluzione o per un primo approccio alla soluzione delle problematiche relative ai diritti della donna debba partire dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dalla modificazione lenta ma necessaria del comune pensare.

Avv. Maria Grazia Mei

Vedi anche:  Aborto terapeutico a Napoli: il Garante privacy avvia accertamenti

Vedi anche: Blitz anti-aborto, il Csm apre l’indagine

Vedi anche: Aborto, la fuga delle donne

Vedi anche: Aborto, le donne in piazza: “Nessuno tocchi la 194″

Vedi anche:  Le donne in piazza in tutta Italia: “E’ una guerra contro la 194″

L’allarme dei medici: troppe donne (articolo commentato dall’Avv. Maria Grazia Mei) mercoledì, Set 26 2007 

medico-donna.jpg

E’ con enorme stupore e con profonda irritazione che questa mattina pubblichiamo un articolo comparso sul Corriere.it.

Lo stupore e l’irritazione derivano dal fatto che in un contesto storico e sociale in cui si discute tanto di pari opportunità e di necessità di aperture al genere femminile delle carriere tradizionalmente riservate ai maschi, c’è ancora chi sbandiera fobie nei confronti delle donne e vuole relegarle a ruoli di secondo piano. Senza dubbio, peraltro, si tratta dei medesimi soggetti chiamati a illustrare in convegni o in occasioni istituzionali politiche e azioni volte all’integrazione femminile nel mondo del lavoro.

Viene preliminarmente spontaneo domandarsi quali siano le fobie e i timori dei componenti della federazione degli ordini dei medici in proposito e quali siano gli strumenti e i rimedi pensati per escludere le donne dalla professione medica.

Dalla lettura dell’articolo appare evidente come tali timori siano fondati ancora una volta su questioni di carattere sessuale. Si fa esplicito riferimento, infatti, all’imbarazzo dell’uomo di fronte ad un’urologa che si appresti a controllare lo stato della prostata o a prescrivere medicinali contro l’impotenza, così come torna in auge l’antico tema della incapacità della donna ad eseguire interventi chirurgici in quanto soggetta a sbalzi ormonali che ne condizionerebbero l’affidabilità.

Tali imbarazzi, tuttavia, mai sono stati riconosciuti a noi donne, costrette per lungo tempo ad esporre le nostre parti intime e a parlare della nostra sessualità a ginecologi uomini. Senza con ciò voler condannare tutta la categoria, a quante è capitato di notare sguardi indiscreti e occhiate poco professionali, senza poi parlare dei casi di “tastate” poco opportune? In generale, però, noi donne abbiamo sempre creduto di trovarci di fronte un medico, un soggetto cioè che doveva provvedere ad individuare le nostre patologie e a consigliarci le cure e i rimedi opportuni e non un uomo. Il camice bianco, nel pensiero comune, è ciò che priva di connotazione sessuale il soggetto che lo indossa, ma l’assenza di tale connotazione, probabilmente vale con riferimento esclusivo al genere maschile.

Viene, altresì, da chiedersi se i timori e le fobie non siano ispirati dal fatto che esista una sorta di morbosità del medico uomo che si trovi a visitare una donna e nel timore che tale morbosità possa esistere anche nella donna medico.

Quanto all’esclusione delle donne dalla professione chirurgica, si fa riferimento anche ai condizionamenti relativi agli orari di intervento che male si conciliano con la vita familiare. Si torna, anche in tal caso, ad attribuire alla femmina il ruolo esclusivo di angelo del focolare, senza pensare che un intervento andrebbe condotto prima di tutto proprio sulla ripartizione dei ruoli all’interno del nucleo familiare.

Ma come si può pensare ad un simile intervento quando c’è chi ancora sbandiera preoccupazioni per l’aumento del numero delle donne medico e ne vorrebbe limitare l’accesso alla professione?

Già il riferimento all’ospedale al contrario, del Dott. Amedeo Bianco, cioè quello in cui vi sarebbero donne con il camice bianco e infermieri uomini  induce a riflettere sul fatto che la morale corrente, il pensiero ancora diffuso sia quello che vede le donne relegate alle professioni di cura e di assistenza. Induce, tuttavia, a riflettere anche su un altro fatto: se mai vi sarà un “ospedale al contrario”, sarà solo perché le donne avranno raggiunto un livello di scolarizzazione e di qualificazione professionale superiore a quello maschile, considerati gli ostacoli posti dagli ordini professionali e dai concorsi ospedalieri per l’accesso alle professioni, ostacoli surrettizi che mascherano vere e proprie preferenze nei confronti del genere maschile e quindi discriminazioni di tipo indiretto. Noi donne non dobbiamo solo essere brave e competenti, dobbiamo esserlo due volte per avere pari possibilità.

Il Dott. Bianco ritiene che debbano essere pensati dei rimedi per limitare l’accesso alla professione medica delle donne. Non so quanti anni abbia il Dott. Bianco e non so da quanti anni rivesta il ruolo che ricopre attualmente. Ritengo quasi certo, tuttavia, che mai si sia sognato di pensare strumenti e rimedi quando la maggioranza dei medici indossava i pantaloni.

Vi lascio ora alla lettura dell’articolo sperando di aver offerto a tutti alcuni spunti di riflessione.

Avv. Maria Grazia Mei

La federazione degli ordini di categoria: dobbiamo trovare rimedi.

I dottori nel 2017: maschi solo 2 su 10. «Sempre meno chirurghi e urologi»

Ve lo immaginate un uomo che si fa visitare dall’urologa? Fra un paio d’anni sarà una realtà diffusa che dovrà accettare anche chi, per orgoglio maschile o per imbarazzo, ora è refrattario. La professione medica sta infatti rapidamente cambiando sesso. Già oggi le iscritte alle facoltà di Medicina e Chirurgia sono il 60%. Le proiezioni: nel giro dei prossimi 10 anni, ben otto camici bianchi su dieci nasconderanno forme femminili. Se ne discuterà venerdì in un grande convegno organizzato a Caserta dalla Fnomceo, la federazione degli ordini di categoria, presieduta da Amedeo Bianco.

Che lancia un allarme, una denuncia, partendo dai numeri raccolti dal suo vice, Maurizio Bennato: «Affrontiamo in modo diverso il futuro altrimenti alcune specialità, soprattutto quelle che oggi sono monosex, andranno in crisi. Sono molto favorevole alle donne medico, ma non nascondo una certa preoccupazione. Dobbiamo studiare un sistema tale da garantire qualità e potenzialità senza ridurre l’offerta ». Avremo un ospedale al contrario. Medici con la gonna, infermieri con i pantaloni. Una controtendenza anche questa. Una volta gli angeli della corsia erano ragazze. Ora il mestiere ha assunto caratteristiche più incoraggianti per l’uomo.

Ha perso l’impronta assistenziale per assumere quella manageriale, di coordinamento. In via di estinzione, quindi, le caposala vecchia maniera.
Sono in pericolo, per quanto riguarda l’arte di Ippocrate, le riserve chiuse, per tradizione, alle donne. Come le chirurgie, le alte specializzazioni (neurochirurgia, cardiochirurgia) e, naturalmente quelle che riguardano la cura di malattie e apparati intimi. Vincenzo Mirone, presidente della società italiana di urologia, ragiona con i dati. Su 2.200 urologi, solo 173 le colleghe, il cinque per cento: «Ammettiamolo, noi maschi non ci faremmo mai controllare la prostata da una lei nè gradiremmo che una mano femminile ci prescrivesse un farmaco per l’impotenza. Insomma non fa piacere sentirsi dire proprio da una donna che hai bisogno del Cialis o del Viagra».

Per contrastare gli effetti dell’invasione rosa negli ospedali o negli studi dei medici di famiglia — dove la presenza del gentil sesso è triplicata — Bianco ha un suggerimento: «Potremmo restare sguarniti nelle chirurgie o in ortopedia.
Si pensa, erroneamente a mio parere, che solo l’uomo sia capace di operare perchè più forte, freddo, coragg i o s o . E dall’altra parte ci sono difficoltà oggettive. Gli orari della sala operatoria, ad esempio, non si conciliano bene con quelli della famiglia. Occorre ripensare i turni, il trattamento della maternità».

Il presidente di Fnomceo è contrario invece all’istituzione di «quote azzurre», posti riservati al sesso che, almeno dal punto di vista della dirigenza, continua ad essere forte. Se il colore della professione è cambiato, lo stesso non vale per primariati e stanze dei bottoni dove è sempre lui a prevalere.

Lorenza Sassi, consigliera dell’Ordine di Udine, odontoiatra insiste sulla necessità di un cambiamento culturale. «Noto ancora molto diffidenza nei nostri confronti — racconta —. I malati anzichè dottoressa mi chiamano signora. E se devono farsi estrarre un dente da me assumono un atteggiamento negativo. Pensano che per essere bravi sia indispensabile la forza che noi signore non possediamo. Insomma ci vorrà tempo prima che lui si abitui a andare dall’urologa libero da pensieri imbarazzati e imbarazzanti, come lei dal ginecologo».

Da Il Corriere della Sera   la notizia qui

Le proposte di riforma per gli ammortizzatori sociali e la tutela dei soggetti deboli martedì, Lug 17 2007 

ammortizzatori-sociali.jpg

Il Ministero del Lavoro ha pubblicato il documento che riassume le politiche di prossima attuazione per garantire maggiori tutele ai “soggetti deboli” (giovani e donne) sul mercato del lavoro.
La riforma interessa tre ambiti ed un’area di indirizzo programmatico che introdurrà una serie di strumenti per il sostegno al lavoro delle persone ultracinquantenni il cui tasso di attività resta tra i più bassi dell’Unione europea.

Proposte di riforma
Le proposte di riforma coinvolgono gli ammortizzatori sociali, i giovani e le donne.

Ammortizzatori sociali
Trattamento di disoccupazione:
sarà creato un unico strumento per unire l’istituto di disoccupazione ordinaria e di mobilità ed esso fornirà sostegno al reddito e agevolerà il reinserimento lavorativo delle persone disoccupate;
Integrazione al reddito: progressivamente la cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria saranno estese ed unificate con forme di regolazione basate sulle finalità sostanzialmente diverse: gli interventi a seguito di eventi congiunturali negativi e la gestione di problemi strutturali ed eventuali eccedenze di mano d’opera.
Interventi immediati: l’esecutivo ha previsto lo stanziamenti di 700 milioni di euro per il primo intervento sugli ammortizzatori sociali ed in particolare per:
– un miglioramento dell’indennità ordinaria di disoccupazione in riferimento al livello, alla durata e all’attuale profilo a “scalare”: in particolare il Ministero prevede:
a) la durata della indennità di disoccupazione con requisiti pieni verrà portata a 8 mesi per gli infracinquantenni e a 12 mesi per gli over 50;
b) l’importo della indennità di disoccupazione con requisiti pieni sarà portato al 60% dell’ultima retribuzione per i primi 6 mesi, al 50% dal 7° all’8° mese, al 40% per gli eventuali mesi successivi mantenendo in vigore gli attuali massimali;
c) l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti calcolata sui redditi da lavoro dell’anno precedente passerà dall’attuale 30 al 35% per i primi 120 giorni e al 40% per i successivi per una durata massima di 180 giorni;
d) al fine di garantire una piena copertura previdenziale, la contribuzione figurativa verrà assicurata per l’intero periodo di godimento delle indennità, con riferimento alla retribuzione già percepita.
– l’aumento delle indennità di disoccupazione a requisiti ridotti, con profilo che incentivi i contratti a termine più lunghi;
– l’aumento della copertura previdenziale mediante il riconoscimento di contributi figurativi correlati alla retribuzione di riferimento piena e non solo all’indennità percepita.
– gli investimenti per potenziare i servizi per l’impiego collegando e coordinando l’erogazione delle prestazioni di disoccupazione a percorsi di formazione e di inserimento lavorativo.
– la stabilizzazione dei rapporti di lavoro,
– gli incentivi per l’occupazione femminile e l’inserimento lavorativo delle fasce deboli, compresi i lavoratori in età più matura….[continua…]

Da Consulenza Del Lavoro   la notizia qui

Diritto alla retribuzione in caso di mancato pagamento della maternità venerdì, Giu 22 2007 

indennita-maternita.jpg

Tribunale di Lecce, Sentenza 18.4.2006.

Il Tribunale di Lecce, con pronuncia del 18 aprile 2006, ha statuito che, in ipotesi di mancata corresponsione dell’indennità di maternità alla lavoratrice dipendente, quest’ultima sia titolare di un vero e proprio “diritto alla retribuzione” a contenuto sia patrimoniale, che non prettamente patrimoniale.

Tale indennità, infatti, costituisce per la lavoratrice madre il mezzo di sostentamento per sè e per la propria famiglia: sono, quindi, risarcibili non solo i danni che rappresentano una conseguenza diretta del mancato pagamento, ma anche quelli c.d. “indiretti”, quali il danno esistenziale, che costituisce il normale effetto dell’inadempimento contrattuale. Graverà, comunque, sulla lavoratrice l’onere di provare il nesso eziologico tra il danno lamentato e l’inadempimento del datore di lavoro, oltre che l’impossibilità di prevenire od evitare il nocumento medesimo.

Da La Previdenza.it   la notizia qui

Pagina successiva »