Moglie risarcita per danno “castità forzata” mercoledì, Nov 12 2008 

200572956-001Marito della donna spezzina rimasto impotente dopo incidente.

LA SPEZIA, 12 NOV – Un giudice spezzino ha riconosciuto il danno per ‘castita’ forzata’ a una donna il cui marito e’ rimasto impotente dopo un incidente.

La sentenza le ha riconosciuto il ‘diritto ad avere rapporti con il proprio partner’, tra i diritti inviolabili previsti dalla stessa Costituzione, che riconosce la famiglia come societa’ naturale fondata dal matrimonio.

Il giudice le ha cosi’ riconosciuto 50mila euro di risarcimento per essere stata costretta a rinunciare al sesso negli ultimi 8 anni.

Da Ansa.it    la notizia qui

Thyssen: “Buonuscita premio a chi rinuncia alla causa” mercoledì, Apr 9 2008 

La denuncia dei sindacati: operai costretti a firmare. L’azienda: stesse clausole da anni.

TORINO– La scoperta è di venerdì sera quando un lavoratore si è presentato alla riunione dei dipendenti Thyssen che intendono costituirsi parte civile contro l’azienda per il rogo del 6 dicembre: “Io sono d’accordo a presentarmi in tribunale – ha detto ai legali del sindacato – ma ho firmato un verbale che mi impedisce di fare causa”.

Ci sono volute poche ore per ricostruire l’accaduto: nel verbale di conciliazione sottoscritto dai dipendenti che concordano la buonuscita con l’azienda è scritto chiaramente che il lavoratore accetta l’incentivo alle dimissioni “a stralcio di ogni e qualsiasi pretesa e/o diritto di ordine sia retributivo, sia normativo sia risarcitorio” e che “rinuncia pertanto” “a risarcimenti per danni presenti e futuri ex articolo… 2043, 2059, 2087… del codice civile”.

I tre articoli del codice citati sono quelli del danno ingiusto, del danno morale (che si può chiedere solo in caso di reato commesso dall’azienda) e della messa a repentaglio dell’integrità fisica dei lavoratori. Proprio le ipotesi di reato previste nella richiesta di rinvio a giudizio dei vertici Thyssen, firmata dal procuratore Raffaele Guariniello. In sostanza l’alternativa è secca: o accettare la buonuscita e rinunciare a chiedere giustizia in tribunale o pretendere giustizia perdendo l’incentivo. Gli ultimi lavoratori che hanno firmato la buonuscita hanno ottenuto dalla Thyssen cifre intorno ai 30 mila euro…[continua…]

Da La Repubblica   la notizia qui

Dimissioni volontarie: nuove istruzioni del Ministero giovedì, Mar 27 2008 

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Min. lavoro lettera circolare 25.3.2008, prot. 5130

Il Ministero del lavoro e della previdenza sociale integra le istruzioni fornite con la precedente nota circolare del 4 marzo 2008 specificando le modalità operative tramite le quali il lavoratore – previa autenticazione e direttamente dal sito dello stesso Ministero – potrà direttamente provvedere alla compilazione del relativo modello…[continua…]

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

Il lavoratore può escludere di avere aderito a una transazione, sottoscrivendo la quitanza predisposta dall’azienda “con riserva di ogni diritto” mercoledì, Ott 17 2007 

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In particolare quando non vi siano state reciproche concessioni (Cassazione Sezione Lavoro n. 20781 del 4 ottobre 2007, Pres. Senese, Rel. Stile).

Adriano M. dipendente della Rai, quando gli è stato corrisposto il trattamento di fine rapporto ha sottoscritto un “atto di quietanza” predisposto dall’azienda e contenente dichiarazioni di rinuncia a ogni diritto derivante dal rapporto di lavoro. L’importo riscosso era esattamente quello dovutogli per trattamento di fine rapporto. Il lavoratore, peraltro, prima di firmare, ha apposto di suo pugno, in calce all’atto predisposto dall’azienda le parole “con riserva di ogni mio diritto”. Successivamente egli ha chiesto al Pretore di Roma la condanna della Rai al pagamento di differenze di retribuzione dovutegli per vari titoli. L’azienda si è difesa sostenendo che la domanda doveva ritenersi preclusa per effetto della dichiarazione transattiva in precedenza sottoscritta dal dipendente.

Il Pretore ha rigettato il ricorso in quanto ha ritenuto fondata l’eccezione sollevata dalla Rai. Questa decisione è stata confermata, in grado di appello, dal Tribunale di Roma. Il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Roma per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 20781 del 4 ottobre 2007, Pres. Senese, Rel. Stile) ha accolto il ricorso. Nel caso in esame – ha osservato la Corte – il Giudice d’appello, nella sentenza gravata, non solo ha omesso, anche laddove ha riportato il contenuto dell’atto in discussione, di trascrivere la dicitura “con riserva di ogni mio diritto”, ma ha mostrato altresì di ignorarne la presenza, non facendone cenno alcuno; inoltre ha omesso di motivare sulla ulteriore circostanza, idonea anch’essa ad acquisire connotati di rilevanza e decisività, che la somma menzionata nella dichiarazione sottoscritta da Adriano M. corrispondeva esattamente all’ammontare dovuto al lavoratore dell’azienda a titolo di t.f.r.. Tale corrispondenza – ha affermato la Corte – ben potrebbe costituire significativo indice che l’atto non abbia valore di transazione, sicché la dichiarazione di voler transigere ogni diritto derivante dall’intercorso rapporto di lavoro sia soltanto clausola di mero stile; è principio del nostro ordinamento giuridico (confermato dalla giurisprudenza costante) che affinché un atto possa qualificarsi “atto di transazione” è necessario lo scambio di reciproche concessioni con la controparte, sicché, ove manchi l’elemento dell’aliquid datum aliquid retentum, essenziale ad integrare lo schema della transazione, questa non è configurabile.

La Cassazione ha rinviato la causa, per nuovo esame, alla Corte d’Appello di Roma. 

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

Recesso ad nutum ex art. 2118 cod. civ. martedì, Giu 19 2007 

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(Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 21 maggio 2007, n. 11740 – Avv. Giuseppe Salvi).

In merito al recesso dal contratto di lavoro a tempo indeterminato ex art. 2118 cod. civ., la Suprema Corte, aderisce, con la recentissima pronuncia in epigrafe, alla tesi della “c.d. efficacia obbligatoria” del preavviso configurando in capo al soggetto recedente l’esistenza del diritto potestativo di sostituire il periodo di preavviso con la corresponsione della relativa un’indennità, indipendentemente dal consenso manifestato dall’altra parte del rapporto di lavoro.

Giudici della legittimità stabiliscono, pertanto, che il rapporto lavorativo deve considerarsi cessato al momento della ricezione – e non dell’accettazione – dell’atto unilaterale di recesso, risultando da tale momento ininfluenti eventuali avvenimenti successivi concernenti il rapporto di lavoro cessato.

Questo indirizzo della Corte di Cassazione si pone in netto contrasto con la precedente posizione assunta dai medesimi Giudici della legittimità che, negli anni passati, hanno più volte affermato la tesi contraria della c.d. “efficacia reale” del preavviso secondo la quale può essere consentita la corresponsione di un’indennità sostitutiva del preavviso con effetti estintivi immediati del rapporto di lavoro solo dietro accordo di entrambe le parti a rinunziare alla prestazione lavorativa durante il periodo di preavviso. In mancanza di detto accordo, rimarrebbe pienamente operativo il rapporto di lavoro con tutte le obbligazioni connesse, fino alla scadenza del termine di preavviso…[continua…]

Da La Previdenza.it   la notizia qui

Dimissioni della lavoratrice madre: convalida giovedì, Giu 14 2007 

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Min. lavoro lettera circ. 4.6.2007, prot. 25/I/0007001.

La volontarietà e la spontaneità dell’atto di dimissioni da parte della lavoratrice madre entro il primo anno di vita del bambino devono essere valutate dalla Direzione provinciale del lavoro, ai fini della loro convalida, tramite un colloquio diretto con la lavoratrice stessa. In caso di mancato accertamento della volontarietà tramite convalida si determina la nullità delle dimissioni anche a prescindere dalla conoscenza dello stato di maternità da parte del datore di lavoro.

Da Il Sole 24 Ore  la notizia qui

 

I figli che guadagnano poco devono essere mantenuti lo stesso venerdì, Mag 25 2007 

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Cassazione, Sezione Prima Civile, sentenza n.407/2007 

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro, secondo le regoledell’art. 148 c.c. [1], al mantenimento dei figli non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura immutato finché il genitore interessato non provi che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica (o sia stato avviato ad attività lavorativa con concreta prospettiva di indipendenza economica),

ovvero finchè non sia provato che il figlio stesso, posto nelle concrete condizioni per poter addivenire all’autosufficienza, non ne abbia, poi, tratto profitto per sua colpa (Cass. 11 marzo 1998, n. 2670; Cass. 7 maggio 1998, n. 4616; Cass. 30 agosto 1999, n. 9109; Cass. 3 aprile 2002, n. 4765; Cass. 7 aprile 2006, n. 8221); da: diritto-in-rete.com continua

Da Diritto in Rete  

Se il figlio inizia a lavorare e poi rinuncia, non ha diritto al mantenimento. venerdì, Mag 25 2007 

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 Cass. civ. 4102/2007  

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell’art. 148 c.c. non cessa, “ipso facto”, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione.

Il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest’ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato espletato attività lavorativa, così dimostrando il raggiungimento di un’adeguata capacità e determinando la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento da parte del genitore, atteso che non può avere rilievo il successivo abbandono dell’attività lavorativa da parte del figlio, trattandosi di una scelta che, se determina l’effetto di renderlo privo di sostentamento economico, non può far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti erano già venuti meno, ferma restando invece l’obbligazione alimentare, fondata su presupposti affatto diversi e azionabile direttamente dal figlio e non già dal genitore convivente.

Da Diritto in Rete   la notizia qui