Ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite giovedì, Giu 14 2007 

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La S.C. ribadisce che la ripartizione del trattamento di reversibilità, in caso di concorso fra coniuge divorziato e coniuge superstite aventi entrambi i requisiti per la relativa pensione, deve essere effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni – coincidente con la durata legale dei medesimi (per il coniuge divorziato, fino alla sentenza di divorzio) – , ponderando, alla luce della sentenza interpretativa di rigetto della Corte costituzionale n.4 19 del 1999, ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica sottesa al trattamento di reversibilità, quali l’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge ed alle condizioni economiche dei due, la durata delle rispettive convivenze matrimoniali, elementi che non possono essere pretermessi per il solo fatto che sugli stessi non si sia aperto alcun contraddittorio. La S.C., confermando la decisione della corte territoriale, ha respinto, perché prive di fondamento legale e giurisprudenziale, le censure sollevate dalla ricorrente secondo cui nella determinazione della quota della pensione di reversibilità si dovesse tener conto dell’apporto contributivo, durante il periodo di convivenza, alla pensione del de cujus. (Cass. Sentenza n. 10669 del 10 maggio 2007 Sezione Lavoro, Presidente S. Ciciretti, Relatore A. De Matteis) Da Civile.it

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Ereditare non comporta aumento dell’entità dell’assegno di mantenimento dovuto giovedì, Giu 14 2007 

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Non v’è collegamento con la situazione patrimoniale determinatasi durante il matrimonio

(Claudia B., ex moglie di Claudio Q., ha chiesto al Tribunale di Roma un aumento dell’assegno divorzile posto a carico dell’ex marito, sostenendo che le condizioni economiche del medesimo erano migliorate, dopo il divorzio, per effetto di beni lasciatigli in eredità dalla madre. Il Tribunale ha rigettato la domanda. Questa decisione è stata riformata dalla Corte di Appello di Roma che aumentato l’assegno dovuto dall’ex marito, in considerazione del miglioramento della sua posizione patrimoniale verificatosi per effetto dell’eredità materna. Claudio Q. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Roma per violazione di legge.
           
La Suprema Corte (Sezione Prima Civile n. 12687 del 30 maggio 2007, Pres. Luccioli, Rel. Felicetti) ha accolto il ricorso. Il legislatore, subordinando la revisione dell’assegno alla sopravvenienza di giustificati motivi – ha osservato la Corte – non ha inteso stabilire un automatismo fra i miglioramenti della situazione economica del coniuge obbligato, successivi al divorzio, e l’aumento dell’assegno; ciò in primo luogo perché, ove la richiesta di modifica venga a fondarsi unicamente su tali miglioramenti, è necessario che si valuti se ed in quale misura il coniuge che richieda la rivalutazione dell’assegno possa ritenersi titolare di un affidamento a un tenore di vita correlato a detti miglioramenti, in relazione alla loro natura. In particolare – ha affermato la Corte – occorre accertare se detti miglioramenti siano rapportabili all’attività svolta, in costanza di matrimonio, o al tipo di qualificazione professionale dell’onerato; fra tali incrementi non possono ricomprendersi i miglioramenti dovuti ad eredità ricevute dall’onerato dopo il divorzio, risultando i relativi incrementi reddituali privi di collegamento con la situazione economica dei coniugi durante il matrimonio e con il reciproco contributo datosi nel corso di esso. Le aspettative ereditarie – ha rilevato la Corte – sono infatti, sino al momento dell’apertura della successione, prive, di per sé, di valenza sul tenore di vita matrimoniale e giuridicamente inidonee a fondare affidamenti economici; con la conseguenza che, mentre le successioni ereditarie che si verifichino in costanza di convivenza coniugale, incidendo sul tenore di vita matrimoniale, concorrono a determinare la quantificazione dell’assegno dovuto dal coniuge onerato, quelle che si verifichino dopo non sono idonee ad essere valutate. Da Legge-e-giustizia.it

Accertamenti rigorosi per la revisione o la soppressione dell’assegno divorzile martedì, Giu 12 2007 

Il provvedimento di revisione dell’assegno divorzile – previsto dall’art. 9 della legge n. 898 del 1970 – postula non soltanto l’accertamento di una sopravvenuta modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma anche la idoneità di tale modifica a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell’assegno, secondo una valutazione comparativa delle condizioni economiche di entrambe le parti.

 Nella particolare ipotesi in cui il motivo di revisione si palesi di consistenza tale da condurre alla revoca, tout court, dell’assegno divorzile, è indispensabile, poi, procedere al rigoroso accertamento della effettività dei predetti mutamenti e verificare l’esistenza di un nesso di causalità tra essi e la nuova situazione patrimoniale conseguentemente instauratasi, onde dedurne, con motivato convincimento, che l’ex coniuge titolare dell’assegno abbia acquisito la disponibilità di mezzi idonei a conservargli un tenore di vita analogo a quello condotto in costanza di matrimonio o che le condizioni economiche del coniuge obbligato si siano a tal punto deteriorate da rendere insostenibile l’onere siccome posto a suo carico.

Dunque, ferma la finalità assistenziale dell’assegno di divorzio, che deve assicurare al coniuge più debole un tenore di vita tendenzialmente analogo a quello goduto manente matrimonio, in sede di revisione il giudice non può procedere a una nuova e autonoma determinazione dell’assegno, sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti, ma, nel pieno rispetto delle valutazioni espresse al momento della determinazione dell’emolumento, deve limitarsi a verificare se e in che misura le circostanze sopravvenute abbiano alterato l’equilibrio così raggiunto e ad adeguare l’importo o lo stesso obbligo della contribuzione alla nuova situazione patrimoniale.

In altre parole, la sussistenza di “giustificati motivi” sopravvenuti, in presenza dei quali può essere disposta la revisione della misura e delle modalità di erogazione dell’assegno o anche la cessazione dell’obbligo di corrisponderlo, va accertata alla stregua del criterio assistenziale, avuto riguardo ai “mutamenti delle condizioni e dei redditi dell’obbligato, dell’avente diritto o di entrambi”, da valutare bilateralmente e comparativamente al fine di stabilire se abbiano determinato l’esigenza di un riequilibrio delle rispettive situazionieconomiche.

Quindi, la parte che chiede di essere esonerata dall’obbligo di corrispondere l’assegno postmatrimoniale deve dimostrare la impossibilità di farvi fronte per sopravvenute circostanze tali da alterare in suo sfavore il raffronto tra i redditi degli ex coniugi posto a base del provvedimento attributivo dell’emolumento o il venir meno del c.d. presupposto assistenziale, ossia della mancanza di mezzi adeguati da parte dell’ex consorte; tenendo presente, come accennato, che detta mancanza non si identifica con una mera “situazione di bisogno”, ma consiste nel garantire all’ex coniuge beneficiario, in via di principio anche economicamente autosufficiente, la conservazione di un tenore di vita analogo o approssimativamente simile a quello di cui godeva all’epoca dello scioglimento del vincolo coniugale.

Da Legge e Giustizia