E’ illegittimo il provvedimento disciplinare emesso dopo la scadenza del termine stabilito dal contratto collettivo venerdì, Apr 4 2008 

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E’ ILLEGITTIMO IL PROVVEDIMENTO DISCIPLINARE EMESSO DOPO LA SCADENZA DEL TERMINE STABILITO DAL CONTRATTO COLLETTIVO – Si verifica una decadenza (Cassazione Sezione Lavoro n. 7295 del 18 marzo 2008, Pres. Ciciretti, Rel. Monaci).

Alberto D., dipendente della s.p.a. Diageo Operations Italy, dopo avere ricevuto due sanzioni disciplinari per l’addebito di uso non corretto della carta di credito aziendale, è stato nuovamente sottoposto a procedimento disciplinare, per asserite irregolarità relative ad acquisti di carburante.

Egli ha presentato le sue giustificazioni e l’azienda l’ha licenziato senza però rispettare il termine stabilito dall’art. 68 del contratto per le industrie alimentari, secondo cui i provvedimenti disciplinari devono essere irrogati entra trenta giorni dal ricevimento delle giustificazioni…[continua…]

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“Tre euro l’ora e di nascosto”: ecco il lavoro dei bimbi italiani venerdì, Feb 22 2008 

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Tra i Paesi più sviluppati siamo i più a rischio per l’occupazione minorile. La Cgil: oltre mezzo milione gli under 15 sfruttati.

PALERMO – Angelo non ha ancora diciassette anni ma lavora da quando ne aveva poco più di dodici. È un minorenne che lavora, come tanti anche in Italia. Lavoro precoce, lo chiamano. Angelo non è il suo vero nome, la sua storia però è vera. È lui che la racconta. Lo fa con frasi mozze, senza dettagli, senza passione, con tanta ritrosia. A tratti con distacco. Ma accetta di farlo. Sta in assemblea, seduto in prima fila, jeans, giubbotto e zuccotto bianco, che non toglie mai.

Siamo a Brancaccio, storico quartiere proletario ad alta intensità mafiosa di Palermo, a qualche centinaio di metri dalla parrocchia di don Pino Puglisi, trucidato da Cosa nostra. Siamo nell’aula magna della scuola media statale “Sandro Pertini”. Scuola serale. Si parla di lavoro, questa volta, di quello che si fa e di quello che non c’è e che da queste parti non c’è mai stato. Perché a Palermo il tasso di disoccupazione rasenta il 19 per cento. Parlano gli insegnanti e il preside Rosario Ognibene; parla dei nuovi progetti della Fiat a Termini Imerese e dei corsi di formazione il sindacalista della Cisl Giuseppe Lupo, ma parlano soprattutto i giovani minori, adolescenti costretti a lavorare già da bambini…[continua…]

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Per la validità della scelta dei lavoratori da licenziare non è sufficiente un generico riferimento ai criteri previsti dalla legge mercoledì, Feb 20 2008 

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PER LA VALIDITA’ DELLA SCELTA DEI LAVORATORI DA LICENZIARE NON E’ SUFFICIENTE UN GENERICO RIFERIMENTO AI CRITERI PREVISTI DALLA LEGGE – In caso di riduzione del personale (Cassazione Sezione Lavoro n. 3085 dell’8 febbraio 2008, Pres. Mercurio, Rel. Miani Canevari).

La s.p.a Compagnia Prodotti Conservati ha attuato, nell’ottobre-novembre del 1997, una procedura per ridurre di personale in base alla legge n. 223 del 1991. Essa ha concluso con le organizzazioni sindacali, il 6 novembre 1977, un accordo che prevedeva la scelta dei lavoratori da licenziare in base al criterio della maturazione del diritto al trattamento pensionistico (con esclusione di quattro dipendenti) e per le restanti unità in base ai criteri fissati dalla legge n. 223 del 1991 “subordinatamente alle esigenze tecnico produttive ed organizzative aziendali”.

L’art. 5, comma 1 L.n. 223/91 prevede che …. “l’individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità deve avvenire, in relazione alle esigenze tecnico-produttive e organizzative del complesso aziendale, nel rispetto dei criteri previsti da contratti collettivi stipulati con i sindacati di cui all’art. 4, comma 2, ovvero, in mancanza di questi contratti, nel rispetto dei seguenti criteri, in concorso tra loro: a) carichi di famiglia; b) anzianità; c) esigenze tecnico-produttive ed organizzative”…[continua…]

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L’affitto di un ramo d’azienda può essere dichiarato nullo perchè in frode alla legge se è diretto a privare i lavoratori della tutela dell’art. 18 mercoledì, Feb 13 2008 

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L’AFFITTO DI UN RAMO D’AZIENDA PUO’ ESSERE DICHIARATO NULLO PERCHE’ IN FRODE ALLA LEGGE SE E’ DIRETTO A PRIVARE I LAVORATORI DELLA TUTELA DELL’ART. 18 ST. LAV. – In base all’art. 1344 cod. civ. (Cassazione Sezione Lavoro n. 2874 del 7 febbraio 2008, Pres. Mattone, Rel. Nobile).

Anna K. e altre cinque lavoratrici impiegate in un punto vendite della Gescom s.r.l., azienda con oltre 60 dipendenti, nel gennaio 2001 hanno avuto comunicazione del loro passaggio alle dipendenze della Spazio s.r.l. per effetto della stipula – fra quest’ultima e la Gescom s.r.l. – di un contratto di affitto del ramo d’azienda cui esse erano addette. Poco dopo la nuova datrice di lavoro, azienda con meno di 16 dipendenti, le ha licenziate. Le lavoratrici si sono rivolte al Tribunale di Gorizia sostenendo che il contratto di affitto doveva ritenersi nullo in quanto finalizzato a privarle della tutela prevista dall’art. 18 St. Lav. contro i licenziamenti.

Tale norma era infatti applicabile alla Gescom, ma non alla s.r.l. Spazio, avente meno di 16 dipendenti. Le lavoratrici hanno pertanto chiesto al Tribunale di accertare che esse erano state illegittimamente licenziate dalla Gescom allorché questa aveva loro comunicato il passaggio alla Spazio s.r.l. in virtù del contratto di affitto, di ordinare alla Gescom di reintegrarle nel posto di lavoro e di condannare tale azienda al risarcimento del danno in base all’art. 18 St. Lav. Il Tribunale ha accolto il ricorso, annullando i licenziamenti, ordinando alla Gescom di reintegrare le lavoratrici e condannandola al risarcimento del danno.

Il Tribunale ha applicato l’art. 1344 cod. civ. che definisce “in frode alla legge” il contratto che costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa. In base a tale norma il Tribunale ha ritenuto nullo il contratto di affitto stipulato tra la s.r.l. Gescom e la s.r.l. Spazio, in quanto diretto a privare le lavoratrici delle garanzie previste dall’art. 18 St. Lav. Questa decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Trieste che ha tra l’altro rilevato che lo Spazio s.r.l.  era rimasta estranea alla gestione del negozio e poco dopo avere attuato i licenziamenti, aveva risolto il contratto di affitto, consentendo il subentro della Benetton Retail Italia s.r.l. La Gescom s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Trieste per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 2874 del 7 febbraio 2008, Pres. Mattone, Rel. Nobile) ha rigettato il ricorso. L’art. 18 St. Lav. – ha affermato la Corte – è una norma imperativa onde un contratto che tende ad eludere l’applicazione deve ritenersi nullo perché in frode alla legge; nel caso in esame l’art. 1344 cod. civ. è stato correttamente applicato perché la Corte di Trieste ha adeguatamente motivato l’accertamento dello scopo perseguito con il contratto di affitto.

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Cassazione: reato coltivare anche solo una pianta di cannabis giovedì, Gen 10 2008 

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E’ reato la coltivazione di piante di canapa indiana: va incontro ad una condanna chi ne possiede anche una sola.

Lo ha sancito la Cassazione, confermando la condanna, inflitta dalla corte d’appello di Messina ad una donna, che aveva coltivato nel balcone della sua casa 8 piantine della specie ‘cannabis indica’, il cui principio attivo avrebbe consentito di ricavare un numero di dosi compreso tra 28 e 43. La donna aveva presentato ricorso in Cassazione lamentando l’erronea applicazione del dpr 309/1990, con riferimento alla ritenuta rilevanza penale della condotta contestata di coltivazione domestica di un esiguo numero di piantine di canapa indiana, destinata al consumo personale.

Per la Suprema corte (quarta sezione penale, sentenza numero 871) il ricorso va respinto: “la giurisprudenza costante, pur con alcune perplessita’ della dottrina, ha ritenuto che la coltivazione non autorizzata di piante – osservano gli alti giudici – dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti o psicotrope, costituisce un reato di pericolo presunto o astratto, essendo punito ‘ex se’ il fatto della coltivazione, senza che per l’integrazione del reato sia necessario individuare l’effettivo grado di tossicita’ della pianta e senza che occorra fare riferimento alcuno alla sostanza stupefacente che da essa si puo’ trarre e che puo’ dipendere da circostanze contingenti, connesse alla sua crescita, al suo sviluppo ed alla sua maturazione”.

Per la Cassazione, la figura criminosa “e’ costruita come reato di pericolo, la cui sussistenza va quindi affermata ogni qualvolta venga coltivata anche una sola piantina vitale e idonea a produrre sostanza stupefacente, appartenente ad una delle specie vietate, indipendentemente dalla percentuale di sostanza pura o di principio attivo presente nelle infiorescenze e nelle foglie”.

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Il principio dell’immediatezza della contestazione in sede disciplinare tende ad essere svuotato di efficacia martedì, Dic 4 2007 

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Nel procedimento disciplinare il principio dell’immediatezza della contestazione dell’addebito trova fondamento nell’art. 7 della legge n. 300/1970 che riconosce al lavoratore incolpato il diritto di difesa: diritto da garantirsi nella sua effettività, soprattutto in relazione ad una contestazione ad immediato ridosso dei fatti, sì da poter consentire al lavoratore l’allestimento del materiale difensivo (documentazione, testimonianze, ecc. ) per contrastare nel modo più efficace il contenuto delle accuse rivoltegli dal datore di lavoro.

In giurisprudenza l’applicazione di questo principio è stata “temperata” nel senso che si è intesa l’immediatezza della contestazione dell’addebito in un’accezione “relativa” ritenendo la stessa compatibile con un intervallo di tempo necessario al datore di lavoro per il preciso accertamento delle infrazioni commesse dal pestatore. Da questo è derivato che l’estensione giudiziaria dell’applicazione del principio dell’immediatezza “in senso relativo” ha molto spesso svuotato di efficacia il principio stesso, in quanto siffatta applicazione ha finito per diventare una formula dissimulante un’arbitraria escogitazione giudiziale certamente incompatibile con la norma dell’art. 7 della legge n. 300/1970 ed anche con l’esigenza di una razionale amministrazione dei rapporti contrattuali secondo “buona fede” (Cassazione Sezione Lavoro n. 24339 del 22 novembre 2007, Pres. Sciarelli, Rel. Balletti).

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Licenziamento disciplinare legittimo se vengono concessi termini a difesa su nuovi addebiti martedì, Nov 13 2007 

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Cassazione, Sezione Lavoro, 5 novembre 2007, n. 23071.

In tema di licenziamento disciplinare, e’ legittimo, in sede di audizione del lavoratore, porre a fondamento della sanzione fatti nuovi a quelli comunicati nella contestazione degli addebiti, se si assegnano nuovi termini per permettere la difesa al dipendente.

Così ha deciso la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza 5 novembre 2007, n. 23071.
La vicenda ha riguardato una dipendente licenziata per motivi disciplinari, a cui il giudice di primo grado aveva dichiarato il licenziamento illegittimo, per violazione dell’art. 7 Legge 20 maggio 1970, n. 300, annullandolo ed ordinando la reintegrazione della stessa nel posto di lavoro, con condanna al risarcimento del danno, in quanto nella contestazione d’addebito sarebbero stati posti a giustificazione fatti diversi dall’originaria contestazione pratica, a seguito della contestazione degli addebiti, la dipendente veniva sentita alla presenza di un rappresentante sindacale, ed in occasione dell’audizione la societa’ contestava alla dipendente altri fatti non indicati nell’originaria contestazione, tra cui anche di avere usato indebitamente fax, telefono e fotocopiatrice aziendale e di avere esposto la societa’ al pericolo di danni di onorabilita’ e di immagine.

Il rappresentante del sindacato aveva chiesto, pertanto, di poter controdedurre a questa nuova contestazione e successivamente fece sapere con lettera di non aver niente da aggiungere…[continua…]

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Cooperative di lavoro: rapporto tra soci lavoratori e cooperativa martedì, Ott 30 2007 

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Tra il socio lavoratore e la cooperativa si instaurano due diversi rapporti giuridici: quello associativo e quello di lavoro.

Rapporto associativo: (art. 1, c. 2, L 142/2001) in relazione al rapporto associativo il socio:

– concorre alla gestione dell’impresa partecipando alla formazione degli organi sociali e alla definizione della struttura di direzione e conduzione dell’impresa;

– partecipa all’elaborazione di programmi di sviluppo e alle decisioni concernenti le scelte strategiche, nonchè alla realizzazione dei processi produttivi dell’azienda;

– contribuisca alla formazione del capitale sociale e partecipa al rischio d’impresa, ai risultati economici ed alle decisioni sulla loro destinazione;

– mette a disposizione le proprie capacità professionalianche in relazione al tipo e allo sto d’invalidità svolta, nonchè alla quantità delle prestazioni di lavoro disponibili per la cooperativa stessa.

Rapporto di lavoro: (art. 3 c.1, L 142/2001) il socio lavoratore di cooperativa stabilisce un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasa altra forma con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali. L’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato deve essere comunicato al Centro per l’impeigo competente entro 5 giorni.

Se il rapporto di lavoro è svolto in forma subordinata al socio lavoratore si applicano le disposizioni:

1) contenute nello Statuto dei Lavoratori (legge 300/70). Fanno eccezioni le norme concernenti: – la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo nell’ambito di operatività della tutela reale qualora venga a cessare, insieme al rapporto di lavoro, anche quello associativo – i diritti sindacali. essi possono essere esercitati compatibilmente con lo stato di socio lavoratore solo se ciò è previsto e determinato da specifici accordicollettivi tra associazioni nazionali del movimento cooperativo ed organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative;

2) vigenti in materia di sicurezza e igiene sul lavoro

Vedi anche: Cooperative: regolamento interno

E’ Illegittimo il dispositivo di controllo a distanza del lavoratore in assenza di accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro martedì, Set 25 2007 

(Corte di Cassazione, sentenza 17.7.2007 n. 15892 – Gesuele Bellini)

L’installazione di apparecchiature che consentono la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, quali un dispositivo che rilevi l’orario di attraversamento dei dipendenti di una sbarra di passaggio del garage aziendale, è illegittimo, in assenza di un accordo sindacale o dell’assenso dell’Ispettorato del lavoro, in quanto solo questi ultimi danno ai dipendenti la possibilità di avere piena conoscenza e con i quali è possibile eventualmente stabilire in maniera trasparente misure di tutela della loro dignità e riservatezza.
Così ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza 17 luglio 2007, n. 15892.

La vicenda ha interessato un dipendente che era stato licenziato in tronco, in quanto avrebbe più volte lasciato l’ufficio per attività estranee a quelle lavorative, approfittando anche del fatto che le sue mansioni non richiedevano un’assidua presenza in ufficio.
L’accertamento delle uscite ed ingressi di quest’ultimo erano state accertate da un congegno di sicurezza elettronico attivato da un tesserino (badge) personale – lo stesso che attivava gli ingressi agli uffici – che la società, datore di lavoro, aveva fatto installare per consentire l’ingresso dei dipendenti ad un garage per posteggiare la propria autovettura durante l’orario lavorativo….[continua…]

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E’ illegittimo il licenziamento disciplinare comunicato insieme alla contestazione degli addebiti mercoledì, Lug 18 2007 

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Per violazione dell’art. 7 St. Lav. (Cassazione Sezione Lavoro n. 15050 del 4 luglio 2007, Pres. Mattone, Rel. Maiorano).

La Biv Italia ha contestato al suo dipendente Roberto F., con lettera del 21 aprile 2000, l’addebito di avere rifiutato il controllo di malattia, tenendo un comportamento intemperante. Nella stessa lettera l’azienda ha fatto presente che la condotta tenuta dal dipendente era tale da minare alla radice la fiducia posta a fondamento del rapporto di lavoro e ne legittimava l’interruzione “con effetto immediato”. La presente – ha precisato l’azienda – “deve valere quale preavviso di licenziamento per giusta causa con l’espresso avvertimento che la misura verrà confermata se non perverranno convincenti ragioni e controdeduzioni in relazione a tale comportamento nel termine di giorni cinque dal ricevimento della presente”. Il 5 maggio 2000 l’azienda ha trasmesso a Roberto F. il suo libretto di lavoro. Il legale della società ha comunicato al lavoratore, in data 11 maggio 2000, che questi, in mancanza di giustificazioni, doveva ritenersi licenziato per giusta causa. Il lavoratore si è rivolto al Tribunale di Pesaro, sostenendo di essere stato licenziato senza che gli fosse stata data la possibilità di difendersi, in violazione dell’art. 7 St. Lav. secondo cui “Il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l’addebito e senza averlo sentito a sua difesa ….. In ogni caso i provvedimenti disciplinari più gravi del rimprovero verbale non possono essere applicati prima che siano trascorsi cinque giorni dalla contestazione per iscritto del fatto che vi ha dato causa.

Il Tribunale ha dichiarato illegittimo il licenziamento, per violazione dell’art. 7 St. Lav., ha ordinato la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro ed ha condannato l’azienda al risarcimento del danno. Questa decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Ancona che ha ritenuto che la sanzione disciplinare sia stata applicata contestualmente alla contestazione. Con lettera del 21 aprile 2000 – ha osservato la Corte – il licenziamento è stato irrogato “con effetto immediato” e con la precisazione che la sanzione sarebbe stata “confermata” un difetto di convincenti giustificazioni; in mancanza di riserve e precisazioni sulla decorrenza del licenziamento da una data successiva alla scadenza del termine a difesa, la conferma di una  misura disciplinare presupponeva che la stessa fosse stata già irrogata. L’azienda ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Ancona per vizi di motivazione e violazione di legge…[continua…]

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