Processo Parmalat, rinvii a giudizio per Tanzi, Tonna e Geronzi giovedì, Lug 26 2007 

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Danni morali, rimborsi per 40 milioni ai risparmiatori.

L’ex patron Calisto Tanzi e Fausto Tonna, ex numero uno e direttore finanziario della Parmalat, uno dei registi dei bilanci truccati, sono stati rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta nell’ambito del filone principale del processo sul crac da 14 miliardi dell’azienda alimentare. L’imputazione per Tanzi è per i reati di associazione a delinquere e concorso in bancarotta fraudolenta. Proscioglimento per alcuni capi e sottocapi d’accusa, quale ad esempio l’associaziazione a delinquere riferita alla quotazione in Borsa. Il dibattimento inizierà in aula il 14 marzo 2008. Questo l’esito dell’ultima udienza preliminare, raccolta in un documento di 508 pagine, che si è svolta a Parma. Rinvio a giudizio anche per Cesare Geronzi, neo presidente del consiglia di sorveglianza di Mediobanca e numero uno di Capitalia, imputato per bancarotta e usura nel filone Ciappazzi del procedimento (gli altri due sono Parmalat e Parmatour), che nel febbraio 2006 gli era costato un’interdizione di due mesi.

Il gup Domenico Truppa ha mandato a giudizio 66 imputati in tutto: 23 riguardano Parmalat, 32 il filone del turismo, 8 Capitalia, 2 la truffa riguardante l’Emilia Romagna Factor e 1 il caso Ributti. Alcuni imputati, come Calisto Tanzi, sono stati rinviati a giudizio per più di un filone d’inchiesta. Nove invece i proscioglimenti: per lo più si tratta di imputati, come l’ex numero uno del Monte Paschi Siena, Carlo Zini, che si erano occupati dello sbarco in Borsa che il giudice non ha ritenuto operazione dolosa. Ratificati infine, come da previsione, i 16 patteggiamenti per cui i Pm avevano già dato il proprio consenso….[continua…]

Da Il Sole 24 Ore   la notizia qui

Aziende responsabili del mobbing orizzontale martedì, Lug 24 2007 

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L’azienda risponde del mobbing orizzontale. Deve sempre predisporre tutte le misure idonee per preservare l’ambiente di lavoro. L’azione di risarcimento del danno può essere chiesta, dal lavoratore mobbizzato, entro dieci anni che decorrono da quando si è manifestato il danno e non da quando sono iniziate le vessazioni.

Sentenza della Corte di Cassazione n. 16148 del 20 luglio 2007.

Da Cassazione.net  la notizia qui

La prescrizione dei crediti di lavoro non decorre per il dipendente non regolarmente inquadrato giovedì, Lug 12 2007 

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Anche se, in astratto, sussista la garanzia di stabilità del rapporto

Anna Maria L. ha lavorato per le Ferrovie dello Stato in un primo tempo, dal settembre 1985 al dicembre 1987, in base a una convenzione di appalto avente ad oggetto la prestazione del servizio di pulizia degli uffici e dei dormitori e successivamente, dal gennaio 1988 con inquadramento come dipendente per lo svolgimento delle stesse mansioni. Ella ha chiesto al Pretore di Roma nel maggio del 1995 di accertare che il rapporto di lavoro subordinato aveva avuto inizio nel settembre del 1985, per le concrete modalità di svolgimento dell’attività lavorativa con assoggettamento alle disposizioni dei superiori, e di condannare l’azienda al pagamento delle differenze di retribuzione dovutele sia per l’inadeguatezza dei compensi percepiti nel biennio iniziale, sia per gli effetti della maggiore anzianità sul trattamento economico nel periodo successivo. Il Pretore ha accolto le domande, condannando l’azienda al pagamento della somma di 17 milioni di lire oltre accessori. La decisione è stata confermata, in grado di appello, dal Tribunale di Roma. L’azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione del Tribunale romano per vizi di motivazione e violazione di legge; essa ha sostenuto, fra l’altro, che la subordinazione nel periodo iniziale doveva ritenersi esclusa per effetto della qualificazione data al rapporto dall’art. 26 L. n. 1236/59 concernente l’attività di “accudienza” e che comunque il Tribunale avrebbe dovuto ritenere estinti i crediti della lavoratrice per effetto del decorso della prescrizione quinquennale.
           
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 14723 del 26 giugno 2007, Pres. Sciarelli, Rel. Balletti) ha rigettato il ricorso, richiamando la giurisprudenza della Corte Costituzionale (sentenza n. 121 del 1993 e n. 115 del 1994), secondo cui non è consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica di rapporti di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiamo tale natura, ove da ciò derivi l’inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall’ordinamento per dare attuazione ai principi, alle garanzie e ai diritti dettati dalla Costituzione a tutela del lavoro subordinato.
           
La Suprema Corte ha ritenuto privi di fondamento anche i rilievi concernenti il mancato accoglimento dell’eccezione di prescrizione. In proposito l’azienda sosteneva che, trattandosi di rapporto di lavoro con garanzia di stabilità, la prescrizione aveva cominciato a decorrere dal settembre 1985. Ai fini dell’individuazione del regime di prescrizione applicabile ai crediti retributivi – ha affermato la Corte – il presupposto della stabilità reale del rapporto di lavoro deve essere verificato in relazione al concreto atteggiarsi del rapporto stesso ed alla configurazione che di esso danno le parti nell’attualità del suo svolgimento (dipendendo da ciò l’esistenza, o meno della effettiva situazione psicologica di metus del lavoratore) e non già alla stregua della diversa normativa garantistica che avrebbe dovuto in astratto regolare il rapporto ove questo fosse sorto con le modalità e la disciplina che il giudice, con un giudizio necessariamente ex post, riconosce applicabili nella specie, con effetto retroattivo per il lavoratore. Il Tribunale di Roma – ha osservato la Cassazione – nella sentenza impugnata, ha applicato tale principio – rilevando esattamente che il termine di prescrizione dei crediti non poteva decorrere se non dal momento in cui il rapporto era stato regolarizzato e, cioè, dal 1.1.1987, come dedotto già in sede di ricorso di primo grado, sicché la prescrizione è stata interrotta dapprima con lettera del 17 maggio 1988, ricevuta il 31 maggio 1988, e poi con ulteriore lettera del 24 settembre 1991, ricevuta il 21 ottobre 1991 per cui, alla data di notifica del ricorso introduttivo del giudizio (29 maggio 1995), non si era ancora consumato il termine quinquennale (art. 2948, n. 4 cod. civ.).
 Da Legge e giustizia La notizia qui          

E’ viziata da difetto di motivazione la sentenza del giudice di merito che attribuisca alle deposizioni testimoniali un contenuto diverso da quello risultante dai verbali di causa venerdì, Lug 6 2007 

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Gli atti processuali possono essere esaminati dalla Cassazione se riportati nel ricorso (Cassazione Sezione Lavoro n. 14309 del 20 giugno 2007, Pres. De Luca, Rel. Stile).
           
Ezio C. ha lavorato per le Ferrovie dello Stato dal dicembre del 1969 al dicembre del 1990. Per circa 17 anni, dal 1969 al 1986, egli non è stato inquadrato come dipendente in quanto ha prestato la sua opera come “incaricato di servizi di accudienza” in base a “convenzioni” previste dall’art. 26 della legge 30 dicembre 1959 n. 1236. In questo periodo egli ha provveduto alla pulizia e alla custodia del dormitorio del personale di macchine e viaggiante presso la stazione di Sulmona. Dal 1 gennaio 1987 al termine del rapporto egli è stato inquadrato come dipendente, con il profilo professionale di “lavoratore di servizi –livello V”. Dopo la cessazione del rapporto di lavoro Ezio c. si è rivolto al Pretore di Roma, sostenendo che sin dal 1969 egli aveva lavorato in condizioni di subordinazione, con orario di lavoro, retribuzione fissa, sottoposizione ai poteri gerarchici e di controllo dei funzionari dell’ente, impiego di strumenti e mezzi forniti dalle Ferrovie etc.; egli ha pertanto chiesto al giudice di accertare l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato anche nel periodo dal 1969 al 1986, e la condanna dell’azienda al pagamento di differenze di retribuzione e spettanze di fine rapporto. Le Ferrovie si sono difese sostenendo che il rapporto di lavoro si era svolto con modalità conformi alla convenzione stipulata a norma dell’art. 26 legge n. 1236/59 e che la qualificazione come lavoro autonomo datane dal legislatore e dalle stesse parti era vincolante per il giudice. Il Pretore, dopo avere sentito alcuni testimoni, con sentenza del giugno 1997 ha rigettato le domande. Questa decisione è stata impugnata davanti al Tribunale di Roma dagli eredi di Ezio C. nel frattempo deceduto. Il Tribunale ha rigettato l’appello, affermando che l’istruttoria svolta induceva ad escludere la presenza di connotati propri della subordinazione. Gli eredi di Ezio C. hanno proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione del Tribunale di Roma per vizi di motivazione e violazione di legge. Essi hanno tra l’altro sostenuto che il Tribunale, nella motivazione della sentenza, aveva riportato le deposizioni testimoniali in termini difformi da quelli risultanti dai verbali.
           
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 14309 del 20 giugno 2007, Pres. De Luca, Rel. Stile) ha accolto il ricorso. La sentenza impugnata – ha affermato la Corte – ha mostrato di operare la verifica delle modalità concrete di svolgimento del rapporto, per poi raffrontarle con quelle che caratterizzano la nozione legale di subordinazione; senonché, nel procedere a tale operazione ha individuato una serie convergente di elementi, ritenuti non comprovanti il carattere subordinato del rapporto, attribuendo, tuttavia, immotivamente, a testi affermazioni manifestamente non corrispondenti al loro significato corrente. In proposito – ha osservato – la difesa dei ricorrenti, dopo avere riportato pressoché testualmente la motivazione della sentenza su tale essenziale profilo, ha riprodotto, in ottemperanza al principio dei autosufficienza del ricorso per cassazione, il tenore delle dichiarazioni della teste D’A., evidenziandone la discordanza rispetto all’assunto del Giudice d’appello. E così, secondo il Tribunale, i testi D’A. e C. avrebbero ammesso che “era lo stesso Ezio C. a predisporre, d’accordo con gli altri lavoratori del dormitorio, i turni di servizio …” e che “il capo deposito vi apponeva poi la firma per presa visione ….”; che “in caso di malattia non era prevista alcuna visita medica da parte delle FF.SS., dovendosi, per ogni assenza dovuta a qualunque motivo di ciascun addetto a compiti di accudienza, stabilire, sempre d’accordo tra i lavoratori, i turni di sostituzione”. Inoltre, riguardo alle ore di lavoro prestate da Ezio C. – soggiunge il Tribunale – i testi non erano stati in grado di riferire alcunché, mentre, in ordine alle ferie, avevano affermato che “gli addetti a compiti di accudienza erano tenuti, ove non reperito un collega che i sostituisse, a reperire personalmente esterno che veniva compensato direttamente dall’addetto che fruiva delle ferie” e che, “nel compenso percepito mensilmente, vi era una voce denominata indennità di sostituzione, che veniva corrisposta soltanto al titolare responsabile del dormitorio, come era Ezio C.”.
           
Fondamentalmente, da tali elementi – ha osservato la Corte – il Giudice a quo ha tratto a conseguenza che il rapporto lavorativo in parola non presentasse i caratteri propri della subordinazione, ma che si fosse svolto nel rispetto delle indicazioni fornite dalla convenzione; a fronte di tale assunto, risulta dal verbale di causa, riportato nel ricorso in esame nel rispetto del principio di autosufficienza, che la teste D’A. aveva affermato che “era l’azienda F.S. a stabilire i turni e le giornate lavorative”; che tutto il materiale di lavoro veniva fornito dalle F.S. e che per ogni necessità ci si rivolgeva al capo deposito, che indicava dove “andare a prendere il materiale”; che gli ordini riguardanti il servizio di sveglia venivano dati dal capo deposito e che dal capo deposito venivano anche impartiti gli ordini concernenti i servizi di pulizia; che “i turni erano dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22 e dalle 22 alle 6”, che “era l’azienda F.S. a stabilire i turni e le giornate lavorative” e che “l’orario di lavoro era di 48 ore settimanali”; che, in caso di malattia, si provvedeva “ad inviare il certificato all’ufficio del personale delle Ferrovie il quale inviava un suo medico per il controllo” e ciò “avveniva anche per Ezio C. ….” che, per eventuali permessi occorreva rivolgersi sempre al capo deposito che li accordava o verbalmente o per iscritto a seconda delle esigenze di servizio, mentre, quanto alle ferie, le stesse non erano mai stese concesse dal capo deposito, per mancanza di personale.
           
E’ agevole verificare, da quanto esposto – ha rilevatola Cassazione – come il Tribunale abbia attribuito, senza adeguata motivazione, alla teste D’A. affermazioni il cui tenore risulta non rapportabile al senso specifico nella impugnata sentenza; è pur vero che il vizio di motivazione non può consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello auspicato dalle parti, perché spetta solo al giudice del merito di individuare le fonti del proprio convincimento ed all’uopo valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanza istruttorie quelle ritenute più idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvi i casi tassativamente previsti dall’ordinamento; ma è anche vero che, quando all’iter motivazionale entrano in gioco elementi di prova, desunti da dichiarazioni di testi – nominativamente indicati – non rispondenti al loro contenuto, ove il giudice non argomenti la propria interpretazione, la sentenza risulta affetta da vizio di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c. (difetto di motivazione), sempre che tale omissione sia idonea a ripercuotersi sulla decisione. Non vi è dubbio – ha concluso la Corte – che, nella specie, sussiste tale idoneità, da momento che le dichiarazioni testimoniali riportate smentiscono alcune affermazioni dello stesso Giudice, volte ad escludere il carattere della subordinazione proprio del rapporto di lavoro in contestazione. Conseguentemente la Suprema Corte ha cassato l’impugnata sentenza rinviando la causa, per il riesame, alla Corte d’appello di Roma. Nell’adeguamento della retribuzione operato per la salvaguardia di diritti costituzionalmente rilevanti a norma dell’art. 36 Cost., il giudice di merito, a cui è riservato il relativo apprezzamento, nell’impossibilità di fare riferimento ad un contratto collettivo stipulato per la specifica categoria a cui appartiene l’impresa, può individuare una categoria affine, senza essere vincolato dalle indicazioni delle parti, fermo restando che, ove le indicazioni dell’attore servano a delimitare precisamente il “petitum”, il giudice non può attribuire vantaggi economici non richiesti.
Da Legge-e-giustizia.it

Demansionamento del dipendente pubblico mercoledì, Giu 20 2007 

Su richiesta di un nostro lettore, pubblichiamo una recente sentenza del Tribunale di Camerino relativa al demansionamento di un dipendente pubblico.

N° 25/07 Sent.

N° 116/05 R.G.L.

N° 246/07 Cron.

TRIBUNALE DI CAMERINO

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Camerino, in composizione monocratica, nella persona della Dott.ssa Giuliana Basilli, in funzione di Giudice del Lavoro, ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

 

nella causa civile – in materia di lavoro – iscritta al n. 116/05 del Ruolo Generale del lavoro dell’ anno 2005. promossa con ricorso depositato presso la Cancelleria il 20.6.2005,

DA

 

B……. I……, residente a ………………………………, rappresentato e difeso, in forza di procura in calce al ricorso introdutivo dall’ Avv. Barbara Arzilli, ed elettivamente domiciliato presso lo studio legale dell’ Avv. Barbara Arzilli in Macerata via Lorenzoni n. 17;

– ricorrente –

CONTRO

 

COMUNE DI C……………………….., in persona del Sindaco pro tempore, autorizzato a stare in giudizio in virtù di deliberazione Giunta Municipale n. 198/2005, rappresentato e difeso, in forza di procura a margine della memoria di costituzione e risposta, dall’ Avv. Tommaso Acconcia e dall’ Avv. Claudio Cicconi, ed elettivamente domiciliato in San Severino Marche via XX Settembre n.4 presso lo studio legale Acconcia – Cicconi,

– resistente –

Oggetto: demansionamento

 

Conclusioni per il ricorrente:

” accertare i fatti in premessa e il comportamento illegittimo, tenuto dal Comune di C………….. e per l’effetto dichiarare la revoca, la nullità o annullare la delibera n. 101 del 3.7.2004 in quanto lesiva dei diritti del ricorrente con il contestuale ripristino della funzione di comandante in capo al sig. B…………..

Con vittoria di spese, diritti ed onorari di causa ”

 

Conclusioni per il resistente:

” Conclude affinchè l’ Ill.mo Tribunale, in funzione di Giudice del Lavoro, ogni contraria istanza disattesa, voglia:

In via preliminare e pregiudiziale, dichiarare inammissibile il ricorso per difetto di giurisdizione.

Nel merito, accertata la piena legittimità dell’ operato dell’ Amministrazione, respingere il ricorso promosso dal dipendente I…… B…….

Con condanna al pagamento delle spese, competenze ed onorari di lite. ”

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Con ricorso depositato in data 20.06.2005 B……. I…….., dipendente del Comune di C………., conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Camerino in funzione di Giudice del Lavoro il predetto Ente, perchè venisse dichiarata la revoca, la nullità o l’ annullamento della delibera n. 101 del 3 luglio 2004, con la quale l’ Amministrazione convenuta aveva revocato le funzioni di Comandante del Servizio di Polizia Muncipale al tenente B……, con il contestuale ripristino della funzione di Comandante in capo al medesimo B…….

Esponeva il ricorrente:

– di essere dipendente del Comune di C……. sin dal 1980 con funzioni di Comandante di Polizia Municipale;

– che, con delibera Giunta Municipale n. 14 del 14.2.2001 ( rectius : 2002); il Comune di C……. decideva di trasferire il Servizio di Statistica dall’ Area Demografica a quella di Polizia Municipale;

– che, con provvedimento n. 2030 del 21.2.2002, l’ espletamento delle operazioni di rilevazioni statistiche veniva affidato al B……, nominato unico responsabile del Servizio, mantenendo le funzioni di Comandante di Polizia Muncipale;

– che poi, con delibera n. 101 del 3.7.2004, motivata con esigenze di rimodulazione e riorganizzazione del Servizio di Polizia Municipale, venivano revocate al ten. B…… le funzioni di Comandante del Servizio di Polizia Municipale;

– che tale determinazione si doveva ritenere illegittima.

Il Comune di C……, si costituiva in giudizio con memoria di costituzione e risposta, eccependo, preliminarmente, l’ inammissibilità della domanda per difetto di giurisdizione del Giudice adito e, nel merito, contestando in fatto e in diritto le deduzioni e conclusioni di cui al ricorso.

L’ ente convenuto chiedeva pertanto, in via preliminare, dichiararsi inammissibile il ricorso per difetto di giurisdizione e, nel merito, il rigetto della domanda, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio.

L’ istruttoria si estrinsecava nella produzione di documenti e nell’ interrogatorio libero delle parti; veniva quindi concesso termine per note difensive e, all’ udienza dell’ 1.3.2007, la causa veniva discussa e decisa come da dispositivo del quale si dava lettura in pubblica udienza.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

Va in primo luogo rilevata l’ infondatezza dell’ eccezione di giurisdizione formulata da parte resistente.

In materia di lavoro pubblico privatizzato, dal sistema di riparto di giurisdizione delineato dall’ art. 63 co.1 D. L. vo n. 165/2001, risulta che non è consentito al titolare del diritto soggettivo, che risente degli effetti di un atto amministrativo, di scegliere, per la tutela del diritto, di rivolgersi al giudice amministrativo per l’ annullamento dell’ atto, oppure al giudice ordinario per la tutela del rapporto di lavoro previa disapplicazione dell’ atto presupposto, atteso che, in tutti i casi nei quali vengono in considerazione atti amministrativi presupposti, ove si agisca a tutela delle posizioni di diritto soggettivo in materia di lavoro pubblico, è consentita esclusivamente l’ instaurazione del giudizio ordinario, nel quale la tutela è pienamente assicurata dalla disapplicazione dell’ atto e dagli ampi poteri riconsciuti al giudice ordinario dal secondo comma del menzionato art. 63 (Cass. S.U. ord. n. 13169 del 5.6.2006; sulla base del suddetto principio la Corte ha dichiarato la giurisdizione dell’ A.G.O. in controversia concernente, alla stregua del ”petitum” sostanziale azionato, il comportamento del Comune datore di lavoro il quale, modificando con tre delibere la pianta organica, aveva dapprima soppresso il posto al quale era addetto il ricorrente, collaboratore professionale, poi deliberato di adibirlo a mansioni di autista di scuolabus e manutenzione di mezzi comunali, quindi, a fronte del rifiuto di questi, deliberato di collocarlo in mobilità con atti che, pur essendo oggetto di richiesta di annullamento, costituivano espressione del potere di gestire i rapporti di impiego del personale).

La giurisdizione del Giudice ordinario e di quello amministrativo, infatti, deve essere in concreto identificata non già in base al criterio dela soggettiva prospettazione della domanda, ma alla stregua del cd. ”petitum” sostanziale, ossia considerando l’ intrinseca consistenza della posizione soggettiva addotta in giudizio ed individuata dal giudice stesso con riguardo alla sostanziale protezione accordata a quest’ ultima dal diritto positivo. In proposito, inoltre, non rileva che la pretesa sostanziale sia stata prospettata come richiesta di annullamento di un atto amministrativo, poichè l’ individuazione della giurisdizione è determinata dall’ oggetto della domanda, il quale deve essere inquadrato, in base al criterio oggettivo del ”petitum” sostanziale, all’ esito dell’ indagine sull’ effettiva natura della controversia in relazione ale caratteristiche del particolare rapporto fatto valere in giudizio (Cass. S.U. sent. n. 14846 del 28.6.2006; Cass. S.U. n. 7507 del 15.5.2003).

Nel caso di specie, alla luce dell’ orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte sopra riferito e considerato il petitum sostanziale individuato sulla base della effettiva natura della controversia ( il ricorrente deduce la violazione di un diritto soggettivo e chiede la declaratoria di revoca, nullità o annullamento della delibera n. 101/2004 allo scopo di ottenere il ripristino della funzione di Comandante della Polizia Muncipale del Comune di C………….. ), si ritiene sussistente la giurisdizione dell’ Autorità Giudiziaria Ordinaria. In relazione alla presente controversia.

Nel merito, la domanda attorea è fondata nei termini che seguono.

La soluzione della controversia impone come punto di passaggio obbligato l’ esame ”cronologico” delle qualifiche e, soprattutto, delle mansioni del ricorrente B…….. e dei relativi atti comunali, sulla base della documentazione agli atti di causa e delle circostanze incontestate emerse in sede di interrogatorio libero delle parti, nonchè della normativa di riferimento, cioè relativa alla polizia municipale.

A seguito dell’ assunzione, avvenuta con delibera consiliare del Comune di C……. del 22.2.1980 n. 9, B…….I…….. svolgeva le funzioni di Comandante della Polizia Municipale di C………. e in particolare mansioni di coordinamento e direttive ai vigili urbani e al restante personale dell’ area e tali mansioni sono state svolte ininterrottamente fino al febbraio 2002.

Con delibera Giunta Municipale n. 14 del 14.2.2002, immeditamente esecutiva, l’ Amministrazione decideva di trasferire le funzioni statistiche di competenza dell’ Ente Locale al Servizio di Polizia Municipale, creando un ufficio statistica (v. parte motiva del doc. n. 1 prodotto dal ricorrente) .

Appena una settimana dopo, con provvedimento prot. n. 2030 del 21.2.2002 emesso dal responsabile del servizio di Polizia Municipale dott. A……….V………, il Tenente I……… B………., ”attuale comandante del Servizio di Polizia Municipale” , veniva nominato unico responsabile (ed addetto) del predetto ufficio statistica, mantenendo le funzioni di comandante del Servizio di Polizia Municipale.

Infine, con delibera Giunta Municipale n. 101 del 2.7.2004 si deliberava ” di revocare al tenente B……….I…….. le funzioni di Comandante del Servizio di Polizia Municipale, attualmente in capo allo stesso”.

Tale delibera risulta formalmente emessa per le seguenti causali e motivi:

– intenzione di ” procedere ad una rimodulazione e riorganizzazione del Servizio di Polizia Municipale operante nell’ Area di Vigilanza…al fine di permettere al personale presente nel citato settore di acquisire una specifica professionalità che può essere raggiunta solo attraverso un coinvolgimento ed un impegno personale dei soggetti interessati nelle funzioni da svolgere con responsabilità diretta in ordine agli atti e operazioni da porre in essere”,

– ” … si ritiene necessario avvicendare al comando del servizio del quo un soggetto diverso da quello (Ten. I…….B…..) che attualmente svolge le relative funzioni…”,

– ” … si rende necessario revocare le funzioni in precedenza attribuite al Ten I…….B…….. in ragione anche dell’ incarico di responsabilità dell’ Ufficio Statistica al quale quest’ ultimo risulta già preposto”,

– ” … dalla scelta deriverà un sicuro vantaggio all’ Ente… un miglioramento della qualità del servizio reso all’ utenza, nonchè una crescita professionale del soggetto che sarà coinvolto nell’ operazione…”,

– ” … dall’ operazione in questione non conseguirà un diverso trattamento giuridico ed economico per il ten. I……B…… le mansioni attualmente svolte dal B……., anche in ragione dell’ incarico cui è preposto presso l’ Ufficio Statistica, sono da ritenersi equivalenti e senza diminuzione della retribuzione globalmente goduta”,

– ” … l’ avvicendamento di cui sopra… si rende necessario anche a seguito delle ultime vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto il tenente B…….. … l’ amministrazione non si è potuta esimere dall’ attivare un procedimento disciplinare… dieci anni fa lo stesso è stato sottoposto ad altro procedimento disciplinare” (v. doc. 2 prodotto da parte ricorrente).

Il provvedimento di revoca dovrebbe trovare ragione e fondamento, secondo la motivazione della delibera e le deduzioni dell’ Ente resistente, nella potestà organizzativa dell’ ente e nel legittimo esercizio dello ius variandi del datore di lavoro con equivalenza delle mansioni precedenti e successive al provvedimento.

Ritiene invece il Giudicante che l’ attività posta in essere dal Comune resistente non risulta rispettosa della normativa, e in particolare del disposto dell’ art. 52 D. l.vo n. 165/2001, che richiama e ribadisce i principi di cui all’ art. 2103 c.c., e del CCNL di comparto.

L’esame della parte motiva del provvedimento di revoca dell’ incarico di Comandante della Polizia Municipale in capo al B……. evidenzia, invero, che le motivazioni e causali dell’ atto sono indicate con formule stereotipate e prive di effettivo significato ed appaiono lacunose, generiche e contraddittorie, non sono indicate ragioni concrete, tecniche e/o organizzative, per la revoca dell’ incarico al B……

L’unica ragione concreta della revoca dell’ incarico desumibile dalla delibera n. 101/2004 è data dal coinvolgimento del B……. in vicende giudiziarie e nella sottoposizione dello stesso a procedimenti disciplinari, uno risalente nel tempo ed uno più recente, e quindi un intento ”paradisciplinare”, da cui deriva l’ illegittimità del provvedimento per contrasto con il principio di tipicità e tassatività delle sanzioni disciplinari e per violazione delle norme relative al procedimento disciplinare.

Nel caso di specie, risulta evidente, anche soltanto sulla base del mero esame degli atti posti in essere dall’ Ente Locale, che non ci troviamo di fronte ad un datore di lavoro accorto ed imparziale che si avvale legittimamente dello ius variandi, ma di fronte ad un datore che, pur di ”eliminare” da un posto di responsabilità e ”visibilità” un dipendente ”scomodo”, non esita ad esporsi alle gravi conseguenze che possono derivare da un contenzioso come quello che ci occupa.

Le motivazioni addotte nella delibera in questione, invero, non giustificano la revoca dell’ incarico di Comandante di Polizia Municipale al B…….., la sua assegnazione, quale ”responsabile unico” all’ ufficio statistica e la sua sostanziale esclusione dall’ organico della Polizia Municipale, senza considerare l’ effettiva consistenza e le condizioni di lavoro del ricorrente, il quale, in sede di interrogatorio libero, ha riferito, con riguardo al lavoro presso l’ ufficio statistica, ” l’espletamento di dette mansioni richiede pochissimo tempo, data l’ entità della popolazione, ciò fino a settembre 2004, preciso che svolgevo detto lavoro nella soffitta del Comune dove ero completamente solo. Con provvedimento dell’ ottobre 2004 mi sono stati assegnati altri sette procedimenti…”

Ritiene inoltre il Giudicante che, dalla semplice lettura della normativa di riferimento e della documentazione agli atti relativa alle mansioni effettivamente assegnate se disimpegnate dal B……, emerga in modo palese la violazione dell’ art.2103 c.c., i cui principi sono ribaditi dall’ art. 52 del D. L.vo n. 165/2001, da parte dell’ Ente datore di lavoro.

Il Tenente B……..I……., quale Comandante del Corpo di Polizia Municipale espletava mansioni pacificamente consistite – tra l’ altro – in attività di coordinamento del personale addetto al proprio ufficio, in attività di polizia giudiziaria e di polizia locale o amministrativa, di qualificato contatto con la popolazione e con autorità pubbliche, sicuramente professionalmente più qualificanti di quelle assegnate da ultimo ed attualmente espletate presso l’ ufficio statistica.

Nella nota n. 6508 del 4.6.2002 indirizzata al B……. e in quelle allegate alla stessa (doc. n. 5 di parte ricorrente) sono elencate le funzioni da svolgere da parte dell’ ufficio statistica ” di esclusiva competenza ” del B………

Da tali note si evince che trattasi di mansioni di carattere ripetitivo, che non richiedono particolare professionalità, e comunque un grado di professionalità notevolmente inferiore rispetto a quelle di Comandante della Polizia Muncipale, e non implicano, a differenza di quelle in precedenza svolte presso l’ Ufficio di Polizia Municipale, l’esercizio di funzioni di coordinamento e controllo di altri lavoratori, funzioni queste ultime che, tra l’ altro, il ricorrente, ha espletato per lungo tempo.

Ciò risulta palese soltanto considerando le ridotte dimensioni e l’ entità della popolazione del Comune di C…………. ( nella delibera n. 14 del 14.2.2002 si indica una popolazione di circa 4.600 abitanti) e la conseguente limitata consistenza – in termini di operazioni da svolgere, di semplicità e ripetitività delle stesse e del tempo necessario per l’ espletamento – dell’ attività dell ufficio statistica, nel quale per altro il B……… opera quale unico addetto (v. nota n. 6508 del 4.6.2002 e delibera n. 101/2004) , mentre, come sopra evidenziato, quale comandante di Polizia Municipale effettuava attività di coordinamento e direzione di altri dipendenti di livello inferiore ( v. dotazione organica del Comune di C…….. in atti) .

Non si può inoltre non tener conto che la Polizia Municipale è caratterizzata dalla peculiarità ed atipicità delle funzioni attribuite che concernono una attività di Polizia locale la cui azione è preordinata alla tutela del pubblico interesse, dovendo garantire la sicurezza, la salvaguardia e l’ ordinata e civile convivenza della collettività.

La normativa di riferimento, costituita dalle legge 7.3.1986 n. 65 – legge quadro sull’ ordinamento della Polizia Municipale – , riconosce al Comandante del Corpo quella specificità e quella autonomia che sono elementi di peculiarità ed atipicità che lo contraddistinguono dagli altri responsabili delle strutture comunali, anche di livello apicale.

In sostanza, essendo il Comandante della Polizia Municipale l’ unica figura professionale, nell’ ambito del comune, che gode di una disciplina ad hoc, non è consentita la sua sostituzione con un altro soggetto, essendogli riservata per espressa previsione normativa, una disciplina diversa da quella degli altri dipendenti ( v. Consiglio di Stato 12.3.1996 n. 262 e 28.4.1995 n. 623).

La materia della polizia locale trova inoltre regolamentazione nella legge Regione Marche n. 38 del 29 ottobre 1988 – norme in materia di polizia locale.

La L.R. n. 38/1988 all’ art. 4 elenca specificamente i molteplici e peculiari compiti degli addetti ai servizi di polizia locale:

”a) vigilare sull’ osservanza delle leggi, dei regolamenti e delle disposizioni emanati dallo Stato, dalla Regione e dagli enti locali, con particolare riguardo alle norme concernenti la polizia urbana e rurale, la circolazione stradale, l’ edilizia, l’ urbanistica, il commercio, i pubblici esercizi, la vigilanza igienica e sanitaria, la vigilanza ittica e venatoria, la tutela ambientale ;

b) svolgere i compiti di polizia stradale attribuiti dalla legge;

c) prestare opera di soccorso nelle pubbliche calamità e nei disastri, d’ intesa con le autorità competenti, nonchè in caso di privati infortuni;

d) assolvere a compiti di informazione, di raccolta di notizie, di accertamento e di rilevazione, a richiesta delle autorità competenti;

e) prestare servizi d’ ordine, di vigilanza e di scorta, necessari per l’ espletamento di attività e compiti istituzionali degli enti di appartenenza;

f) assolvere alle funzioni di polizia locale o amministrativa attribuite agli enti locali dal DPR 616/1977;

g) esercitare funzioni di polizia giudiziaria e svolgere, nell’ ambito delle proprie attribuzioni, funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza ai sensi degli artt. 3 e 5 della legge 7 marzo 1986 n. 65;

h) svolgere funzioni tipiche di prevenzione ed educative, anche attraverso un costante e qualificato rapporto con la popolazione;

i) svolgere gli altri compiti demandati dal regolamento del successivo art. 11 ” .

Tra i compiti degli addetti ai servizi di polizia locale non sono ricomprese le funzioni di responsabile del servizio di statistica, attribuite ai Tenente B…… in data 21.2.2002 (v. decreto del segretario Comunale in atti), che, anche per tale motivo e non essendo stato adottatodal Comune di C…… il regolamento di cui all’art. 11 L. n. 38, non potevano essere assegnate al B…..

Inoltre l’ art 5 della predetta legge regionale prevede espressamente, con riguardo allo svolgimento dell’ attività sul territorio, che ”1. Le attività di polizia vengono svolte in una uniforme… 2. Gli addetti al servizio di polizia locale non possono essere adibiti a compiti diversi da quelli istituzionali. 3. I distacchi e i comandi sono consentiti soltanto quando i compiti assegnati siano inerenti alle funzioni di polizia locale … ”.

Nel caso in esame è evidente la violazione del divieto normativo sopra indicato da parte del Comune di C…….., atteso che il B……. non poteva essere adibito a compiti diversi da quelli di Comandante della Polizia Municipale, del cui ufficio (importante per la molteplicità, importanza e delicatezza dei compiti svolti) è stato per molto tempo responsabile unico, per poi essere via via sminuito nelle sue mansioni e nella sua figura professionale, da ultimo con la delibera n. 101/2004.

Al riguardo si segnala che il B……., già all’ atto della ricezione del provvedimento sindacale prot. n. 6508 del 4.6.2002 indirizzata al Ten I……B……. Responsabile del procedimento – statistica area vigilanza e avente ad oggetto l’ invio prospetto funzioni da svolgere da parte dell’ Ufficio Statistica, ha contestato la ”legittimità” dell’ affidamento di tali mansioni, apponendo in calce alla nota la dicitura ” il quale dichiara che questo provvedimento è in contrasto con l’ art. 5 comma 2 Legge Regionale Marche 29.10.1988 n. 38”.

Come è noto l’art. 2103 c.c. afferma il diritto del lavoratore all’ effettivo svolgimento della propria prestazione anche perchè il lavoro costituisce non solo un mezzo di sostentamento, ma altresì un mezzo di estrinsecazione della personalità del lavoratore ai sensi degli artt. 2, 4 e 35 della Costituzione (Cass. Sez. Lav. n. 7967 dell’ 1.6.2002) .

Corente con lo spirito informatore del vigente art. 2103 c.c. è l’ affermazione che tale norma sia tesa a far salvo il diritto del lavoratore all’ utilizzazione, al perfezionamento ed all’ accrescimento del proprio corredo di nozioni di esperienza e di perizia acquisita nella pregressa fase del rapporto (v. in tal senso, tra le altre, Cass. 4.10.1995 n. 10405) e ad impedire conseguentemente che le nuove mansioni determinino una perdita delle potenzialità professionali acquisite o affinate fino a quel momento, o che per altro verso comportino una sotto utilizzazione del patrimonio professionale del lavoratore avendosi riguardo non solo alla natura intrinseca delle attività esplicate dal lavoratore, ma anche al grado di autonomia e discrezionalità del loro esercizio, nonchè alla posizione del dipendente nel contesto dell’ organizzazione aziendale del lavoro (Cass. 14.7.1993 n. 7789).

In siffatta ottica, una violazione della lettera e della ratio dell’ art. 2103 c.c. può quindi ipotizzarsi, in considerazione degli interessi sostanziali tutelati dal legislatore, anche allorquando si sia in presenza di una modifica solo quantitativa (ma non è questo il caso di specie) delle mansioni assegnate al lavoratore, che si traduca in una riduzione dei compiti lavorativi del dipendente.

La modifica delle mansioni del dipendente può infatti determinare in concreto – in ragione dell’ inattività o della ridotta attività, della specifica natura delle residuali prestazioni e delle sue concrete modalità di svolgimento – un progressivo deperimento del bagaglio culturale del dipendente ed una perdita di quelle conoscenze ed esperienze richieste dal tipo di lavoro svolto, che finiscono per tradursi, in ultima analisi, in un graduale appannamento della propria professionalità.

Il disposto dell’ art. 2103 c.c. finisce, affermano sempre i Giudici della Corte di legittimità, per essere violato non solo quando il dipendente sia assegnato a mansioni inferiori ma anche quando il medesimo (ancorchè senza conseguenze sulla retribuzione) sia lasciato in condizioni di forzata inattività e senza assegnazione di compiti rapportati alla propria capacità professionale acquisita, come è nel caso di specie, costituendo il lavoro non solo un mezzo di guadagno ma anche un mezzo di estrinsecazione della personalità del soggetto (v. sul punto: Cass. 4.10.1995 n. 10405; Cass. 13.8.1991 n. 8835).

Ciò posto, rilevato che l’ art. 2103 c.c., nell’ ambito dei poteri organizzativi e gestionali del datore di lavoro, stabilisce il principio della immodificabilità in peius delle mansioni cui è adibito il dipendente, deve ritenersi – conformemente all’ orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità – che il concetto di equivalenza delle mansioni prescinda dalla riconducibilità in astratto delle mansioni al medesimo livello contrattuale, postulando di contro che le nuove mansioni siano in concreto aderenti alla specifica competenza tecnica e professionale del dipendente al fine di salvaguardare il livello professionale raggiunto: ne segue che, ai fini del giudizio di equivalenza, si deve verificare se le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente in modo tale da salvaguardare il livello professionale acquisito nella pregressa fase del rapporto e da garantire lo svolgimento e l’ accrescimento delle sue capacità professionali, con le conseguenti possibilità di miglioramento professionale, in una prospettiva dinamica di valorizzazione delle capacità di arricchimento del proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze (ex plurimis Cass. S. U. sent. n. 25033 del 24.11.2006; Sez n.10628 del 9.5.2006, relativa a caso analogo a quello oggetto del presente giudizio; Cass. 2.10.2002 n. 14150; Cass. n. 425 del 12.1.2006; Cass n.7453 del 12.4.2005; Cass. n. 7351 dell’ 11.4.2005; Cass. n. 6326 del 23.3.2005; Cass. n. 19836 del 4.10.2004).

Da quanto sopra esposto è certo ed incontrovertibile che, nella fattispecie, non è stata posta in essere soltanto un’ alterazione dei precedenti assetti organizzativi, ma una concreta variazione in peius della posizione professionale di B……I…….

Ebbene, nel caso di specie, deve ritenersi l’ illegittimità dell’ assegnazione del ricorrente all’ Ufficio Statistica e la successiva revoca delle funzioni di Comandante della Polizia Municipale, essendo stata determinata una dequalificazione professionale del B……. , tenuto conto dell’ attribuzione di compiti tali da costringerlo ad una parziale inattività e che evidenziano uno svuotamento del contenuto professionale delle mansioni cui il medesimo era precedentemente adibito e tali da non consentire, in ogni caso, l’ utilizzo del bagaglio professionale e delle capacità acquisite.

Si rileva che la sussistenza di dequalificazione in casi analoghi (anche relativi a controversie coinvolgenti Comandanti di Polizia Municipale) è stata ripetutamente affermata dalla giurisprudenza (v. Corte d’ Appello di Roma del 16.5.2002; Trib. Lecce ord. 17-18.3.2003; Corte d’ Appello di L’ Aquila 5.8.2003, Cass. 11.1.1005 n. 276).

Ne segue il diritto del ricorrente ad essere reintegrato nelle mansioni precedentemente svolte (in relazione alla peculiarità del ruolo rivestito, per quanto sopra detto, deve escludersi che possano essere individuate mansioni equivalenti), previa disapplicazione della delibera n. 101/2004, stante la domanda di cui al ricorso introduttivo.

A ciò è sicuramente facoltizzato il giudice ordinario, il quale, oltre al potere di disapplicare gli atti amministrativi, se illegittimi e se rilevanti ai fini della decisione, ha la potestà di adottare provvedimenti di ” accertamento, costitutivi e di condanna, richiesti dalla natura dei diritti tutelati ” .

Di contro deve disattendersi la domanda del ricorrente volta all’ annullamento degli atti datoriali, considerata la natura di tali atti (delibere del Consiglio Comunale) e che la violazione del disposto dell’ art. 2103 c.c. , mediante il comportamento complessivo dell’ ente (concretizzatosi nel caso di specie nell’ adozione di provvedimenti che appaiono preordinati alla demansionamente del dipendente) non legittima l’ anullamento del provvedimento dell’ Ente.

La domanda va pertanto accolta nei termini di cui al dispositivo.

La parziale soccombenza del ricorrente in merito alla rimozione dei provvedimenti amministrativi consente la compensazione delle spese di lite in ragione di un terzo, mentre i residui due terzi devono essere posti a carico dell’ ente resistente e si liquidano come in dispositivo.

 

PQM

 

Il Tribunale di Camerino, in composizione monocratica, nella persona della dott.ssa Giuliana Basilli, in funzione di Giudice del Lavoro, definitivamente pronunciando sulla domanda avanzata dal ricorrente

B………I………

nei confronti di

COMUNE DI C…………

ogni diversa domanda, istanza, deduzione ed eccezione disattesa, così provvede:

In parziale accoglimento del ricorso, accerta il demansionamento del ricorrente per effetto della delibera Giunta Municipale del Comune di C……… n. 101 del 3.7.2004 e, conseguentemente, condanna l’ ente resistente alla reintegra del ricorrente nelle mansioni precedentemente svolte.

Condanna l’ ente resistente alla rifusione in favore del ricorrente di 2/3 delle spese di lite, che liquida in Euro 2.000,00 (di cui Euro 1.200,00 per onorari) oltre IVA e CAP come per legge, compensando tra le parti il residuo 1/3.

Così deciso in Camerino, li 1.3.2007

Il Giudice

Dott.ssa Giuliana Basilli

IL CANCELLIERE C1

(Alberto Pennesi)

 

V° depositato in cacelleria in data 2 APR 2007

Il Cancelliere C1

(Alberto Pennesi)

 

 

 

 

Ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite giovedì, Giu 14 2007 

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La S.C. ribadisce che la ripartizione del trattamento di reversibilità, in caso di concorso fra coniuge divorziato e coniuge superstite aventi entrambi i requisiti per la relativa pensione, deve essere effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni – coincidente con la durata legale dei medesimi (per il coniuge divorziato, fino alla sentenza di divorzio) – , ponderando, alla luce della sentenza interpretativa di rigetto della Corte costituzionale n.4 19 del 1999, ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica sottesa al trattamento di reversibilità, quali l’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge ed alle condizioni economiche dei due, la durata delle rispettive convivenze matrimoniali, elementi che non possono essere pretermessi per il solo fatto che sugli stessi non si sia aperto alcun contraddittorio. La S.C., confermando la decisione della corte territoriale, ha respinto, perché prive di fondamento legale e giurisprudenziale, le censure sollevate dalla ricorrente secondo cui nella determinazione della quota della pensione di reversibilità si dovesse tener conto dell’apporto contributivo, durante il periodo di convivenza, alla pensione del de cujus. (Cass. Sentenza n. 10669 del 10 maggio 2007 Sezione Lavoro, Presidente S. Ciciretti, Relatore A. De Matteis) Da Civile.it

Ereditare non comporta aumento dell’entità dell’assegno di mantenimento dovuto giovedì, Giu 14 2007 

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Non v’è collegamento con la situazione patrimoniale determinatasi durante il matrimonio

(Claudia B., ex moglie di Claudio Q., ha chiesto al Tribunale di Roma un aumento dell’assegno divorzile posto a carico dell’ex marito, sostenendo che le condizioni economiche del medesimo erano migliorate, dopo il divorzio, per effetto di beni lasciatigli in eredità dalla madre. Il Tribunale ha rigettato la domanda. Questa decisione è stata riformata dalla Corte di Appello di Roma che aumentato l’assegno dovuto dall’ex marito, in considerazione del miglioramento della sua posizione patrimoniale verificatosi per effetto dell’eredità materna. Claudio Q. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Roma per violazione di legge.
           
La Suprema Corte (Sezione Prima Civile n. 12687 del 30 maggio 2007, Pres. Luccioli, Rel. Felicetti) ha accolto il ricorso. Il legislatore, subordinando la revisione dell’assegno alla sopravvenienza di giustificati motivi – ha osservato la Corte – non ha inteso stabilire un automatismo fra i miglioramenti della situazione economica del coniuge obbligato, successivi al divorzio, e l’aumento dell’assegno; ciò in primo luogo perché, ove la richiesta di modifica venga a fondarsi unicamente su tali miglioramenti, è necessario che si valuti se ed in quale misura il coniuge che richieda la rivalutazione dell’assegno possa ritenersi titolare di un affidamento a un tenore di vita correlato a detti miglioramenti, in relazione alla loro natura. In particolare – ha affermato la Corte – occorre accertare se detti miglioramenti siano rapportabili all’attività svolta, in costanza di matrimonio, o al tipo di qualificazione professionale dell’onerato; fra tali incrementi non possono ricomprendersi i miglioramenti dovuti ad eredità ricevute dall’onerato dopo il divorzio, risultando i relativi incrementi reddituali privi di collegamento con la situazione economica dei coniugi durante il matrimonio e con il reciproco contributo datosi nel corso di esso. Le aspettative ereditarie – ha rilevato la Corte – sono infatti, sino al momento dell’apertura della successione, prive, di per sé, di valenza sul tenore di vita matrimoniale e giuridicamente inidonee a fondare affidamenti economici; con la conseguenza che, mentre le successioni ereditarie che si verifichino in costanza di convivenza coniugale, incidendo sul tenore di vita matrimoniale, concorrono a determinare la quantificazione dell’assegno dovuto dal coniuge onerato, quelle che si verifichino dopo non sono idonee ad essere valutate. Da Legge-e-giustizia.it

Esecuzione per rilascio di immobile – rimborso spese martedì, Giu 5 2007 

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Corte di Cassazione, Sentenza n. 11197 del 15 maggio 2007 

In tema di esecuzione per rilascio, qualora questa sia avvenuta a seguito di intimazione di precetto e successiva comunicazione dell’ufficiale giudiziario ai sensi dell’art. 608, comma primo, cod. proc. civ. (c.d. preavviso di rilascio), ma senza che si sia poi reso necessario procedervi coattivamente, la parte istante ha diritto al rimborso delle spese processuali sostenute, ivi comprese le spese vive, i diritti di procuratore e gli onorari di avvocati, da richiedere con le forme del giudizio ordinario, ove non sia possibile richiedere il decreto di cui all’art. 611 cod. proc. civ.

Da Corte di Cassazione   la notizia qui

Corona: “Ostaggio dello Stato” mercoledì, Mag 30 2007 

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Per 80 giorni mi sono sentito ostaggio dello stato e vittima di quel Talebano di Woodcock che voleva solo fama e popolarità”. Queste le prime parole di Fabrizio Corona, il fotografo al centro dell’inchiesta scandalo su Vallettopoli subito dopo aver lasciato il carcere di San Vittore. Il gip di Potenza, Alberto Iannuzzi, ha concesso gli arresti domiciliari a Corona, che era detenuto da tre mesi nel penitenziario del capoluogo lombardo.

“Quello che ho subito in questi 80 giorni da parte di tutti, ma in particolare della Procura di Potenza, è vergognoso…Ma tra poco sarò libero e allora dirò le mie verità e saranno cavoli amari”. E’ un Fabrizio Corona che sembra esplodere dalla rabbia quello che varca il portone della carraia del penitenziario di San Vittore per entrare nella Bentley scura e raggiungere la sua abitazione in largo La Foppa dove, su ordine del gip di Potenza, dovrà restare agli arresti domiciliari…..[continua…]

Da Tgcom.it   la notizia qui

Arrestato il marito di Barbara Cicioni mercoledì, Mag 30 2007 

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Ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Roberto Spaccino l’uomo si è presentato dai carabinieri insieme a due avvocati.

PERUGIA: L’avrebbe ammazzata di botte con il figlio che portava in grembo e ora è anche accusato di aver maltrattato gli altri due suoi figlioletti. L’assassino della donna incinta di Marsciano sarebbe il marito. Oggi, poche ore prima dei funerali di Barbara Cicioni, Roberto Spaccino è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario condita da una serie di aggravanti.

Le indagini erano arrivate a una soluzione ieri sera: l’assassino è stato tradito da una macchia di sangue. Spaccino – è scritto nel comunicato diffuso dal sostituto procuratore che coordina le indagini, Antonella Duchini – “è stato tratto in arresto, indagato per i delitti di omicidio volontario aggravato (futili motivi, crudeltà verso la vittima, rapporto di coniugio) per aver cagionato la morte della moglie Barbara Cicioni, maltrattamenti nei confronti della medesima e dei figli minori, calunnia nei confronti di ignoti, simulazione di reato”….[continua….]

Da La Repubblica   la notizia qui

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