Coppie di fatto, Corte d’Appello di Roma omologa accordi di separazione lunedì, Lug 23 2007 

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La Corte d’Appello di Roma ha riconosciuto per la prima ad una coppia di fatto non più convivente, il diritto ad omologare gli accordi di separazione consensuali presi nell’interesse dei figli minori.

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Comunicato stampa: alterazioni dati assicurativi ai danni dei consumatori giovedì, Giu 28 2007 

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Un nostro caro e affezionato lettore, il sig. Giovanni D’Agata, Componente del dipartimento Nazionale “ TUTELA DEL CONSUMATORE “ di Italia Dei Valori ci invita a pubblicare il comunicato stampa che alleghiamo, in tema di truffe assicurative.

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Avv. Maria Grazia Mei

Dott. Massimiliano Calcaterra

In caso di separazione o divorzio l’assegnazione della casa familiare è finalizzata esclusivamente alla tutela della prole martedì, Giu 12 2007 

Anche se ha riflessi economici. (Cassazione Sezione Prima Civile n. 10994 del 14 maggio 2007, Pres. Luccioli, Rel. Petitti).

In  materia di separazione e di divorzio, l’assegnazione della casa familiare, malgrado abbia anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dalla legge n. 898 del 1970, art. 6, comma 6, (come sostituito dalla legge n. 74 del 1987, art. 11), risulta finalizzata alla esclusiva tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui é cresciuta e non può essere disposta, come se fosse una componente degli assegni rispettivamente previsti dagli artt. 156 cod. civ. e 5 legge n. 898 del 1970, allo scopo di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, alle quali sono destinati unicamente gli assegni; pertanto, la concessione del beneficio in parola resta subordinata all’imprescindibile presupposto dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni ed economicamente non autosufficienti.

La giurisprudenza della Suprema Corte (a partire dalla nota sentenza delle Sezioni Unite n. 11297 del 28 ottobre 1995, condivisa dalle successive e, tra queste, per citare le più recenti da Cass. n. 661 del 2003; n. 13736 del 2003; n. 12309 del 2004; n. 22500 del 2004) può ormai dirsi consolidata nel senso che, anche sotto il vigore della legge 6 marzo 1987, n. 74, il cui art. 11 ha sostituito la legge 1 dicembre 1970, n. 898, art. 6, la disposizione contenuta nel comma 6 della norma appena richiamata consente il sacrificio della posizione del coniuge titolare di diritti reali o personali sull’immobile adibito ad abitazione familiare, mediante assegnazione di siffatta abitazione in sede di divorzio all’altro coniuge, solo alla condizione dell’affidamento a quest’ultimo di figli minori o della convivenza con esso di figli maggiorenni ma non ancora provvisti, senza loro colpa, di sufficienti redditi propri. In assenza di tali condizioni, coerenti con la finalizzazione dell’istituto alla esclusiva tutela della prole e del relativo interesse alla permanenza nell’ambiente domestico in cui essa é cresciuta, l’assegnazione medesima non può essere disposta in funzione integrativa o sostitutiva dell’assegno divorzile, ovvero allo scopo di sopperire alle esigenze di sostentamento del coniuge ritenuto economicamente più debole, a garanzia delle quali é destinato unicamente l’assegno anzidetto, onde la concessione del beneficio in parola resta subordinata agli imprescindibili presupposti sopra indicati.

Da Legge e Giustizia

L’inapplicabilità dell’art. 18 St. Lav. perché il numero dei dipendenti non supera i 15 deve essere tempestivamente eccepita dal datore di lavoro mercoledì, Giu 6 2007 

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Il fatto relativo alla dimensione dell’impresa – inferiore al limite determinante l’obbligo a carico del datore di lavoro di reintegra del lavoratore illegittimamente licenziato (cd. “tutela reale”) – costituisce una eccezione processuale in senso proprio che il datore-convenuto deve proporre, e chiedere di provare, entro il termine ex art. 416 cod. proc. civ Cassazione Sezione Lavoro n. 11640 del 18 maggio 2007, Pres. Ianniruberto, Rel. Balletti).

Come hanno statuito le Sezioni Unte con la sentenza n. 141/2006 “in tema di riparto dell’onere probatorio in ordine ai presupposti di applicazione della tutela reale o obbligatoria al licenziamento di cui sia accertata l’invalidità, fatti costitutivi del diritto soggettivo del lavoratore a riprendere l’attività e, sul piano processuale, dell’azione di impugnazione del licenziamento sono esclusivamente l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato e l’illegittimità dell’atto espulsivo, mentre le dimensioni dell’impresa, inferiori ai limiti stabiliti dall’art. 18 della legge n. 300 del 1970, costituiscono, insieme al giustificato motivo del licenziamento, fatti impeditivi del suddetto diritto soggettivo del lavoratore e devono, perciò, essere provati dal datore di lavoro”: con l’assolvimento di questo onere probatorio il datore di lavoro dimostra – ai sensi della disposizione generale di cui all’art. 1218 cod. civ. – che l’inadempimento degli obblighi derivatigli dal contratto di lavoro non è a lui imputabile e che, comunque, il diritto del lavoratore a riprendere il suo posto non sussiste, con conseguente necessità di ridurre il rimedio esercitato dal lavoratore al risarcimento pecuniario.

Da Legge e Giustizia   la notizia qui

Mansioni superiori mercoledì, Mag 16 2007 

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L’individuazione dell’attività che il lavoratore si impegna a prestare è fondamentale al fine di determinare quali sono i diritti e doveri delle parti nel rapporto di lavoro.

L’oggetto della prestazione lavorativa è individuato dalle mansioni in relazione alle quali si stabiliscono le qualifiche.

L’art. 2103 c.c. stabilisce che “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. Nel caso di assegnazioni a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta e l’assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzioni di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi”.

L’inquadramento del lavoratore deve avvenire con riferimento alle categorie (o livelli) previste dalla contrattazione collettiva e, pertanto, nella pratica, ai fini dell’individuazione della qualifica e quindi del livello di inquadramento, hanno rilievo unicamente le mansioni effettivamente svolte dal lavoratore all’interno dell’azienda in modo stabile e continuativo ( Cass. 6 aprile 1992 n. 4200).

Il diritto alla qualifica superiore previsto dall’art. 2103 c.c. è fondato sullo svolgimento delle mansioni superiori, fatto oggetto giuridicamente qualificato dal suo presupposto, costituito dal livello delle mansioni svolte.

La qualificazione giuridica di tale presupposto, per la sua stessa natura, è nella norma (legale o contrattuale) e non discende, pertanto, dalla volontà datoriale. Ove, quindi, la qualificazione del livello sia subordinatamente connessa alla classificazione dell’ambito aziendale dove le mansioni sono svolte, il datore di lavoro non può ritardare il formale riconoscimento del livello superiore (Cass. Civ., sez. lav., 3 gennaio 2005, n. 24.

Inoltre, la reiterata assegnazione a mansioni superiori per periodi inferiori singolarmente considerati, al termine previsto dall’art. 2103 c.c., ma superiori per cumulo di più di esse, può rilevare l’intento del datore di lavoro meramente elusivo della disposizione finalizzata alla c.d. “promozione automatica”, quando non sussista contemporaneamente la prova, il cui onere è a carico del datore di lavoro, di aver fatto ricorso a tali modalità nella gestione delle assegnazioni provvisorie per assicurare la vacanza del posto da coprire obbligatoriamente per il tramite della procedura concorsuale o selettiva, e per il periodo necessario alla definizione della stessa (Cass. Civ.., sez.lav., 7 luglio 2004, n. 12534.

Ma non basta, ai fini dell’acquisizione da parte del prestatore di lavoro del diritto all’assegnazione definitiva delle mansioni superiori dopo un periodo fissato dai contratti collettivi in conformità delle disposizioni di legge, ai sensi degli artt. 2103 c.c. e 6 della legge 13 maggio 1985, n. 190, come sostituito dall’art. 1 della legge 2 aprile 1986, n. 106, è irrilevante la soppressione formale nell’organigramma aziendale della posizione lavorativa corrispondente a quelle mansioni ove di fatto si sia protratta l’assegnazione del lavoratore al loro espletamento ( Cass. Civ., sez. lav., 1 luglio 2004, n. 12103).

L’attribuzione al lavoratore di una qualifica superiore in relazione all’esercizio di fatto, per un determinato periodo, delle mansioni corrispondenti, ai sensi dell’art. 2103 c.c., non esige che l’assegnazione delle mansioni avvenga mediante un provvedimento formale, essendo sufficiente a tal fine che il datore di lavoro, anche mediante un comportamento concludente, manifesti il consenso all’espletamento delle mansioni superiori (Cass. Civ., sez. lav., 27 maggio 2000, n. 7018).

Ancora, ai fini del conseguimento della qualifica superiore non ha rilievo che il dipendente abbia svolto occasionalmente mansioni affidate anche ad altro dipendente che rivesta tale qualifica, essendo rilevante non solo la frequenza con la quale quelle mansioni siano stare eventualmente espletate, ma anche il concreto grado di autonomia, responsabilità, gravosità e intensità, comparato con le altre mansioni proprie della qualifica inferiore (Cass. Civ., sez. lav., 23 agosto 2003, n. 12404).

In ogni caso, il diritto al trattamento economico corrispondente alle mansioni superiori esercitate è garantito dall’art. 2103 c.c. in modo autonomo dal conseguimento della qualifica superiore e deve quindi essere riconosciuto per tutto il periodo in cui sia stato accertato un siffatto esercizio, anche se, per il ricorso della condizione ostativa prevista dal medesimo art. 2103 c.c., non possa essere attribuita all’interessato la qualifica anzidetta (Cass. Civ., sez. lav., 12 marzo 2004, n. 5137).

Discriminazioni, mobbing e onere della prova mercoledì, Mag 9 2007 

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La particolare situazione in cui versa il lavoratore o la lavoratrice che sia oggetto di discriminazioni di tipo diretto/indiretto o di atti di mobbing ha fatto sì che il legislatore prevedesse un particolare regime in materia di onere della prova da parte del ricorrente nell’ipotesi dell’instaurarsi di un giudizio per il loro accertamento.

Regola generale e ordinaria nel nostro ordinamento giuridico in materia di onere probatorio è quella sancita dall’art. 2697 del Codice Civile, in base al quale “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”.

Sulla base di tale principio, spetta a colui che asserisce l’esistenza di un preteso diritto e la sua violazione fornire le prove del fatto contestato.

Tale principio, tuttavia, nell’ambito dei giudizi relativi all’accertamento di discriminazioni o di atti e comportamenti mobbizzanti perpetrati sul luogo di lavoro, renderebbe impossibile o quantomeno eccessivamente gravoso per il lavoratore o la lavoratrice agire in giudizio, considerata la difficoltà di reperire elementi probatori e quella connessa ai timori relativi ad un’azione da intraprendere nei confronti del proprio datore di lavoro, potenziale o effettivo.

Tale ragione ha indotto, pertanto, il legislatore ad invertire il principio dell’onere della prova con riferimento a tali giudizi.

La regola è stata introdotta per la prima volta con la legge 125/91 con riferimento alle discriminazioni di tipo sessuale e ribadita nel Codice delle Pari Opportunità entrato in vigore il 15/06/2006.

 Quando il ricorrente fornisce elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico relativi alle assunzioni, ai regimi retributivi, all’assegnazione di mansioni e qualifiche, ai trasferimenti, alla progressione in carriera ed ai licenziamenti, idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso, spetta al convenuto l’onere della prova sull’insussistenza della discriminazione.

Il legislatore, pertanto, ha spostato il carico probatorio dal lavoratore al datore di lavoro, assegnando a quest’ultimo il compito di fornire gli elementi di prova dai quali sia possibile desumere che gli atti o i comportamenti non possono essere definiti discriminatori o mobbizzanti.

Il Presidente della Repubblica sul tema delle pari opportunità lunedì, Mag 7 2007 

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Pari opportunità, Napolitano: “Servono norme e iniziative”

Prodi: “Dieci anni fa non ero favorevole, ma oggi serve un discorso serio sulle quote rosa”. Livia Turco: “Abbiamo ottime leggi, ma bisogna applicarle”:

Il presidente della Repubblica  Giorgio Napolitano lancia un appello per una maggiore attenzione sul tema delle pari opportunità. Nel nostro paese non sono ancora pienamente riconosciute, “occorrono azioni positive e normative ed anche comportamenti indotti dall’azione di governo”, ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lasciando il convegno organizzato per l’Anno europeo delle pari opportunità per tutti. Napolitano ha sottolineato l’importanza del legame con l’Europa, che dà “un forte impulso. Ancora una volta – ha aggiunto – l’Unione Europea si conferma fonte di avanzamento della nostra società ed è molto importante mantenere fermo il punto dell’Ue e progredire grazie a quel Trattato di cui si sta discutendo a Berlino”. 

PRODI.Dieci anni fa non ero favorevole, ma oggi serve un discorso serio sulle quote rosa“. Lo afferma il presidente del Consiglio Romano Prodi, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno europeo delle pari opportunità. Il premier sostiene che sulla questione delle pari opportunità le legislazioni europea ed italiana hanno fatti passi importanti, ma aggiunge: “Il problema non può essere affrontato solo dal punto di vista della legislazione, ma soprattutto con interventi concreti. In Italia c’è una distorsione mentale, si pensa cioè che fatta la legge sia risolto il problema. Questo è drammaticamente sbagliato”. “La legge – continua Prodi – è sempre un primo passo. Il contenuto delle norme poi deve diventare realtà. Se di fronte a un’innovazione legislativa non ci sono offerte come asili nido o servizi fondamentali, allora quelle innovazioni legislative si dimostrano inutili. Quindi in certi momenti occorre anche forzare sulle quote rosa per rendere la parità effettiva e non accontentarci della parità legislativa”.

TURCO. L’ Italia “ha fatto enormi passi avanti sulle pari opportunità, abbiamo ottime leggi, ma le leggi non bastano. Bisogna applicarle“: lo ha detto il ministro della Salute, Livia Turco, parlando a margine della cerimonia per l’inaugurazione dell’Anno europeo per le pari opportunità per tutti. Il ministro ha elogiato l’idea, lanciata dalla collega Barbara Pollastrini nel suo intervento, di una commissione parlamentare per i diritti e le pari opportunità: “È una cosa importante – ha detto Livia Turco – ma è anche vero che in Italia abbiamo leggi molto avanzate e il compito più difficile è però quello di applicarle e di applicarle bene, oltre che di far crescere la cultura”. “E poi – ha aggiunto – occorre che ciascuno faccia la sua parte, imprenditori, datori di lavoro, enti locali, sindacati, affinchè soprattutto cresca l’occupazione femminile e perchè le donne possano conciliare meglio lavoro e famiglia”. Questo, ha concluso il ministro della Salute, è “un problema non delle donne, ma della società italiana, del suo sviluppo, della sua crescita, equità e serenità”.

03/05/2007 16:13 da L’Unione Sarda.it  la notizia qui

Sull’argomento vedi anche Le donne diventano la notizia qui

La procedura per l’interdizione mercoledì, Mag 2 2007 

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Il procedimento per l’interdizione di un soggetto incapace di intendere e di volere si apre con un ricorso da proporsi al Tribunale del luogo in cui l’interdicendo ha la residenza o il domicilio. Il ricorso può essere proposto dai parenti entro il quarto grado, dagli affini entro il secondo, dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente e personalmente da parte dello stesso interdicendo.

Nel ricorso devono specificarsi le ragioni sulle quali si fonda la domanda, in particolare i fatti sui quali si basa l’abituale infermità del soggetto e devono essere specificati nome, cognome e residenza del coniuge e dei parenti entro il quarto grado e degli affini entro il secondo.

Il ricorso va depositato nella cancelleria del Tribunale, che provvede a trasmetterlo al Presidente, il quale ne ordina la comunicazione al Pubblico Ministero. Qualora quest’ultimo ne faccia richiesta, il Presidente può rigettare la domanda. Altrimenti, nomina il Giudice istruttore, fissa l’udienza di comparizione del o dei ricorrenti, dell’interdicendo e di tutte le persone indicate nel ricorso da cui ritenga utile acquisire informazioni. Ricorso e decreto del Presidente vanno notificati a cura del ricorrente alle persone indicate nel decreto, che è altresì comunicato al Pubblico Ministero.

Vediamo un esempio di ricorso:

TRIBUNALE DI XXXXXX

Ricorso  ex  art. 414 c.c. 

La   sig.ra   xxxxxx  nata a xxxx il xxxxx               residente  a  xxx in xxxxxx, il sig. xxxxxx nato a xxxxx, il xxxxx, residente in xxxxxx e la sig.ra xxxxx nata a xxxx, il xxxxx, residente in xxxx in via xxxxx rappresentati e difesi dall’Avv. xxxxxx ed elettivamente domiciliati presso il suo studio in xxxxxxxx come da mandato a margine al presente atto

                                                                     premesso che 

1) i ricorrenti xxxxxxx sono rispettivamente la madre, il padre e la sorella di xxxxx, nato a xxxxxxx e residente in xxxxxxx

2) xxxxxx, a causa di una grave malattia, si trova, secondo i medici curanti, in uno stato di totale incapacità di intendere e volere;

3) il xxxxxxx è affetto dalla nascita da tetraparesi spastica in esiti di sofferenza cerebrale perinatale con insufficienza mentale di tipo grave ed epilessia come risulta dalla documentazione medica in atti; (doc. 6)4) dalla relazione dello psicologo xxxxxxx della Provincia di xxxxx, xxxxxx, emerge come il xxxxxx non sia, fra l’altro, in grado di svolgere attività cognitive complesse, oltre ad avere gravi difficoltà nella comunicazione verbale e un grave deficit della memoria a breve termine. Lo stesso, inoltre, mostra una notevole compromissione della comprensione e non è orientato nello spazio e nel tempo; (doc. 4)

5) lo stesso non è quindi in grado di assumere alcuna decisione in relazione alle cure necessarie per il suo stato di salute, né di provvedere alla cura della sua persona e dei suoi interessi economici;

6) allo stesso è stata riconosciuta invalidità civile pari al 100% dalla Commissione Sanitaria per l’accertamento delle invalidità civili di xxxxxxxx, con conseguente dichiarazione di inabilità totale e permanente al lavoro e necessità di assistenza continua; (doc. 5)

7) appare, inoltre, opportuno predisporre opportune tutele al fine di evitare che lo stesso possa compiere atti pregiudizievoli per sé stesso e per la propria situazione economica e patrimoniale; 

8) i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo sono i signori:–  

* * *

Tutto ciò premesso, i xxxxxxxxxx come sopra rappresentati,  difesi e domiciliati  

CHIEDONO

Che Ill.mo Tribunale di xxxxxx voglia ai sensi dell’art. 417 c.c., dichiarare l’interdizione del sig. xxxxxxx con ogni conseguenza di legge.

Si producono in copia i seguenti documenti:

1)   Certificato di residenza;

2)   Copia integrale atto di nascita;

3)   Stato di famiglia;

4)   Relazione medica xxxxxx , ASL n. xxxxxx,

5)   Certificato Commissione Sanitaria per l’accertamento degli stati di invalidità civile Regione xxxxxxxx

6)   Relazione clinica xxxxxxx 

Milano, lì

Avv. xxxxxxxxx 

L’interdizione non può essere pronunciata senza che si sia proceduto all’esame dell’interdicendo al fine di vagliarne l’effettivo stato di incapacità. Il Giudice nel procedere all’esame può anche farsi assistere da un consulente tecnico. All’udienza di esame, presenzia anche il Pubblico Ministero e sono ascoltate le persone citate al fine di acquisire informazioni rilevanti per la decisione. Dopo l’esame, qualora sia ritenuto opportuno, il Giudice nomina un tutore provvisorio. Nell’ipotesi in cui l’interdicendo non possa recarsi in udienza, sarà il Giudice a recarsi nel luogo in cui l’interdicendo si trova. Il procedimento si chiude con la sentenza che dichiara l’interdizione.

Vedi anche